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DDL C3056: cosa ne dicono i parlamentari

Il 16 marzo l’XI Commissione ha iniziato l’esame della proposta C3056; di seguito sintetizzate le posizioni dei parlamentari. Nei precedenti due post si sono pubblicati la proposta di legge e la relazione.

Massimo Federiga (Lega Nord) relatore
“Il provvedimento in esame… modificando il comma 1 dell’articolo 4 della richiamata legge n. 381 del 1991, individua – come già rilevato – ulteriori categorie di persone svantaggiate; più specificamente, in parte le nuove categorie sono direttamente mutuate da alcune delle definizioni di lavoratore svantaggiato contenute nell’articolo 2, paragrafo 1, lettera f), del Regolamento (CE) n. 2204/2002. La proposta in esame, ampliando l’ambito dei soggetti considerati persone svantaggiate, estende di conseguenza l’ambito di applicazione delle agevolazioni contributive richiamate in precedenza.Per questo ultimo motivo, ritengo anzitutto opportuno che la Commissione, nell’approfondire i profili di merito del provvedimento, tenga in considerazione la necessità di indicare un’adeguata copertura finanziaria dei maggiori oneri derivanti dagli sgravi contributivi operati. Inoltre, pur valutata positivamente la finalità del provvedimento, che si propone di individuare soluzioni efficaci a gravi problemi occupazionali, tenuto conto dell’attuale particolare momento di crisi, si auspica che sul testo in esame si svolga una seria e approfondita riflessione, che possa condurre ad un testo concretamente applicabile e condiviso dai gruppi; in particolare, si manifestano forti perplessità sulla stessa struttura del testo, che sembrerebbe poter penalizzare – per come esso è formulato – proprio talune tra le categorie più deboli, con ciò rischiando di produrre effetti potenzialmente indesiderati.”

Giulio Santagata, PD
Pur condividendo le finalità del provvedimento, il testo, nella sua attuale formulazione, può prestarsi a interpretazioni potenzialmente distorte, richiedendo, per tale ragione, una opportuna riformulazione. Occorre chiarire che l’ampliamento dell’ambito soggettivo di applicazione della normativa vigente non va ad incidere sulle forme di tutela già riconosciute, a livello percentuale, a determinati soggetti svantaggiati, intervenendo semmai in termini aggiuntivi e non sostitutivi. Preannuncio, quindi, la presentazione di emendamenti al testo, finalizzati sia ad estendere l’ambito soggettivo delle cooperative da coinvolgere in tali forme di inserimento dei lavoratori, sia ad incidere sul versante dei benefici e degli incentivi.”

Delia Murer, PD, presentatrice del testo
“Ritengo opportuno affrontare con assoluta serietà il provvedimento in esame, dal momento che il testo si propone di inserire tra le persone svantaggiate anche coloro che vengono definiti «soggetti deboli», cioè le persone che incontrano difficoltà ad entrare, senza assistenza, nel mercato del lavoro, ricollegandosi a definizioni e qualificazioni giuridiche già fornite in sede comunitaria, rispetto al cui recepimento, peraltro, si registra un ritardo da parte dell’ordinamento italiano. Sono disponibile ad un confronto di merito su eventuali proposte migliorative, ma ritengo comunque necessario intervenire con urgenza sulla materia, visto che a livello regionale si è già provveduto a legiferare nella direzione indicata dal testo in esame “

DDL 3056 sulla modifica delle categorie di svantaggio: la relazione

Di seguito una sintesi della relazione di accompagnamento al DDL 3056 approfondito nel precedente post, che propone la modifica delle categorie di svantaggio previste dalla 381/1991.

