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Non solo inserimento in cooperativa: il futuro dei lavoratori svantaggiati

Di Sara Depedri
Il ruolo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo può essere individuato, genericamente, nella formazione dei lavoratori svantaggiati non solo per un recupero delle loro abilità lavorative, ma anche per un inserimento effettivo nel mercato del lavoro. Sull’analisi del ruolo e dei risultati raggiunti dalle cooperative sociali italiane hanno riflettuto recentemente due ricerche realizzate nel 2006 da un network universitario coordinato dall’Università di Trento e nel 2009 da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises con sede a Trento) su campioni rappresentativi di cooperative sociali di inserimento lavorativo rispettivamente in Italia e in alcune province del Nord. I dati cui le ricerche giungono  pongono in luce un fenomeno che sta offrendo oggi concrete opportunità occupazionali ai lavoratori svantaggiati inseriti, seppur con ancora alcuni limiti e qualche difficoltà.

Un primo dato interessante emerge dalla differenziazione dei settori di attività in cui le cooperative di inserimento lavorativo oggi operano: non solo, anche se prevalentemente, settori a basso profilo formativo e bassa specializzazione come il settore del verde, la raccolta rifiuti e il settore delle pulizie, ma anche in modo crescente il settore manifatturiero-industriale, l’agricolo, la ristorazione e l’informatica. Inoltre, e soprattutto, molte cooperative hanno l’obiettivo esplicito di inserire i lavoratori all’interno della cooperativa possibilmente solo a fini formativi per poi accompagnarli sul mercato del lavoro aperto (obiettivo del 18% delle cooperative sociali di tipo B italiane e del 26% di quelle attive al Nord) o quantomeno prevedono percorsi differenziati che conducono all’inserimento interno o esterno alla cooperativa a seconda della tipologia di svantaggio e delle caratteristiche del soggetto inserito (politica che caratterizza il 52.2% delle cooperative sociali italiane ed il 39.4% di quelle del Nord).

Questa varietà di percorsi formativi e professionalizzanti e di settori di attività ha condotto ad ampliare le possibilità di assunzione dei lavoratori svantaggiati anche di lungo periodo e presso altre organizzazioni. Dalle ricerche condotte, il 74% dei soggetti svantaggiati inseriti risultava assunto in cooperativa con contratto a tempo indeterminato e questo dato dimostra già una volontà dell’organizzazione di tutelare la posizione lavorativa nel lungo periodo qualora non si aprano soluzioni occupazionali alternative. Inoltre e soprattutto, tra i lavoratori intervistati nelle province del Nord che nel 2007 hanno terminato il loro percorso di inserimento lavorativo nelle cooperative, ben il 52,3% ha trovato un’occupazione all’esterno dell’organizzazione, prevalentemente presso imprese for-profit (la metà di tali lavoratori), ma anche in altre tipologie di imprese e solo secondariamente in altre cooperative o in enti pubblici.

Tali dati indicano complessivamente una discreta capacità di collocamento sul mercato aperto grazie all’esistenza di relazioni con il contesto imprenditoriale locale. Non stupisce quindi che alla domanda sulla fattibilità dell’inserimento esterno, la maggior parte delle cooperative (41%) sostenga che sia possibile solo instaurando forti legami con le imprese locali e solo per alcune categorie di svantaggio più facilmente inseribili in contesti non protetti. La probabilità di non giungere a conclusione del progetto o di collocamento esclusivo all’interno della cooperativa risulta infatti notevolmente più elevata per i disabili psichici (per cui vale la legge sul collocamento obbligatorio) e fisici e dei tossicodipendenti e per le prime due tipologie di disagio è più elevata anche la probabilità di essere inseriti in un ente pubblico (Legge 68/99).

Un quadro, in conclusione, che induce a considerare le cooperative sociali come efficaci attori per l’inserimento dei soggetti svantaggiati sul mercato del lavoro aperto. Ma affinché questa efficacia cresca ulteriormente è necessario il rafforzamento di partnership con possibili imprese interessate all’assunzione dei soggetti formati; partnership che possono essere inoltre un metodo per superare le crescenti difficoltà generate dalla crisi economica ed occupazionale.

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Gorizia, un’alleanza per l’inserimento lavorativo e l’integrazione sociale

Una delle buone prassi presentate il 20 gennaio nel seminario di Roma riguarda un complesso di interventi attivati dal consorzio Il Mosaico di Gorizia – Udine in partenariato con le Aziende Sanitaria Locali, che hanno come oggetto interventi di integrazione sociale e lavorativa in particolare di persone con problematiche di salute mentale.

