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Al centro delle politiche attive del lavoro (3/3)

Ecco la terza e ultima parte del contributo di Gianfranco Marocchi. I primi due pezzi sono stati pubblicati nei due giorni scorsi (parte 1 e parte 2). L’articolo da cui questi ragionamenti sono tratti è scaricabile qui.

Ecco perché il libro verde è importante. Perché rappresenta la volontà della cooperazione sociale di porsi nuovamente al centro delle politiche del lavoro. Ma per riuscirci è necessario riuscire a riposizionarsi al centro del dibattito e quindi accantonare da convegni, seminari, articoli, molti dei temi che hanno caratterizzato la fase precedente;  e forse, senza tralasciare l’impegno quotidiano, anche nell’operatività e nelle relazioni, provare ad investire maggiormente su alcuni temi caldi delle politiche del lavoro. Magari non su tutti, ma su molti di questi, la cooperazione sociale ha da dire cose originali e innovative:

  • gli strumenti verso il lavoro: dal collocamento privato alla somministrazione, dai tirocini e gli altri strumenti per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro ai servizi per l’impiego, la cooperazione sociale possiede specificità e competenze che altri soggetti non hanno. Sa come ci si rapporta con i soggetti deboli, sa cos’è l’impresa, sa cosa sono i percorsi di inserimento e sa che non si chiudono (ma iniziano) al momento dell’assunzione. Queste cose la cooperazione sociale ce le ha nel sangue come nessun altro;
  • i problemi occupazionali emergenti: il mercato del lavoro evolve e mutano le sue criticità; si pensi all’inquadramento delle assistenti familiari o all’inserimento di categorie che si dimostrano particolarmente soggette ad esclusione dal mercato del lavoro, come i giovani alla ricerca del primo impiego, i lavoratori ultraquarantenni dequalificati espulsi dal ciclo produttivo, le donne con problemi rilevanti di conciliazione tra lavoro e impegni di cura. Molte di queste cose la cooperazione sociale le fa e basta, senza essersi mai posto il problema di teorizzarle (ma forse è ora il caso di farlo);
  • il lavoro e l’impresa: nel momento in si riflette sul codice della partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa, su bilanci sociali e responsabilità sociale, si affrontano tematiche che provengono esplicitamente dal mondo cooperativo;
  • le risposte alla crisi e le esigenze di rilancio occupazionale vedono in alcune esperienze di impresa sociale come esempi eccellenti di buone prassi, che vanno studiate, rilanciate e diffuse (tra cui alcune già segnalate in questo blog);
  • una flessibilità che non significa mancato rispetto del lavoratore: il dibattito, per molti versi sconcertante, che ha portato agli accordi di Pomigliano e Mirafiori, impatta su temi (dedizione e coinvolgimento dei lavoratori, flessibilità, concertazione delle politiche di investimento) su cui la cooperazione ha saputo offrire risposte ben lontane da quelle che oggi stanno spaccando ulteriormente la nostra già disarticolata società;

Si potrebbe continuare, ma il senso è chiaro:

  1. vanno individuati i temi centrali del mondo del lavoro; va acquisita e diffusa all’interno del mondo cooperativo la coscienza tali questioni;
  2. va recuperata a livello culturale, attraverso le strutture di rete della cooperazione sociale, la consapevolezza del patrimonio di risposte che il nostro sistema ha in proposito;
  3. vanno, ancor prima che enunciate ricette teoriche, sperimentate sul territorio delle proposte e delle soluzioni, in cui la cooperazione è parte attiva di un dibattito e delle azioni che ne seguono;
  4. va rinnovata l’azione, culturale e politica, di diffusione delle buone prassi e di elaborazione teorica a partire da queste, per riposizionare la cooperazione al centro del dibattito.

Certo significa che chi si occupa di lavoro dovrà forse interloquire di meno con gli assessori ai servizi sociali e un po’ di più con assessori al lavoro, rappresentanze datoriali, sindacati, centri per l’impiego, ecc. Ma se si ha consapevolezza di avere cose interessanti da dire – ed è così – non si tratta di una missione impossibile.