“La recente crisi finanziaria mondiale sta manifestando i suoi effetti anche come gravissima crisi occupazionale, infatti negli ultimi mesi migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro e le previsioni per il futuro non sono affatto positive. Anche nel 2010 (dati del Fondo monetario internazionale) il fenomeno andrà a colpire principalmente le fasce più povere e vulnerabili. Di questi 50 milioni di disoccupati, ben 250.000 saranno a rischio in Italia nei prossimi sei mesi, a partire dalle fasce più deboli (operai, lavoratori prossimi alla pensione, extracomunitari eccetera).
In una situazione così complessa come quella attuale esiste la necessità di elaborare da parte delle forze politiche una nuova teoria economica che cerchi soluzioni ai problemi dell’occupazione; in tale teoria ci si aspetta che lo Stato sia presente con una funzione importante e al tempo stesso strategicamente virtuosa.
In questo quadro si inserisce la presente proposta di legge, che modifica il citato articolo 4 della legge n. 381 del 1991 in base alle nuove previsioni dettate dal regolamento CE già recepite dalla legge della regione Veneto 3 novembre 2006, n. 23, e richiamate dal relativo atto di indirizzo sull’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e delle persone deboli. Ai sensi dell’articolo 3, comma 2, di tale legge per «soggetti deboli» si intendono le persone che abbiano difficoltà ad entrare, senza assistenza, nel mercato del lavoro. Con la presente proposta di legge si chiede, in sintesi, di inserire nelle categorie di svantaggio anche alcune delle tipologie di persone cosiddette «deboli» facendole rientrare nel computo del 30 per cento, necessario per mantenere la qualifica di cooperativa sociale.
Nella fattispecie si chiede di inserire le seguenti categorie: qualsiasi persona che desideri intraprendere o riprendere un’attività lavorativa e che non abbia lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno due anni e, in particolare, qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la formazione, per almeno due anni e, in particolare, qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare vita lavorativa e vita familiare; qualsiasi persona priva di un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado o equivalente, priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi persona con più di cinquant’anni di età priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi disoccupato di lungo periodo, ossia una persona senza lavoro per dodici dei sedici mesi precedenti o per sei degli otto mesi precedenti nel caso di persone con meno di venticinque anni di età; donne straniere vittime della tratta, costrette a prostituirsi, che abbiano deciso di abbandonare la loro condizione di sottomissione e di sfruttamento e che usufruiscono del programma di assistenza e integrazione sociale ai sensi dell’articolo 18 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
La ratio di tale normativa è che riconoscendo la possibilità di effettuare progetti di inserimento lavorativo anche per altre categorie, quelle denominate «deboli», e intensificando la collaborazione con i servizi sociali degli enti locali si consentirebbe di dare una risposta più efficace ai bisogni reali della collettività, sviluppando anche un’azione decisa sulla crisi economica e occupazionale e utilizzando le risorse in modo più efficiente.

I soggetti deboli sono prevalentemente in carico ai servizi sociali e «drenano», in termini di minimo vitale erogato ad personam, ingenti risorse. Mediamente, un comune di 300.000 abitanti eroga oltre 1.200.000 di euro all’anno di contributi per il minimo vitale. Parte di queste risorse vengono assegnate a persone ancora in grado di svolgere un’attività lavorativa e che potrebbero quindi essere tolte dal circuito assistenziale. Basti pensare che, mediamente, circa il 30 per cento degli utenti in carico ai servizi sociali di un comune è compreso nella fascia di età che va dai trentacinque ai cinquantaquattro anni. Individuare per loro uno status che consenta l’inserimento lavorativo sotto il profilo di socio lavoratore svantaggiato di una cooperativa sociale di cui alla lettera b) significa trasformare il sussidio in lavoro, cioè l’unico vero obiettivo perseguibile da ogni amministrazione pubblica.”

DDL C3056: una proposta di modifica delle categorie di svantaggio

L’on Delia Murer (PD) ha presentato presso la Camera dei deputati il PdL 3056, che propone la  modifica delle categorie di svantaggio. Si inizia oggi la pubblicazione di alcuni materiali su questo progetto di legge.

Il progetto di legge C.3056 (Murer ed altri) modifica la legge 4 novembre 1991, n.381, recante la disciplina delle cooperative sociali, intervenendo sull’articolo 4 della legge, ove vengono indicate le categorie di “persone svantaggiate” la cui presenza, in misura pari ad almeno il 30% del complesso dei soci, è necessaria per la qualificazione della società come cooperativa sociale. La proposta di legge, in particolare, integra l’elenco delle categorie di persone svantaggiate, al fine di ricomprendervi altri “soggetti deboli”, quali:

  • le persone che desiderino intraprendere o riprendere un’attività lavorativa e che non abbiano lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno 2 anni, e, in particolare, i soggetti che abbiano lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare;
  • le persone che abbiano più di 50 anni e siano prive di un posto di lavoro o in procinto di perderlo;
  • i disoccupati di lungo periodo, ossia i soggetti senza lavoro per 12 degli ultimi 16 mesi o, nel caso di giovani con meno di 25 anni di età, per 6 degli 8 ultimi mesi;
  • le persone prive di un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado o equivalente, prive di un posto di lavoro o in procinto di perderlo;
  • le donne straniere vittime della tratta, costrette a prostituirsi, che abbiano deciso di abbandonare la loro condizione di sottomissione e di sfruttamento e che usufruiscano del programma di assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18 del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), imperniato sul rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.

