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Veneto: inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro

Si sintetizza di seguito il terzo lavoro realizzato da Federsolidarietà Veneto in preparazione del seminario del 15 marzo, relativamente al tema “inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro”.

Negli ultimi anni la cooperazione sociale ha realizzato una serie di interventi e servizi rivolti a fasce deboli del mercato del lavoro e della popolazione. Interventi e servizi, non solo quelli oggetto dell’attività della cooperazione sociale, vanno distinti in due categorie.

La prima categoria è formata dagli interventi a sostegno della occupabilità, cioè tutte le iniziative finalizzate a migliorare le competenze trasversali (autonomia di spostamento, elementi essenziali di informatica, uso di semplici attrezzature, conoscenza della normativa, …) e, soprattutto, l’inserimento nelle reti sociali ed economiche portatrici di opportunità di lavoro. In altri termini, i servizi per l’occupabilità hanno l’obiettivo di attrezzare la persona con capacità relazionali, contatti con il mercato attivo, conoscenze sui servizi e sulla normativa, competenze trasversali e tutto ciò che la può rendere più competitiva nelle fasi di transizione verso il lavoro. In questa categoria rientrano i tirocini, la formazione di base, i CLG, … .

La seconda categoria è costituita dai servizi per l’occupazione, cioè i servizi che facilitano e promuovono l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Nel nostro territorio risulta debole l’azione presso le aziende, i CpI non sembrano alimentare a sufficienza i  contatti con le aziende e con gli imprenditori mentre le Agenzie di Somministrazione sono sbilanciate verso gli interessi delle aziende, operando una scelta severa tra i lavoratori, dalla quale escono perdenti tutti quelli che non hanno un profilo socio-professionale solido.

In questa situazione, si vuole proporre un Sistema di Interventi per l’Occupabilità ed il Lavoro che raccorda le esperienze delle cooperative sociali in favore delle fasce deboli del mercato in un continuum di strumenti che possono essere messi in gioco a seconda delle necessità. In altri termini, si propone un dispositivo che comprenda gli strumenti sperimentati separatamente: doti per i lavoratori in CIG e Mobilità in deroga, inserimenti per lavoratori privi di ammortizzatori sociali, tirocini, CLG, PAI, … L’introduzione di un simile dispositivo svilupperebbe una modalità di accesso unitaria, basata sull’incrocio di variabili sociali, familiari, occupazionali finora considerate separatamente, con rischi di confusione anche normativa tra i diversi livelli di svantaggio e di povertà.

A questo proposito si fa riferimento a misure regionali (DGR n. 2472 del 4.08.2009 e DGR n. 427 del 23 febbraio 2010), concepite come contrasto alla crisi economica, relativi alla  realizzazione  di progetti di pubblica utilità attraverso l’utilizzo di lavoratori sprovvisti di ammortizzatori sociali, cofinanziati dalla al 50%. del costo del lavoro. I progetti presentati nel 2009 sono stati 57 e i lavoratori che ne hanno beneficiato sono stati 221, lavoratori che se non fossero stati inseriti nei progetti non avrebbero avuto alcun sostegno del reddito. Successivamente l’intervento è stata riproposto prevedendo l’ampliamento dei beneficiari a persone che sono in carico ai servizi sociali anche da molto tempo e che gli enti locali per finanziare la parte dell’intervento a loro carico possano avvalersi anche di contributi privati.

La proposta emersa dal gruppo di lavoro di Federsolidarietà è che questo tipo di intervento sia in collegamento funzionale con gli sportelli per il lavoro; si tratta di mettere insieme i servizi tesi a rinforzare la capacità di ricerca attiva del lavoro attraverso l’orientamento o le sue competenze in termini di formazione con quelli, previsti dalla citata DGR 427, che offrono una soluzione di breve periodo lavorativo che mette le persone direttamente in condizione di sperimentarsi in un’attività. Essendo questi due servizi attivi e promossi dalla rete delle cooperative sociali e Consorzi soci di Federsolidarietà, ha senso procedere con soluzione di continuità nella costruzione di un’offerta ancora più solida per questi beneficiari, immaginando un cantiere di gestione federativo che valorizzi le specificità e promuova l’efficacia/efficienza.