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La difficile sopravvivenza delle clausole sociali

Questo articolo è apparso oggi su L’Unità. Racconta uno spezzone di una vicenda significativa della cooperazione sociale italiana. Era il 1994 quando il Comune di Torino, poi seguito da altri enti locali piemontesi, intraprese l’esperienza di affidamento delle pulizie e dei servizi ai piani nelle scuole della città. Lo fece coraggiosamente, sfidando le diffidenze dei tanti che proprio non vedevano di buon occhio tossici e avanzi di galera vicino ai bambini.  Alcuni anni dopo, nel 1998, anche a partire dalle problematiche generate dalla modifica dell’articolo 5 della 381/1991 sopra soglia, sempre a Torino venne inventato un regolamento (qui la versione aggiornata, quella del 2005) che risolveva il problema anticipando una versione “europea” delle clausole sociali. Oltre 2000 persone, circa la metà lavoratori svantaggiati, operavano quegli anni in quelle scuole.

E poi la prosecuzione, sempre più faticosa, della storia. Il passaggio alle autonomie scolastiche, i progressivi tagli, la difesa strenua da parte delle centrali cooperative e ancora, la diminuzione, l’anno scorso, del 25% degli importi se si voleva mantenere il servizio, l’impegno delle Giunte regionali per supplire ai tagli. Ma tutto ciò rischia di limitare e ritardare un declino, senza riuscire ad invertire l’andamento.

Perché ha senso raccontare non solo i problemi di oggi, ma anche l’origine? Perché ci dice come, quando il senso è chiaro e condiviso, è anche possibile superare i problemi che via via si pongono. Superare le diffidenze di cittadini aizzati, opposizioni di chi guardava con diffidenza l’ingresso di privati (?!) nelle scuole, trovare soluzioni innovative ai problemi giuridici che via via si pongono. Se la tensione invece si allenta, se si indebolisce il senso del partenariato tra amministrazioni locali e cooperazione per affrontare i problemi di esclusione lavorativa sul territorio, tutto diventa più difficile. Soprattutto nei momenti di restrizioni di bilancio. Uno dei grandi compiti del libro verde è proprio quello di rilanciare a gran voce le ragioni di questo patto.

Ancora su art. 12, 12 bis e art.14: un’opinione

Premessa: nel blog sono ospitati contributi, come questo, che non rappresentano la posizione di Federsolidarietà Confcooperative, ma che si ritengono utili per alimentare e sviluppare la discussione. Si pubblica qui la seconda parte di un intervento di Gianfranco Marocchi, che a partire da un precedente post (“recinti e pecore”) sviluppa il tema degli inserimenti attraverso gli articoli 12 e 12bis della legge 68/1999 e dell’art. 14 del D.Lgs 276/2003

A pagina 106 della relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999 si trova il numero di persone con disabilità avviate al lavoro tramite convenzione art. 12 (quello vecchio, sono dati 2007 e quindi anteriori al 12 bis che risale a dicembre di quell’anno) e articolo 14. Poniamo pure che il 12 bis abbia avuto un successo (?) paragonabile all’articolo 14. Dopo circa un decennio dalla loro introduzione, queste normative nella migliore delle ipotesi hanno riguardato forse l’1% delle persone svantaggiate inserite in  cooperativa sociale. Scontiamo le percentuali sui disabili in cerca di occupazione – quindi l’impatto effettivo degli strumenti in questione rispetto all’entità del problema su cui si propongono di intervenire – perchè il numero di zeri da mettere dopo la virgola diventa imbarazzante.

Certo va tributato ogni rispetto a chi, con lodevoli sforzi concertativi (probabilmente non senza un notevole mal di fegato nel convincere gli interlocutori di non essere in nessun senso malintenzionato), è riuscito a costruire le condizioni per creare qualche decina di opportunità occupazionali per persone con disabilità attraverso queste convenzioni. Anche un solo posto di lavoro è cosa massimamente degna. Ma così non va. O c’è un cambio di marcia o è meglio lasciar stare.