Questa la riformulazione del testo:

1. Il comma 1 dell’articolo 4 della legge 8 novembre 1991, n. 381, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:
«1. Nelle cooperative che svolgono le attività di cui all’articolo 1, comma 1, lettera b), si considerano persone svantaggiate gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, i condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione previste dagli articoli 47, 47-ter e 48 della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni; qualsiasi persona che desideri intraprendere o riprendere un’attività lavorativa e che non abbia lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno due anni, in particolare qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare la vita lavorativa e la vita familiare; qualsiasi persona priva di un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado o equivalente, priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi persona con più di cinquant’anni priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi disoccupato di lungo periodo, ossia una persona senza lavoro per dodici dei sedici mesi precedenti o per sei degli otto mesi precedenti nel caso di persone con meno di venticinque anni di età; donne straniere vittime della tratta, costrette a prostituirsi, che abbiano deciso di abbandonare la loro condizione di sottomissione e di sfruttamento e che usufruiscono del programma di assistenza e integrazione sociale ai sensi dell’articolo 18 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. Si considerano inoltre persone svantaggiate i soggetti indicati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro della salute e con il Ministro dell’interno, sentita la Commissione centrale per le cooperative disciplinata dall’articolo 4 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 maggio 2007, n. 78».

Tra vecchie e nuove tipologie di svantaggio: cosa sta accadendo nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo

Di Sara Depedri, Euricse
Le cooperative sociali di inserimento lavorativo si occupano da ormai più di vent’anni dell’inserimento di soggetti svantaggiati, ma le tipologie cui esse hanno progressivamente rivolto la loro azione è variato non poco nel tempo. Tali cambiamenti sono stati il risultato di un aumento della domanda di servizi di formazione e inserimento da parte di nuove tipologie di soggetti; di una evoluzione giuridica del concetto di svantaggiato; e di una apertura delle stesse cooperative sociali sostenuta anche dal loro consolidamento e dalla loro crescente stabilità economico-finanziaria.

Per quanto riguarda l’evoluzione della domanda, essa è spiegata dalle crescenti difficoltà sul mercato del lavoro in termini sia di crescente disoccupazione in generale che di razionamento da parte del mercato stesso di alcune tipologie di lavoratori: i giovani con bassa scolarizzazione, gli over-50 che hanno perso il precedente lavoro, le donne a rientro dalla maternità o da periodi di assenza prolungata dal mercato del lavoro, i disoccupati di lungo periodo in generale. A queste nuove tipologie di svantaggiati sul mercato del lavoro hanno prestato attenzione anche recenti politiche e normative. Negli anni la rivisitazione giuridica della definizione di soggetto svantaggiato è infatti stata significativa. Dall’attenzione esclusiva all’invalidità (propria della legge 482/68), si è passati nel 1999 all’inclusione nella categoria dei lavoratori svantaggiati di tutti i soggetti con disabilità fisica o psichica (legge 68). La legge 381/91 istitutiva delle cooperative sociali ha esplicitamente ampliato la categoria degli svantaggiati a tutte le situazioni di emarginazione e disagio sociale, con riferimento particolare ad ex-detenuti e persone affette da dipendenza. Ed in questi ultimi anni il regolamento comunitario 2204 nel 2002 (successivamente sostituito tuttavia dal più blando regolamento 800 del 2008) e il decreto legislativo 155/2006 sull’impresa sociale poi, hanno ritenuto in generale svantaggiati anche le già citate categorie di persone con elevata difficoltà di accesso al mercato del lavoro.

Ma soprattutto, i dati portano alla luce una diversa risposta che le cooperative sociali hanno cercato di dare alla domanda emergente di formazione e inserimento al lavoro da parte delle nuove categorie di svantaggiati.

Secondo la ricerca ICSI2007 realizzata da un network di università coordinato dall’Università di Trento su un campione di 99 cooperative sociali di tipo B di tutta Italia, nel 2006 il 13,2% del totale degli svantaggiati inseriti nelle cooperative intervistate rientrava in categorie diverse da quelle identificate dalla 381/91 e molte cooperative rivolgevano i loro servizi in particolare ai giovani con difficoltà occupazionali (11,7%) e ai disoccupati di lungo periodo (10%). A questa percentuale si aggiunge un 13% circa di lavoratori appartenenti alle categorie connesse al cosiddetto disagio sociale e a difficoltà di ingresso sul mercato del lavoro, quali immigrati, giovani con difficoltà occupazionali, disoccupati di lungo periodo, donne fuoriuscite dal mercato del lavoro. Un dato significativo che è l’effetto di un progressivo ampliamento dell’offerta di servizi di inserimento al lavoro. Le stesse cooperative sociali intervistate hanno dichiarato nel 55% dei casi di avere aumentato negli ultimi anni le tipologie di svantaggio cui esse rivolgono la loro azione.