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Il caso Ravenna, dal SIIL al Patto per il Lavoro

Tra gli interventi proposti nel semianrio di Bologna sul Libro Verde, vi è stato quello di Massimo Caroli che segue queste tematiche per conto di Federsolidarietà Emilia Romagna. Il suo intervento, qui disponibile in forma completa, ha utilizzato l’esempio del consorzio Fare Comunità di Ravenna per evidenziare alcune strategie da mettere in atto sul fronte dell’inserimento lavorativo.

Oggi il consorzio gestisce il SIIL (Sostegno Integrato Inserimento Lavorativo) che grazie al lavoro di 23 operatori ha in questi anni realizzato circa 300 progetti di inserimento lavorativo all’anno, con un a media annuale di 80 assunzioni, per un totale di 700 nel periodo 2001-2009. Questi risultati sono stati ottenuti agendo su diversi fronti:

  • sostegno alle imprese per assolvere gli obblighi della legge 68/99;
  • progettazione di percorsi d’inserimento più idonei e maggiormente gratificanti per i lavoratori disabili e per le imprese;
  • periodi di formazione  e tirocini preparatori;
  • sostegno agli inserimenti con personale specializzato nella mediazione al lavoro.

E’ ora in via di costituzione un “Patto per il lavoro” con la partecipazione di CCIAA, AUSL  RA, Sindacati, consorzi di cooperative sociali del terrtiorio, 18 Comuni Provincia, INAIL, AICCON. Il “Patto” ha lo scopo di promuovere la responsabilità sociale di tutti i portatori di interessi, a partire dalle imprese, e di favorire processi quali:

  • adozione di clausole sociali o ambientali all’interno degli appalti;
  • adesione a codici di condotta da parte delle imprese con cui le autorità pubbliche entrano in relazione;
  • sostegno e promozione di forum di imprese responsabili.

Per ottenere ciò è necessario ri-articolare, in modo originale, il campo dell’azione pubblica, tradizionalmente organizzato rigidamente per settori e quindi con grandi difficoltà ad intervenire su questioni che si svolgono in contesti sempre più complessi e articolati e che coinvolgono una pluralità d’attori. E’ al contrario necessario porre al centro l’integrazione tra ambiti e settori di intervento per trovare “soluzioni” nuove e originali.

Il lavoro dei disabili: V Relazione al Parlamento sulla legge 68/1999

Ed infine è uscita, con sette mesi di ritardo, la quinta relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999.  I dati mostrano una flessione del numero di disabili avviati,  diminuiti da 31.535 nel 2007 a 28.306 (con 7.132 risoluzioni nel corso dell’anno) nel 2008 a 20.830 nel 2009 (con 4.403 risoluzioni), mentre sono oltre 700 mila i disabili iscritti alle liste speciali.

numero avviamenti

Questo dato risulta paradossale se si considera che sono circa 80 mila le posizioni lavorative scoperte da destinarsi a disabili nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni; eppure le multe nel 2009 sono state meno di 200.

numero disabili iscritti agli elenchi provinciali del collocamento obbligatorio

Si confermano di fatto di scarso rilievo gli strumenti dell’articolo 12 bis (36 in Italia nel 2009, 21 nel 2008) e 14 (125 nel 2009, 75 nel 2008), circa lo 0.5% degli svantaggiati inseriti nelle cooperative sociali italiane.

Scarica la V Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999:

 

Al centro delle politiche attive del lavoro (3/3)

Ecco la terza e ultima parte del contributo di Gianfranco Marocchi. I primi due pezzi sono stati pubblicati nei due giorni scorsi (parte 1 e parte 2). L’articolo da cui questi ragionamenti sono tratti è scaricabile qui.