Il punto di partenza è costituito dal Progetto Riabilitativo Personalizzato (PRP) che è redatto congiuntamente da Consorzio e Azienda sanitaria. Il PRP è uno strumento di programmazione degli interventi riabilitativi stabiliti a partire dai reali bisogni della persona in carico, cui sono assegnate un insieme di risorse anche economiche (Budget di salute); dunque ogni PRP è accompagnato da una “dote” che permette l’attuazione del progetto stesso. L’insieme di questi budget costituisce quindi il budget dell’intero intervento, consentendo di porgrammare e sostenere gli interventi e gli investimento che si sonocomunemente decisi.

Il progetto si articola su tre assi principali: quello della salute / socialità, quello del lavoro e della casa. Rispetto al lavoro, dal confronto tra partner è derivato l’orientamento ad investire su determinati settori che sono stati ritenuti particolarmente appropriati per favorire l’inserimento lavorativo; ciò ha avuto come esito la costituzione di alcune cooperative sociali ad oggetto plurimo, in particolare su settori aperti al mercato (una trattoria, un laboratorio con negozio annesso, un’azienda agricola, oltre alla gestione di un parco naturale e recentemente di un maneggio). Oggi sono occupate circa 80 persone svantaggiate in queste attività.

Il lavoro è un tassello di un progetto più ampio, che, oltre agli aspetti di cura e supporto psicologico e psichiatrico, comprende un’azione specifica per assicurare l’autonomia abitativa, garantita attraverso la disponibilità di 20 appartamenti che si aggiungono a 35 posti presso strutture comunitarie.

L’asse sulla socialità prevede l’attivazione ed il sostegno di una iniziative finalizzate a facilitare e rendere prassi quotidiana la frequentazione di contesti di relazione comunitaria. Facilitata forse dalla distribuzione demografica (comuni piccolissimi, spesso anche frazioni) punta anche ad intervenire rispetto alla rimozione dello stigma ancora presistente rispetto ai temi della malattia mentale.

Dal macro al micro, dati dal seminario di Milano

Nel seminario di Milano del 10 febbraio è intervenuta Sara Depedri, dell’Università degli Studi di Trento, che ha presentato alcune slide in cui si riassumono dati delle ricerche di Euricse e di altri enti. Nei prossimi giorni saranno pubblicati alcuni articoli che approfondiscono nel merito i temi, per cui ci si limita oggi e illustrare la struttura della presentazione ed alcuni dati.

Viene proposta in primo luogo un’analisi macro (slide 5-7), in cui sono richiamati i principali dati sul numero di svantaggiati inseriti, sulle categorie di svantaggio e, per quanto possibile, sull’evoluzione di questi numeri. L’ultima indagine sull’universo delle cooperative risale al 2005 (Istat) e documentava l’inserimento di oltre 39 mila persone svantaggiate, oltre il 54% dei lavoratori delle cooperative di tipo B.

Le successive slide sono dedicate ad aspetti micro; si inizia con l’analisi dell’organizzazione, dove emerge l’orientamento a aumentare e differenziare le categorie di svantaggio inserite, la prevalenza di rapporti a tempo indeterminato e lo stretto rapporto con i servizi pubblici invianti. La grande maggioranza delle cooperative lavora attraverso progetti individualizzati e prevede un tutor nonché, in più della metà dei casi, un responsabile sociale degli inserimenti lavorativi. Rispetto agli esiti dei percorsi di inserimento, nella maggior parte dei casi la scelta tra integrazione stabile in cooperativa e inserimento all’esterno è fatta sulla base delle caratteristiche di ciascuna persona e della ricettività del mercato.

I dati esposti consentono quindi di individuare come tra i lavoratori non certificati come svantaggiati vi è un gruppo, caratterizzato da bassa istruzione, provenienza dalla condizione di disoccupazione e età non più giovane che è portatrice di caratteristiche che espongono al rischio di esclusione di lungo periodo dal mercato del lavoro.

Le ultime slide, (dalla 20 in poi) sono dedicate ad aspetti motivazionali e mettono il luce le diverse sfumature economiche, relazionali di altro genere alla base della scelta di operare nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Venerdì si è parlato di inserimento lavorativo a Torino e a Firenze… Oggi si parla di Libro Verde in Sardegna

15 marzo, tocca al Veneto

Federsolidarietà Veneto ha fissato per il 15 marzo il proprio seminario di discussione sul Libro Verde, che approfondirà il tema “Inserimento lavorativo, mercato, impresa“. Di seguito è riportato un documento elaborato su questo argomento dalla Federazione Veneta in preparazione all’incontro.

Inserimento lavorativo, mercato, impresa

Prima di tutto è necessario soffermarsi sulle caratteristiche di intervento delle cooperative d i tipo b:

  • quelle orientate maggiormente a un lavoro di accoglimento e transito in cooperativa (e quindi più vicine all’intervento alla persona e più attente quindi agli strumenti di politiche attive del lavoro – modello emiliano);
  • quelle caratterizzate da una più marcata attenzione al mercato (modello veneto – lombardo).