Accanto a queste ben individuabili categorie di lavoratori svantaggiati, sono tuttavia presenti in cooperativa sociale anche altri numerosi lavoratori con caratteristiche di svantaggio rispetto al mercato del lavoro ma inquadrati contrattualmente come lavoratori ordinari (o normodotati). La realizzazione di procedure di raggruppamento (cluster) sui dati della stessa indagine ICSI2007 hanno messo in evidenza come due terzi dei lavoratori ordinari assunti dalle cooperative sociali e intervistati nell’indagine abbiano un basso titolo di studio, come il 39% provenga dalla disoccupazione (il 47% tra i lavoratori con la scuola dell’obbligo) e comunque come un terzo del totale ammetta di non avere alternative occupazionali, dato anche il basso titolo di studio e le difficoltà precedenti sul mercato del lavoro e nonostante un’età media non eccessivamente elevata (pari a 43 anni). La presenza di questa classe di lavoratori non pone alcun dubbio: le cooperative sociali svolgono un ruolo importante anche nell’assumere tramite gli strumenti tradizionali di impiego anche lavoratori che possono essere a tutti gli effetti considerati svantaggiati o emarginati sul mercato del lavoro.

Questi dati permettono di avere una quantificazione degli effetti occupazionali; ma interessante è osservare anche la qualità delle posizioni lavorative offerte. In termini contrattuali e reddituali, le posizioni lavorative offerte ai lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro si presentano stabili (l’81% è assunto con contratto a tempo indeterminato) ed i salari discreti (poco più di 1000 Euro in media per i lavoratori a full-time) e spesso i contratti rispondono alle esigenze di flessibilità oraria richieste soprattutto dalle lavoratrici (il 35% ha un part-time per propria scelta). Forti sono inoltre soprattutto le loro motivazioni non economiche al lavoro: anche se sicuramente l’esigenza di avere uno stipendio rappresenta un motivo fondamentale per aver deciso di lavorare nella cooperativa (punteggio medio assegnato di 5 su scala da 1 a 7), è molto sentita anche la scelta dell’organizzazione per la natura sociale del lavoro  e per la condivisione dei suoi ideali e valori. La soddisfazione dei lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro è inoltre elevata sia per il lavoro nel suo complesso che per gli aspetti contrattuali, che per le relazioni con colleghi e superiori e per l’utilità sociale del lavoro.

I benefici psicologici per i lavoratori svantaggiati inquadrati dalla 381/91 sono invece quantificabili soprattutto in  termini di crescita personale e professionale. Un’indagine condotta su lavoratori con problemi psichiatrici (Zaniboni et.al) ha recentemente mostrato che la maggior parte dei lavoratori svantaggiati intervistati ha beneficiato nel periodo di inserimento di un forte e continuo supporto sociale (per il 76%), ha una manifestata diminuzione della sintomatologia (per il 60% circa), ha aumentato la propria efficacia lavorativa (67%) e produttività (66%) con una conclusiva significativa manifesta volontà di continuare la propria attività lavorativa (dato dichiarato dall’87% degli intervistati).

Un mondo che offre quindi possibilità occupazionali a tipologie di soggetti diversi, rispondendo ad aspettative e bisogni sempre più diversificati, ma con la capacità di rispondere motivando, supportando nella crescita, e soddisfacendo. Offrendo quindi servizi efficaci nel loro complesso.

Dal macro al micro, dati dal seminario di Milano

Nel seminario di Milano del 10 febbraio è intervenuta Sara Depedri, dell’Università degli Studi di Trento, che ha presentato alcune slide in cui si riassumono dati delle ricerche di Euricse e di altri enti. Nei prossimi giorni saranno pubblicati alcuni articoli che approfondiscono nel merito i temi, per cui ci si limita oggi e illustrare la struttura della presentazione ed alcuni dati.

Viene proposta in primo luogo un’analisi macro (slide 5-7), in cui sono richiamati i principali dati sul numero di svantaggiati inseriti, sulle categorie di svantaggio e, per quanto possibile, sull’evoluzione di questi numeri. L’ultima indagine sull’universo delle cooperative risale al 2005 (Istat) e documentava l’inserimento di oltre 39 mila persone svantaggiate, oltre il 54% dei lavoratori delle cooperative di tipo B.