Ecco perché il libro verde è importante. Perché rappresenta la volontà della cooperazione sociale di porsi nuovamente al centro delle politiche del lavoro. Ma per riuscirci è necessario riuscire a riposizionarsi al centro del dibattito e quindi accantonare da convegni, seminari, articoli, molti dei temi che hanno caratterizzato la fase precedente;  e forse, senza tralasciare l’impegno quotidiano, anche nell’operatività e nelle relazioni, provare ad investire maggiormente su alcuni temi caldi delle politiche del lavoro. Magari non su tutti, ma su molti di questi, la cooperazione sociale ha da dire cose originali e innovative:

  • gli strumenti verso il lavoro: dal collocamento privato alla somministrazione, dai tirocini e gli altri strumenti per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro ai servizi per l’impiego, la cooperazione sociale possiede specificità e competenze che altri soggetti non hanno. Sa come ci si rapporta con i soggetti deboli, sa cos’è l’impresa, sa cosa sono i percorsi di inserimento e sa che non si chiudono (ma iniziano) al momento dell’assunzione. Queste cose la cooperazione sociale ce le ha nel sangue come nessun altro;
  • i problemi occupazionali emergenti: il mercato del lavoro evolve e mutano le sue criticità; si pensi all’inquadramento delle assistenti familiari o all’inserimento di categorie che si dimostrano particolarmente soggette ad esclusione dal mercato del lavoro, come i giovani alla ricerca del primo impiego, i lavoratori ultraquarantenni dequalificati espulsi dal ciclo produttivo, le donne con problemi rilevanti di conciliazione tra lavoro e impegni di cura. Molte di queste cose la cooperazione sociale le fa e basta, senza essersi mai posto il problema di teorizzarle (ma forse è ora il caso di farlo);
  • il lavoro e l’impresa: nel momento in si riflette sul codice della partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa, su bilanci sociali e responsabilità sociale, si affrontano tematiche che provengono esplicitamente dal mondo cooperativo;
  • le risposte alla crisi e le esigenze di rilancio occupazionale vedono in alcune esperienze di impresa sociale come esempi eccellenti di buone prassi, che vanno studiate, rilanciate e diffuse (tra cui alcune già segnalate in questo blog);
  • una flessibilità che non significa mancato rispetto del lavoratore: il dibattito, per molti versi sconcertante, che ha portato agli accordi di Pomigliano e Mirafiori, impatta su temi (dedizione e coinvolgimento dei lavoratori, flessibilità, concertazione delle politiche di investimento) su cui la cooperazione ha saputo offrire risposte ben lontane da quelle che oggi stanno spaccando ulteriormente la nostra già disarticolata società;

Si potrebbe continuare, ma il senso è chiaro:

  1. vanno individuati i temi centrali del mondo del lavoro; va acquisita e diffusa all’interno del mondo cooperativo la coscienza tali questioni;
  2. va recuperata a livello culturale, attraverso le strutture di rete della cooperazione sociale, la consapevolezza del patrimonio di risposte che il nostro sistema ha in proposito;
  3. vanno, ancor prima che enunciate ricette teoriche, sperimentate sul territorio delle proposte e delle soluzioni, in cui la cooperazione è parte attiva di un dibattito e delle azioni che ne seguono;
  4. va rinnovata l’azione, culturale e politica, di diffusione delle buone prassi e di elaborazione teorica a partire da queste, per riposizionare la cooperazione al centro del dibattito.

Certo significa che chi si occupa di lavoro dovrà forse interloquire di meno con gli assessori ai servizi sociali e un po’ di più con assessori al lavoro, rappresentanze datoriali, sindacati, centri per l’impiego, ecc. Ma se si ha consapevolezza di avere cose interessanti da dire – ed è così – non si tratta di una missione impossibile.

Al centro delle politiche attive del lavoro (2/3)

Continua oggi la pubblicazione del contributo di Gianfranco Marocchi “Al centro delle politiche attive del lavoro”. Qui la prima parte, pubblicata ieri.

In realtà, proprio mentre stava riscuotendo i maggiori successi, la cooperazione sociale iniziava ad esporsi al rischio di marginalizzazione.  Facciamo un passo indietro.

Nel 1997 la legge Treu (196/1997) aveva iniziato ad introdurre diverse misure di promozione dell’occupazione: dalla prima introduzione della somministrazione, a norme regolative su apprendistato, formazione, tirocini oltre che i già citati LSU. Nello stesso anno il D.Lgs. 469/1997 introduce il collocamento privato. Le politiche attive del lavoro si sono messe in moto, iniziano ad essere introdotti gli strumenti che negli anni successivi costituiranno il centro del dibattito.