Tra le caratterizzazioni di queste ultime c’è una netta distinzione tra quelle che operano sostanzialmente nel mercato dei servizi o produzione per l’ente pubblico (la maggioranza) e quelle che operano nel mercato, evidenziando che tale caratterizzazione qualifica ulteriormente la capacità di far sintesi tra le regole di mercato e l’accoglienza lavorativa delle persone svantaggiate. Si è comunque registrato che esperienze significative di collaborazioni con clienti committenti privati siano più facili e duraturi con le aziende grosse e con marchi importanti con cui poter tradurre con numeri significativi il collocamento di persone svantaggiate; più stentata la situazione registrata tra le piccole realtà che stanno soffrendo la crisi generalizzata e che spesso si trovano a dover ricostruire offerte di servizi per continuare nella sopravvivenza.

Si è annotato successivamente il sostanziale fallimento dell’applicazione degli art. 12, 12 bis e 14, suffragato dai dati generali emersi tra quelli consegnati e questo a causa di evidenti variazioni di mercato, dall’aumento delle aziende in crisi, dalle deroghe ottenute, ecc. Si ritiene possano esserci ancora buone opportunità da esplorare spingendosi nei territori ove operano le grandi aziende, che, come detto prima, riescono con maggior facilità a comprendere il valore e il vantaggio complessivo di operazioni di questo tipo. Permane la necessità comunque di rivedere gli attuali schemi di applicazione particolarmente gravosi e la forte resistenza delle associazioni di rappresentanza delle persone invalide. Inoltre le Provincie, che hanno competenza in ciò, non supportano adeguatamente tali iniziative.

Molto spazio è stato dato all’approfondimento circa il concetto di sostenibilità aziendale che naturalmente può trovare diversa declinazione all’interno di ogni realtà. In sostanza si evidenzia la necessità di dare un indirizzo (il più persuasivo possibile) alle cooperative (soprattutto quelle piccole e piccolissime) nel mirare o individuare strategie di crescita, accorpamento, fusione tra varie realtà, al fine di poter organizzare con competenza, qualità e conseguente competitività la propria proposta di produzione di beni o servizi.

Tali risultati sono raggiungibili anche attraverso la partecipazione in Consorzi, con l’accortezza però che sia ben chiara e condivisa la natura imprenditoriale degli stessi (consorzi di scopo o di sole tipo b) e che abbiano un’adeguata autonomia dagli ambiti politici di rappresentanza associativa garantita invece all’interno delle federazioni.

Meno marcata la discussione sul concetto di territorialità e su quali debbano essere le strategie imprenditoriali di crescita in altri mercati o territori, ovvero il rispetto delle altre realtà cooperative che già operano in altre zone ove viene bandita una gara o si viene invitati alla partecipazione per una selezione o per un’eventuale sostituzione delle stesse. Qui il dibattito sulla concorrenza tra le tipo b è completamente aperto, serve buon senso ma rigore, va premiato chi ha saputo predisporre un’organizzazione di servizio migliorativa e all’avanguardia, ma non possono essere abbandonate quelle più indietro in tale percorso. Si torna all’invito precedente, mettere cioè tutte le cooperative nella condizione di poter crescere e migliorare, prima che il mercato e la selezione voluta (ad esempio negli enti pubblici) attraverso le gare agiscano inesorabilmente.

Si è rilevata inoltre la necessità di proseguire nel lavoro di riconoscimento dell’allargamento delle categorie di svantaggio, vista il perdurare della critica situazione economica che di fatto crea continuamente nuovi disoccupati cui spesso siamo chiamati a dare risposte di lavoro. Fasce deboli da sempre presenti nella nostra società e queste nuove povertà sono in forte aumento: vanno definite le misure a sostegno a queste persone.

Dalla Puglia, un’esperienza e alcune domande

Si pubblica oggi un’altra delle esperienze raccontate durante il seminario di Federsolidarietà Puglia del 24 gennaio, quella della cooperativa Tasha; se ne sintetizza di seguito l’intervento, in cui vengono poste alcune questioni generali relative agli esiti dei percorsi di inserimento nelle cooperative B.

Tasha è una cooperativa di tipo B che da oltre 10 anni realizza servizi di gestione del randagismo canino. L’attività è iniziata  con tre soci lavoratori mentre oggi i soci lavoratori e dipendenti sono oltre 20. Nei primi anni le attività di inserimento lavorativo riguardavano soprattutto tossicodipendenti ed alcolisti, oggi invece sono inseriti anche soggetti in trattamento psichiatrici, disabili fisici, ex detenuti e molte persone che hanno gravi situazioni socio economiche; gurda con favore la possibilità di ampliamento delle categorie svantaggiate secondo i regolamenti comunitari. La cooperativa ha ottenuto un contratto di servizio con l’amministrazione comunale per quindici anni per realizzare e gestire il canile sanitario di Bitonto e l’anagrafe regionale oltre che a realizzare un progetto di PET therapy con un gruppo di utenti psichiatrici.