Le successive slide sono dedicate ad aspetti micro; si inizia con l’analisi dell’organizzazione, dove emerge l’orientamento a aumentare e differenziare le categorie di svantaggio inserite, la prevalenza di rapporti a tempo indeterminato e lo stretto rapporto con i servizi pubblici invianti. La grande maggioranza delle cooperative lavora attraverso progetti individualizzati e prevede un tutor nonché, in più della metà dei casi, un responsabile sociale degli inserimenti lavorativi. Rispetto agli esiti dei percorsi di inserimento, nella maggior parte dei casi la scelta tra integrazione stabile in cooperativa e inserimento all’esterno è fatta sulla base delle caratteristiche di ciascuna persona e della ricettività del mercato.

I dati esposti consentono quindi di individuare come tra i lavoratori non certificati come svantaggiati vi è un gruppo, caratterizzato da bassa istruzione, provenienza dalla condizione di disoccupazione e età non più giovane che è portatrice di caratteristiche che espongono al rischio di esclusione di lungo periodo dal mercato del lavoro.

Le ultime slide, (dalla 20 in poi) sono dedicate ad aspetti motivazionali e mettono il luce le diverse sfumature economiche, relazionali di altro genere alla base della scelta di operare nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Venerdì si è parlato di inserimento lavorativo a Torino e a Firenze… Oggi si parla di Libro Verde in Sardegna

15 marzo, tocca al Veneto

Federsolidarietà Veneto ha fissato per il 15 marzo il proprio seminario di discussione sul Libro Verde, che approfondirà il tema “Inserimento lavorativo, mercato, impresa“. Di seguito è riportato un documento elaborato su questo argomento dalla Federazione Veneta in preparazione all’incontro.

Inserimento lavorativo, mercato, impresa

Prima di tutto è necessario soffermarsi sulle caratteristiche di intervento delle cooperative d i tipo b:

  • quelle orientate maggiormente a un lavoro di accoglimento e transito in cooperativa (e quindi più vicine all’intervento alla persona e più attente quindi agli strumenti di politiche attive del lavoro – modello emiliano);
  • quelle caratterizzate da una più marcata attenzione al mercato (modello veneto – lombardo).

Tra le caratterizzazioni di queste ultime c’è una netta distinzione tra quelle che operano sostanzialmente nel mercato dei servizi o produzione per l’ente pubblico (la maggioranza) e quelle che operano nel mercato, evidenziando che tale caratterizzazione qualifica ulteriormente la capacità di far sintesi tra le regole di mercato e l’accoglienza lavorativa delle persone svantaggiate. Si è comunque registrato che esperienze significative di collaborazioni con clienti committenti privati siano più facili e duraturi con le aziende grosse e con marchi importanti con cui poter tradurre con numeri significativi il collocamento di persone svantaggiate; più stentata la situazione registrata tra le piccole realtà che stanno soffrendo la crisi generalizzata e che spesso si trovano a dover ricostruire offerte di servizi per continuare nella sopravvivenza.

Si è annotato successivamente il sostanziale fallimento dell’applicazione degli art. 12, 12 bis e 14, suffragato dai dati generali emersi tra quelli consegnati e questo a causa di evidenti variazioni di mercato, dall’aumento delle aziende in crisi, dalle deroghe ottenute, ecc. Si ritiene possano esserci ancora buone opportunità da esplorare spingendosi nei territori ove operano le grandi aziende, che, come detto prima, riescono con maggior facilità a comprendere il valore e il vantaggio complessivo di operazioni di questo tipo. Permane la necessità comunque di rivedere gli attuali schemi di applicazione particolarmente gravosi e la forte resistenza delle associazioni di rappresentanza delle persone invalide. Inoltre le Provincie, che hanno competenza in ciò, non supportano adeguatamente tali iniziative.

Molto spazio è stato dato all’approfondimento circa il concetto di sostenibilità aziendale che naturalmente può trovare diversa declinazione all’interno di ogni realtà. In sostanza si evidenzia la necessità di dare un indirizzo (il più persuasivo possibile) alle cooperative (soprattutto quelle piccole e piccolissime) nel mirare o individuare strategie di crescita, accorpamento, fusione tra varie realtà, al fine di poter organizzare con competenza, qualità e conseguente competitività la propria proposta di produzione di beni o servizi.