Il centro del dibattito, appunto. Che si sposta su altri temi. Flessibilità e diritti, la flexsecuruty, l’interinale sì o no e quando, i servizi per l’impiego e la loro efficacia o meno, il collocamento mirato e così via. Il centro del dibattito non è più quello del decennio precedente, cui la cooperazione sociale è rimasta ancorata. Forse con qualche responsabilità: quella di aver ritenuto che fosse propria vocazione concentrarsi sull’articolo 4 della 381/1991, semmai cercando di conseguire strumenti “ad hoc” (articolo 12 della 68/1999 e poi articolo 14 del 276/2003) invece che di avere un ruolo negli strumenti generalisti. E ciò è avvenuto non solo  a livello di lobbying politica, quanto di concreta pratica nei territori.

E intanto il mondo andava avanti e il dibattito sulle politiche attive del lavoro pure. Anche in questo caso solo un esempio: il 276/2003, nell’applicare la legge Maroni (30/2003),  assegna alle agenzie di lavoro interinale (!) un ruolo pari e forse superiore a quello delle cooperative sociali nelle azioni di inserimento e reinserimento dei soggetti deboli (art. 13). Intanto le clausole sociali incontrano percorsi via via più accidentati e gli enti locali sembrano sempre più interessati a risparmi di breve periodo più che a politiche di sviluppo dell’inserimento lavorativo. La legge 68/1999, oltre al sostanziale fallimento dell’articolo 12, registra un ruolo di fatto marginale della cooperazione sociale nell’articolo 11, in cui pure, come si è visto ieri, la cooperazione sociale era citata.

Ciò ovviamente non esclude che la cooperazione sociale sia portata come esempio di storie esemplari, ma il pallino è passato altrove.

Domani le conclusioni dell’articolo, con le proposte per cosa concretamente fare da oggi in avanti.

Al centro delle politiche attive del lavoro (1/3)

Questo e i successivi due post sono dedicati ad un articolo di Gianfranco Marocchi e costituiscono un adattamento e aggiornamento del capitolo “Inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro” pubblicato nel 2006 nel Rapporto “Le questioni aperte” e poi in un articolo su impresa sociale.

Distinguiamo due questioni: il fatto che l’inserimento lavorativo sia encomiabile (certamente fuori discussione) ed encomiato (abbastanza fuori discussione) e il fatto che l’azione che le cooperative sociali svolgono si posizioni o meno al centro del dibattito sulle politiche attive del lavoro. Si può essere infatti oggetto di incondizionata ammirazione, ma al tempo stesso rischiare di essere confinati, dal punto di vista della definizione e delle sviluppo delle politiche, in una nicchia. Il rischio maggiore, in questi ultimi anni, è proprio questo.

Partiamo dal dire che a partire dalla metà degli anni ottanta e per un decennio, al contrario, la cooperazione sociale si guadagnò una posizione centrale e strategica nelle politiche (allora non così attive) del lavoro. In un panorama in cui esisteva il lavoro senza crescita e integrazione (il vecchio collocamento obbligatorio della 486/1968) e la crescita senza garanzia di lavoro (formazione professionale), la cooperazione sociale – che offriva insieme reddito, integrazione sociale, crescita personale – ebbe un effetto dirompente. Sviluppatasi a ritmi sostenuti  e (auto)riproducibile attraverso meccanismi di rete, innovativa, imprenditoriale – antitetica all’assistenzialismo – la cooperazione sociale è stata da subito in grado di agire con limitato esborso di risorse pubbliche e di creare cultura intorno alla propria esperienza. E soprattutto, appunto, si è dimostrata innovativa nello scenario degli interventi che a tempo si utilizzavano per supportare il reperimento del lavoro di chi non riusciva a trovare occupazione.

