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Svantaggiati e soci, riscopriamo la 381/1991

Ecco oggi un altro intervento di Flaviano Zandonai, ricercatore, segretario di Iris network, blogger su Vita con Fenomeni, da sempre attivo nei dintorni della cooperazione sociale

Siamo entrati nell’anno del ventennale della 381. Credo che questo libro verde, e il dibattito che si è animato intorno ad esso, possa essere un bel modo di festeggiare il compleanno della legge sulla cooperazione senza indulgere troppo nella nostalgia per i bei tempi andati. Si può riguardare al testo della legge non solo per chiedere emendamenti e modifiche, ma anche per riscoprire gli elementi fondanti e soprattutto le sfide che sono alla base delle pratiche d’impresa sociale finalizzate all’inclusione attraverso il lavoro. Del resto è una legge che ha fatto scuola, non solo in Italia, dimostrando che si può istituzionalizzare un’innovazione sociale senza ingessarla, anzi dando un’ulteriore spinta allo sviluppo. Gli stimoli dunque non mancano. Alcuni sono arcinoti: basti pensare allo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità per quanto riguarda la promozione umana e l’integrazione sociale dei cittadini. Ma c’è un’altra previsione che spesso rimane in secondo piano, ma che, a mio avviso, è altrettanto rilevante in termini di dichiarazione di identità e di missione. E si tratta di un riferimento proprio alle cooperative di tipo B. Articolo 4 comma 2: “Le persone svantaggiate (…), compatibilmente con il loro stato soggettivo, devono essere socie della cooperativa”. E’ un passaggio molto diretto, che supera la distinzione tra “produttore” e “fruitore”, introducendo la figura del prosumer: chi consuma il servizio contribuisce, almeno in parte, alla sua produzione partecipando alla gestione dell’impresa. Rimane da capire fino a che punto questa previsione sia affettivamente attuabile. E quale effetto abbiano avuto le progettualità, come Jeremie in Lombardia, che hanno incentivato l’assunzione dello status di socio anche da parte dei lavoratori svantaggiati. Certamente ci sono difficoltà applicative legate allo stato soggettivo di queste persone e alle caratteristiche dei percorsi di inserimento (durata, modalità di gestione, esito, ecc.). E’ altrettanto vero però che si tratta di un’opportunità per marcare il carattere distintivo di questa esperienza, dotando i suoi operatori sociali di uno strumento in più. Perché in una cooperativa di tipo B l’inclusione si realizza attraverso il lavoro, ma anche attraverso un esercizio consapevole dei diritti (e dei doveri) di proprietà.