Tali risultati sono raggiungibili anche attraverso la partecipazione in Consorzi, con l’accortezza però che sia ben chiara e condivisa la natura imprenditoriale degli stessi (consorzi di scopo o di sole tipo b) e che abbiano un’adeguata autonomia dagli ambiti politici di rappresentanza associativa garantita invece all’interno delle federazioni.

Meno marcata la discussione sul concetto di territorialità e su quali debbano essere le strategie imprenditoriali di crescita in altri mercati o territori, ovvero il rispetto delle altre realtà cooperative che già operano in altre zone ove viene bandita una gara o si viene invitati alla partecipazione per una selezione o per un’eventuale sostituzione delle stesse. Qui il dibattito sulla concorrenza tra le tipo b è completamente aperto, serve buon senso ma rigore, va premiato chi ha saputo predisporre un’organizzazione di servizio migliorativa e all’avanguardia, ma non possono essere abbandonate quelle più indietro in tale percorso. Si torna all’invito precedente, mettere cioè tutte le cooperative nella condizione di poter crescere e migliorare, prima che il mercato e la selezione voluta (ad esempio negli enti pubblici) attraverso le gare agiscano inesorabilmente.

Si è rilevata inoltre la necessità di proseguire nel lavoro di riconoscimento dell’allargamento delle categorie di svantaggio, vista il perdurare della critica situazione economica che di fatto crea continuamente nuovi disoccupati cui spesso siamo chiamati a dare risposte di lavoro. Fasce deboli da sempre presenti nella nostra società e queste nuove povertà sono in forte aumento: vanno definite le misure a sostegno a queste persone.

Dalla Puglia, un’esperienza e alcune domande

Si pubblica oggi un’altra delle esperienze raccontate durante il seminario di Federsolidarietà Puglia del 24 gennaio, quella della cooperativa Tasha; se ne sintetizza di seguito l’intervento, in cui vengono poste alcune questioni generali relative agli esiti dei percorsi di inserimento nelle cooperative B.

Tasha è una cooperativa di tipo B che da oltre 10 anni realizza servizi di gestione del randagismo canino. L’attività è iniziata  con tre soci lavoratori mentre oggi i soci lavoratori e dipendenti sono oltre 20. Nei primi anni le attività di inserimento lavorativo riguardavano soprattutto tossicodipendenti ed alcolisti, oggi invece sono inseriti anche soggetti in trattamento psichiatrici, disabili fisici, ex detenuti e molte persone che hanno gravi situazioni socio economiche; gurda con favore la possibilità di ampliamento delle categorie svantaggiate secondo i regolamenti comunitari. La cooperativa ha ottenuto un contratto di servizio con l’amministrazione comunale per quindici anni per realizzare e gestire il canile sanitario di Bitonto e l’anagrafe regionale oltre che a realizzare un progetto di PET therapy con un gruppo di utenti psichiatrici.

Un problema su cui è stata richiamata l’attenzione dei presenti attiene la fase di conclusione del progetto individualizzato e alla possibilità di successiva ricollocazione. Al termine del progetto, secondo l’esperienza della cooperativa, ci si trova ad un bivio: espellere gli svantaggiati (che rischiano di ricadere nell’esclusione) garantendosi una ciclicità delle persone inserite o inserire definitivamente tali soggetti nel proprio processo produttivo con il rischio di non poter più rispettare il vincolo del 30% e eliminando la possibilità di realizzare un turn over finalizzato alla “formazione on the job”. O in alternativa la cooperativa deve assicurarsi delle nuove commesse crescendo in maniera esponenziale. Ciò in un sistema economico-produttivo attualmente in forte crisi, rende veramente difficoltoso ricollocare in contesti produttivi ordinari. Così accade che molte persone a fine percorso tornano in carico ai servizi sociali locali e i risultati del percorso di inserimento lavorativo sono vanificati dai disagi legati alla perdita del reddito.

Altro problema è quello legato all’inserimento di lavoratori non più giovani, con famiglie o persone a carico e/o con passai problemi problemi di dipendenza, oppure ex detenuti. La pubblica amministrazione in questi casi  quando non può più rilasciare, da un certo momento in avanti, la documentazione che ne attesta lo stato di svantaggio, mettendo ancora una volta la cooperativa di fronte al bivio di cui sopra; senza tener conto del fatto che anche gli sgravi contributivi vengono azzerati e che se si scende al di sotto del 30 % con il numero degli inseriti la cooperativa rischia di perdere l’iscrizione all’Albo regionale con conseguenze chiaramente abbastanza gravi per la gestione delle convenzione e dei servizi in carico alla cooperativa. Questa problematica si accentua ancora di più quando i soci fondatori o il gruppo promotore della cooperativa è costituito da persone svantaggiate di queste categorie che si organizzano in una forma di mutuo aiuto attraverso un’attività imprenditoriale e poi nel corso del tempo perdono i requisiti previsti per essere riconosciuti svantaggiati.