Chi ricorda quella fase ha ben presente come la cooperazione sociale di inserimento lavorativo venne “scoperta” dai media, che inziarono a dedicarle spazio, dagli enti locali, che inaugurarono significative politiche di convenzionamento ai sensi dell’articolo 5 e come guadagnò l’attenzione del legislatore. Un esempio per tutti: a metà degli anni novanta una delle maggiori questioni aperte nelle politiche del lavoro era l’inquadramento dei lavoratori socialmente utili (LSU). A ben vedere, la cooperazione sociale sarebbe potuta non c’entrare più di tanto; in fondo non si trattava di svantaggiati compresi nella 381/1991, di disabili o di tossicodipendenti. Eppure, la norma che mette mano alla questione (D.Lgs 468/1997) mette in mano la soluzione a due soggetti: “I progetti … possono essere promossi dalle amministrazioni pubbliche … dagli enti pubblici economici, dalle societa’ a totale o prevalente partecipazione pubblica e dalle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, e loro consorzi”. Notevole, vero? L’apprezzamento per il lavoro svolto dalla cooperazione sociale, i meriti guadagnati sul campo con gli svantaggiati e soprattutto la sua centralità nel dibattito sulle politiche attive del lavoro, erano tale che il legislatore la individò, accanto ai soggetti pubblici, come l’attore naturale delle azioni per intervenire su una delle maggiori questioni occupazionali di quel momento. Lo stesso legislatore, un anno dopo, nella definizione dei meccanismi di collocamento mirato dei disabili, oltre ad introdurre l’articolo 12 di cui già si è parlato nel blog, riserva un ruolo alla cooperazione sociale nel punto centrale della legge, nelle convenzioni di cui all’articolo 11 che costituiscono il principale strumento operativo dei servizi pubblici per l’impiego.

Non si trattava (solo) di capacità di lobbying dei responsabili del movimento cooperativo. Questa attenzione derivava da un effettivo posizionamento della cooperazione sociale al centro delle politiche del lavoro, accreditata dall’avere inventato, sperimentato, affermato e diffuso una soluzione prima inesistente, capace di mettere insieme occupazione e crescita, imprenditorialità e vantaggio pubblico.

Il seguito della storia domani…

Auguri, buon Natale, buon 2011

Da ora in avanti basta classici. Il blog si concede un a settimana di stop per le vacanze natalizie (prossimo post il 3 gennaio 2011), e dopo toccherà di nuovo ai cooperatori di oggi. Come post di saluto si segnala un bello speciale nel numero 50 di Vita: “Questo lavoro fa per noi” (n.b.: 4MB). Il titolo introduce l’esame di una delle criticità del mercato del lavoro italiano: 400 mila disabili disoccupati, mentre sono 100 mila le posizioni lavorative scoperte sulla base di quanto previsto dalla legge 68/1999. Questo avviene non per l’arretratezza della normativa, che al contrario è ritenuta tra le più avanzate, ma per fattori quali la poca frequenza dei controlli che porta molte imprese a disattendere l’obbligo e dai bassi importi con cui le aziende possono richiedere l’esonero dall’inserimento.

Alcune forme di disabilità, viene ricordato nell’articolo, soffrono di una esclusione ancora più forte: «ci sono disabili e disabili: le difficoltà maggiori nella ricerca – e nel mantenimento – di un posto di lavoro le incontrano i disabili psichici. «Su di loro c’è il pregiudizio più pesante», osserva Barbieri della Fish. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che entro il 2020, trale persone con disabilità, il 50% della popolazione attivae in cerca di lavoro sarà composto da disabili psichici. E già ora sono quelli con le percentuali di inserimento più basse»

Lo speciale, dopo avere ricordato i numeri relativi all’occupazione dei disabili, riporta alcune testimonianze tra cui quella del nostro blog e di alcune cooperative sociali che inseriscono disabili. Emergono molti problemi aperti, ma anche storie positive che dimostra come l’inserimento sia possibile: quella del comico David Anzalone, recentemente intervenuto tra l’altro nella fortunata trasmissione “Vieni via con me”.

Bene, arrivederci a tutti, prossimo post il 3 gennaio. Buon Natale, buon 2011!