Già si è argomentato che recinti, deresponsabilizzazione delle imprese, cooperative sociali che assorbono tutta l’esclusione lavorativa, ecc. sono favole diffuse per ignoranza dei numeri o per interesse. I complessi e inevitabilmente macchinosi sistemi di “precauzioni” che caratterizzano questi strumenti riparano da rischi inesistenti. A questo punto delle due l’una: se si valuta – cooperative, sindacati, politica, associazioni di disabili – questo genere di strumenti potenzialmente interessanti, deregoliamoli per 5 anni. Completamente. No limiti di quote di copertura, no limiti su grado di disabilità, no limiti temporali, ecc. Dopo 5 anni, numeri alla mano, si potranno valutare i pro e i contro ed eventualmente apportare correttivi laddove dovessero insorgere distorsioni. Se invece i nostri interlocutori non sono convinti, se sindacati e diretti interessati – le associazioni di disabili – vedono in tutto ciò rischi persistenti, lasciamo stare. Serenamente. Se siamo noi gli unici a crederci, non ne vale la pena. Quasi che la cooperazione avesse, per caparbietà ideologica, un qualche interesse nel forzare l’introduzione di uno strumento che – non sappiamo se per limiti intrinseci o per la diffidenza da cui è circondato – non convince i nostri stakeholder e presenta i dati numerici sopra richiamati. Non spendiamo più lì energie (già ne abbiamo dedicate abbastanza rispetto ai risultati sopra esposti, non è probabilmente la battaglia prioritaria su cui giocare il nostro credito presso le istituzioni) e dedichiamoci a sviluppare le azioni grazie a cui inseriamo il 99% delle persone svantaggiate che lavorano presso le nostre cooperative.

Le alleanze, le reti, i rapporti

Siamo oggi giunti alla presentazione dell’ultimo dei sei temi su cui si articolerà la nostra discussione: le alleanze, le reti, i rapporti. Dimmi con chi parli e ti dirò chi sei. Con chi parlano le cooperative che si occupano dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate? Con ASL e servizi sociali o con i Centri per l’impiego? Con sindacati o con imprenditori? Con istituzioni pubbliche o con organizzazioni private e di terzo settore? A chi danno più facilmente del tu, di chi hanno il cellulare memorizzato sulla rubrica? Dell’assessore ai servizi sociali del comune o dell’assessore al lavoro della provincia? Di un sindacalista o di un rappresentante delle piccole e medie imprese del territorio?

Nessuna di queste diadi costituisce una alternativa (o l’uno, o l’altro), tantomeno connotata in termini di valore (rapporto “giusto” Vs. rapporto “sbagliato”), ma ragionare su cosa di fatto avviene ci aiuta a capire dove siamo collocati e ci permette di ragionare sulle alleanze e i rapporti da coltivare in relazione alle strategie per il futuro. Probabilmente è il caso di riflettere su una cooperazione sociale che anche quando lavora per l’inserimento lavorativo in molti contesti territoriali appare comunque sbilanciata verso l’area sociale e non integrata appieno nell’area occupazione – lavoro – impresa.

Accanto alle relazioni con gli stakeholder, dovremo interrogarci su i rapporti interni ai nostri sistemi: su quale sia in altre parole una relazione virtuosa tra cooperative di tipo B, cooperative di tipo A, reti consortili per realizzare al meglio l’inserimento lavorativo, alla ricerca di buone prassi e idee innovative.

In chiusura, piccolo un estratto del commento di Valerio di ieri: “… dovremmo renderci conto il nostro vantaggio competitivo nell’inserire i lavoratori che gli altri escludono non è frutto di bravura casuale o di iperprotezionismo normativo nè fiscale. Siamo più efficaci degli altri perchè portatori di un modello di gestione delle risorse umane che andrebbe brevettato. Noi non facciamo progetti di tecnica riabilitativa sulle singole persone (come altri metodi di inserimento lavorativo), noi assumiano la soggettività particolare del lavoratore escluso dal mercato come una variabile indipendente da cui partire per ricercare gli adattamenti tecnico organizzativi che permettano di continuare a garantire la sostenibilità produttiva