Svantaggiati e soci, riscopriamo la 381/1991

Ecco oggi un altro intervento di Flaviano Zandonai, ricercatore, segretario di Iris network, blogger su Vita con Fenomeni, da sempre attivo nei dintorni della cooperazione sociale

Siamo entrati nell’anno del ventennale della 381. Credo che questo libro verde, e il dibattito che si è animato intorno ad esso, possa essere un bel modo di festeggiare il compleanno della legge sulla cooperazione senza indulgere troppo nella nostalgia per i bei tempi andati. Si può riguardare al testo della legge non solo per chiedere emendamenti e modifiche, ma anche per riscoprire gli elementi fondanti e soprattutto le sfide che sono alla base delle pratiche d’impresa sociale finalizzate all’inclusione attraverso il lavoro. Del resto è una legge che ha fatto scuola, non solo in Italia, dimostrando che si può istituzionalizzare un’innovazione sociale senza ingessarla, anzi dando un’ulteriore spinta allo sviluppo. Gli stimoli dunque non mancano. Alcuni sono arcinoti: basti pensare allo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità per quanto riguarda la promozione umana e l’integrazione sociale dei cittadini. Ma c’è un’altra previsione che spesso rimane in secondo piano, ma che, a mio avviso, è altrettanto rilevante in termini di dichiarazione di identità e di missione. E si tratta di un riferimento proprio alle cooperative di tipo B. Articolo 4 comma 2: “Le persone svantaggiate (…), compatibilmente con il loro stato soggettivo, devono essere socie della cooperativa”. E’ un passaggio molto diretto, che supera la distinzione tra “produttore” e “fruitore”, introducendo la figura del prosumer: chi consuma il servizio contribuisce, almeno in parte, alla sua produzione partecipando alla gestione dell’impresa. Rimane da capire fino a che punto questa previsione sia affettivamente attuabile. E quale effetto abbiano avuto le progettualità, come Jeremie in Lombardia, che hanno incentivato l’assunzione dello status di socio anche da parte dei lavoratori svantaggiati. Certamente ci sono difficoltà applicative legate allo stato soggettivo di queste persone e alle caratteristiche dei percorsi di inserimento (durata, modalità di gestione, esito, ecc.). E’ altrettanto vero però che si tratta di un’opportunità per marcare il carattere distintivo di questa esperienza, dotando i suoi operatori sociali di uno strumento in più. Perché in una cooperativa di tipo B l’inclusione si realizza attraverso il lavoro, ma anche attraverso un esercizio consapevole dei diritti (e dei doveri) di proprietà.

Le persone nelle cooperative B, i dati

Il Blog continua l’aggiornamento dei dati sulle cooperative sociali di inserimento lavorativo; oggi alcune cifre utili sulle persone che vi operano:

  • Sono circa 50.000 i soci (il 3,4% sono persone giuridiche) e nel 55% delle cooperative sono presenti soci volontari.
  • Sono oltre 41 mila gli addetti e oltre il 65% dei lavoratori è anche socio della cooperativa.
  • Sono inseriti circa 13.800 lavoratori in condizioni di svantaggio di cui circa la metà sono persone portatrici di disabilità fisiche, psichiche e sensoriali.
  • A questi si deve aggiungere una ulteriore quota del 25% sul totale degli addetti, di persone provenienti da situazioni di disoccupazione di lungo periodo, lavoratori anziani, madri sole con figli, immigrati ecc.
  • Tutte le cooperative sociali di inserimento lavorativo rispetto al sistema economico, sono un aggregato di dimensioni limitate (meno dello 0.1% del totale del PIL, 0.3% circa degli occupati) eppure inseriscono il 7% dei disabili che lavorano in Italia (3% cooperative sociali di Federsolidarietà).
  • Gli immigrati extracomunitari sono circa l’8% del totale dei lavoratori e il 5,1 dei soci.
  • I livello medio di partecipazione alle assemblee nel 71,8% delle cooperative è superiore al 50%.