Si ricorda il seminario “Pubblici poteri e cooperazione sociale. Servizi pubblici locali e governance delle politiche” a Roma il 20 gennaio prossimo!

Lavori socialmente utili e imprese socialmente utili

Finiamo la carrellata dei classici con questo articolo “Socialmente utile: dallo slogan all’azione di impresa“. Si tratta di un concetto che si ritrova spesso negli articoli di quegli anni. Da una parte i lavori socialmente utili erano invocati da diverse parti come risposta “avanzata” alla crisi occupazionale: richiedevano comunque che i beneficiari si impegnassero in attività lavorative (a suo modo, quindi un misura “attiva”) e comprendevano un beneficio per la comunità locale consistente nel lavoro svolto; d’altra parte si rimarcava come spesso questi cantieri si risolvessero in lavoro fittizio e improduttivo, un sussidio assistenziale mascherato da lavoro.

A questo proposito il redazionale di Impresa sociale curato da Stefano Lepri prima richiama una pubblicazione della Fondazione Agnelli, per poi formulare una propria proposta: “[in uno studio della Fondazione Agnelli si afferma che] l’alternativa è tra il sussidio senza lavorare, con tutti i problemi di emarginazione e di inutilità sociale, o un lavoro retribuito in parte con denaro pubblico. Da un punto di vista sociale ed economico, la seconda soluzione appare preferibile, anche se dovesse svolgersi in lavori di pubblica utilità e modestissimo valore aggiunto. Tuttavia va respinta la presa in carico diretta o indiretta (cantieri di lavoro) da parte delle Amministrazioni pubbliche, perché essendo queste, di fatto, prive di reali strumenti di controllo sull’attività lavorativa di queste persone (ivi compresa la possibilità di licenziare chi non lavora, lavora male o è assenteista) il tutto sarebbe destinato a risolversi in alto rischio di nuove sacche di parassitismo sociale. L’unica soluzione che può assicurare una qualche produttività è quella di far assumere queste persone, il cui salario è in gran parte pagato dalla mano pubblica, da imprese: ma che siano imprese (private o cooperative) vere, solide, finalizzate al business e capaci di governare la forza lavoro”. Pur senza negare la possibilità che anche le imprese tradizionali possano essere coinvolte in azioni di riassorbimento di forza lavoro marginale, l’esperienza di questi ultimi vent’anni (che ha visto il sostanziale fallimento delle diverse forme di “collocamento obbligatorio”) porta a credere che tali azioni possano essere meglio condotte da “imprese socialmente utili”, quali sono le cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Nell’articolo seguente Bruno Manghi scrive in proposito: “attraverso un’occupazione di emergenza si può rientrare nel mercato del lavoro. Ciò riguarda una parte dei disoccupati tendenzialmente di lungo periodo. Ma ciò implica che il lavoro d’emergenza sia “ben fatto”, che reinserisca culturalmente nel ciclo produttivo. Occorre insomma che sia organizzato, il che può avvenire solo se una forma d’impresa (sia essa una cooperativa, un’impresa artigiana o industriale) sostituisce il cantiere malamente affidato alla gestione burocratica. I lavori socialmente utili sono quindi quelli che si inseriscono in imprese socialmente utili, capaci comunque di confrontarsi con il mercato e non fornitrici privilegiate di un unico committente. Le imprese sociali si candidano  perfettamente a questo compito.” Insomma, lavori socialmente utile in imprese socialmente utili: “tutto converge verso uno spostamento di risorse a favore delle politiche attive del lavoro (tralascio qui la spinosa questione della formazione professionale).  Ma in tal caso il ruolo pubblico muta e diventa strategico saper misurare gli effetti dell’intervento e cambiare rapidamente le scelte. Anche per questo la dimensione locale risulta l’unica praticabile, e il ruolo del privato sociale diventa prezioso.”

Eurostat e l’inattività delle italiane

In questi giorni Eurostat ha rilasciato i dati aggiornati sui tassi di attività, la quota di persone cioè che si pongono sul mercato del lavoro. Dati positivi, visto l’incipit: “nel 2009 il numero di persone inattive a raggiunto un nuovo minimo del 28.9% nell’Unione Europea, continuando il trend degli scorsi anni. Questo positivo sviluppo è largamente dovuto all’incrementata partecipazione delle donne al mercato del lavoro…”.