Due terzi delle cooperative sociali aderenti ha più di 10 soci. Tra queste il 3% ha un numero di associati superiore a 100, mentre la percentuale maggiore (il 37%) si attesta tra i 10 ed i 25 soci. La classificazione delle aderenti in base al numero di soci evidenzia che circa un terzo delle aderenti ha un numero di soci inferiore ai 9. Anche in questo caso i dati fotografano una situazione che porta le cooperative alla nascita con un numero minimo di soci che cresce nei primi anni di vita dell’impresa.

Al centro delle politiche attive del lavoro (3/3)

Ecco la terza e ultima parte del contributo di Gianfranco Marocchi. I primi due pezzi sono stati pubblicati nei due giorni scorsi (parte 1 e parte 2). L’articolo da cui questi ragionamenti sono tratti è scaricabile qui.

Ecco perché il libro verde è importante. Perché rappresenta la volontà della cooperazione sociale di porsi nuovamente al centro delle politiche del lavoro. Ma per riuscirci è necessario riuscire a riposizionarsi al centro del dibattito e quindi accantonare da convegni, seminari, articoli, molti dei temi che hanno caratterizzato la fase precedente;  e forse, senza tralasciare l’impegno quotidiano, anche nell’operatività e nelle relazioni, provare ad investire maggiormente su alcuni temi caldi delle politiche del lavoro. Magari non su tutti, ma su molti di questi, la cooperazione sociale ha da dire cose originali e innovative:

  • gli strumenti verso il lavoro: dal collocamento privato alla somministrazione, dai tirocini e gli altri strumenti per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro ai servizi per l’impiego, la cooperazione sociale possiede specificità e competenze che altri soggetti non hanno. Sa come ci si rapporta con i soggetti deboli, sa cos’è l’impresa, sa cosa sono i percorsi di inserimento e sa che non si chiudono (ma iniziano) al momento dell’assunzione. Queste cose la cooperazione sociale ce le ha nel sangue come nessun altro;
  • i problemi occupazionali emergenti: il mercato del lavoro evolve e mutano le sue criticità; si pensi all’inquadramento delle assistenti familiari o all’inserimento di categorie che si dimostrano particolarmente soggette ad esclusione dal mercato del lavoro, come i giovani alla ricerca del primo impiego, i lavoratori ultraquarantenni dequalificati espulsi dal ciclo produttivo, le donne con problemi rilevanti di conciliazione tra lavoro e impegni di cura. Molte di queste cose la cooperazione sociale le fa e basta, senza essersi mai posto il problema di teorizzarle (ma forse è ora il caso di farlo);
  • il lavoro e l’impresa: nel momento in si riflette sul codice della partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa, su bilanci sociali e responsabilità sociale, si affrontano tematiche che provengono esplicitamente dal mondo cooperativo;
  • le risposte alla crisi e le esigenze di rilancio occupazionale vedono in alcune esperienze di impresa sociale come esempi eccellenti di buone prassi, che vanno studiate, rilanciate e diffuse (tra cui alcune già segnalate in questo blog);
  • una flessibilità che non significa mancato rispetto del lavoratore: il dibattito, per molti versi sconcertante, che ha portato agli accordi di Pomigliano e Mirafiori, impatta su temi (dedizione e coinvolgimento dei lavoratori, flessibilità, concertazione delle politiche di investimento) su cui la cooperazione ha saputo offrire risposte ben lontane da quelle che oggi stanno spaccando ulteriormente la nostra già disarticolata società;

Si potrebbe continuare, ma il senso è chiaro:

  1. vanno individuati i temi centrali del mondo del lavoro; va acquisita e diffusa all’interno del mondo cooperativo la coscienza tali questioni;
  2. va recuperata a livello culturale, attraverso le strutture di rete della cooperazione sociale, la consapevolezza del patrimonio di risposte che il nostro sistema ha in proposito;
  3. vanno, ancor prima che enunciate ricette teoriche, sperimentate sul territorio delle proposte e delle soluzioni, in cui la cooperazione è parte attiva di un dibattito e delle azioni che ne seguono;
  4. va rinnovata l’azione, culturale e politica, di diffusione delle buone prassi e di elaborazione teorica a partire da queste, per riposizionare la cooperazione al centro del dibattito.

Certo significa che chi si occupa di lavoro dovrà forse interloquire di meno con gli assessori ai servizi sociali e un po’ di più con assessori al lavoro, rappresentanze datoriali, sindacati, centri per l’impiego, ecc. Ma se si ha consapevolezza di avere cose interessanti da dire – ed è così – non si tratta di una missione impossibile.