Vediamo sinteticamente alcuni degli elementi emersi:

  • i dati sull’Italia evidenziano un tasso di inattività superiore a quello degli altri grandi paesi europei e ciò è chiaramente legato ai minori tassi di attività femminili;
  • in generale in Europa “tra le donne tra i 25 e i 54 anni i tassi di inattività salgono per le donne che hanno figli sotto i sei anni: 31.3% di inattive contro il 19.4% di coloro che non ce l’hanno”, dinamica opposta a quella riscontrabile tra gli uomini;
  • ci sono circa 16 milioni di europei in qualche modo interessati al lavoro (non si sta parlando quindi, ad esempio, di studenti interessati solo a studiare) che per diversi motivi non lo cercano o non ritengono di poter lavorare, fenomeno che comprende aspetti diversi, dalla sfiducia rispetto alle proprie possibilità alla constatazione di proprie situazioni familiari che non consentono di lavorare.

La cooperazione sociale è pienamente inserita nei tentativi di risposta a questa situazione; per l’alta componente di lavoro femminile, legata certo alla tradizione del lavoro di cura, ma anche, come diverse ricerche hanno dimostrato, alla capacità di mettere in atto strategie di flessibilità organizzativa non comuni in altre imprese; per la partecipazione a progetti che combinano servizi per l’impiego e supporti per alleviare i compiti di cura familiare, ad esempio con voucher per l’acquisto di prestazioni; per una sensibilità dimostrata dalle cooperative di inserimento lavorativo ad inserire donne con carichi familiari in quella quota di svantaggio non riconosciuto che è stata più volte riscontrata. Sicuramente una esperienza da valorizzare adeguatamente nel libro bianco.

Inserimento lavorativo oltre le B: un possibile esempio

Numerosi contributi di questo blog hanno messo in luce la necessità di interrogarsi su funzioni di inserimento lavorativo che vadano oltre gli orizzonti delle cooperative di tipo B. Proviamo oggi, attraverso l’illustrazione di una buona prassi, ad affrontare il possibile ruolo dei servizi di collocamento rivolti ad assistenti familiari e alle famiglie che fruiscono delle loro prestazioni. Si tratta di un lavoro nella maggior parte dei casi de professionalizzato, dove la famiglia può trovarsi da un giorno all’altro priva di servizio per malattia, assenza o diverse scelte personali e professionali dell’assistente, e in cui quest’ultima opera in un contesto completamente privo di garanzie. Una buona prassi che affronta tali problematiche ricorrendo a servizi di collocamento realizzati a partire dalla particolare sensibilità delle cooperative sociali è quella del consorzio Moltiplica di Perugia illustrata nel corso dell’ultimo workshop di Iris Network a Riva del Garda.

Le cooperative del consorzio si occupano di regolarizzare il lavoro sommerso, formare le assistenti che svolgono il lavoro di cura, selezionare le assistenti, offrire un servizio di intermediazione alle famiglie, nonchè provvedere alla sostituzione dell’assistente in caso di sua assenza.
Dal 2009 un partenariato tra Consorzio Moltiplica, Confcooperative e Confcommercio fa nascere il progetto Casamica. L’ente locale contribuisce all’azione intervenendo nell’abbattimento di alcuni costi legati al servizio offerto dalla cooperativa, favorendo le famiglie sul versante della contribuzione e assicurando all’assistente privo di formazione l’affiancamento di un operatore socio sanitario che svolge una funzione di tutoraggio soprattutto in situazioni di non autosufficienza. Questo intervento consente anche di prevenire eventuali situazioni critiche legate all’improvviso abbandono da parte dell’assistente familiare. Tutto ciò è regolato da un Accordo di Collaborazione (art. 119 del d.lgs 267/2000) tra soggetti pubblici e privati.  Ad oggi sono 654 le famiglie che dal 2004 sono state seguite attraverso il progetto; 186 oggi sono attualmente seguite mentre sono circa 200 i pacchetti formativi attivati.