Un problema su cui è stata richiamata l’attenzione dei presenti attiene la fase di conclusione del progetto individualizzato e alla possibilità di successiva ricollocazione. Al termine del progetto, secondo l’esperienza della cooperativa, ci si trova ad un bivio: espellere gli svantaggiati (che rischiano di ricadere nell’esclusione) garantendosi una ciclicità delle persone inserite o inserire definitivamente tali soggetti nel proprio processo produttivo con il rischio di non poter più rispettare il vincolo del 30% e eliminando la possibilità di realizzare un turn over finalizzato alla “formazione on the job”. O in alternativa la cooperativa deve assicurarsi delle nuove commesse crescendo in maniera esponenziale. Ciò in un sistema economico-produttivo attualmente in forte crisi, rende veramente difficoltoso ricollocare in contesti produttivi ordinari. Così accade che molte persone a fine percorso tornano in carico ai servizi sociali locali e i risultati del percorso di inserimento lavorativo sono vanificati dai disagi legati alla perdita del reddito.

Altro problema è quello legato all’inserimento di lavoratori non più giovani, con famiglie o persone a carico e/o con passai problemi problemi di dipendenza, oppure ex detenuti. La pubblica amministrazione in questi casi  quando non può più rilasciare, da un certo momento in avanti, la documentazione che ne attesta lo stato di svantaggio, mettendo ancora una volta la cooperativa di fronte al bivio di cui sopra; senza tener conto del fatto che anche gli sgravi contributivi vengono azzerati e che se si scende al di sotto del 30 % con il numero degli inseriti la cooperativa rischia di perdere l’iscrizione all’Albo regionale con conseguenze chiaramente abbastanza gravi per la gestione delle convenzione e dei servizi in carico alla cooperativa. Questa problematica si accentua ancora di più quando i soci fondatori o il gruppo promotore della cooperativa è costituito da persone svantaggiate di queste categorie che si organizzano in una forma di mutuo aiuto attraverso un’attività imprenditoriale e poi nel corso del tempo perdono i requisiti previsti per essere riconosciuti svantaggiati.

I percorsi di inserimento tra progettazione e continuo adattamento

Il classico di oggi è un articolo di Valerio Luterotti, “La sfida della complessità nell’inserimento lavorativo” pubblicato nel 1992 sul numero 5 di Impresa sociale.  Definisce “L’inserimento lavorativo un processo organizzato di elementi, variabili e soggetti tra loro in relazione di interdipendenza funzionale, per la strutturazione dello status di lavoratore in chi ne è normalmente escluso”.

La cooperazione sociale stava iniziando ad interrogarsi su come conciliare l’estrema individualità e variabilità dei percorsi di inserimento e la necessità di darsi un metodo di lavoro. Nell’articolo “Il progetto diventa la traccia di percorso in cui ogni protagonista si ritrova e si verifica nell’obiettivo prioritario di contribuire a migliorarlo, più che a realizzarlo. … I nostri progetti non sono piani di lavoro procedurali tesi a pianificare la realtà, ma rimarranno “tracce” fino alla fine, come se portassero con sè la consapevolezza della loro relatività, della loro incompletezza … Il nostro progetto si definisce e precisa fino a considerarsi ultimato nel momento stesso in cui l’utente ha finito il suo percorso, … Perchè tutto ciò non si trasformi in caos, è necessario un governo del percorso che abbia individuato i livelli di responsabilità, a tutela della coerenza di fondo, su tutte le fluttuazioni operative del “sistema progetto”, nella garanzia che si definiscano chiaramente i nodi, gli incroci della rete in cui i diversi contributi si incontrano, verificano e se necessario adattano le loro scelte. … In questa metodologia è molto più importante la capacità di leggere “in diretta” la realtà, per potersi costantemente risintonizzare con coerenza su di essa, più che l’abilità di programmarla secondo i sacri crismi di qualsivoglia ortodossia..”.

Dunque un progetto non “ingegneristico”, ma un percorso che si ridefinisce sulla base degli sviluppi e delle esigenze delle persone; ma al tempo stesso non un mero “essere vicini” al disagio, ma un’organizzazione che si struttura per cogliere l’evoluzione delle esigenze e adattarvisi: “fa parte del nostro metodo non ridurre o separare per conoscere, coinvolgere e tenere connessi tutti gli altri soggetti agenti nel problema, elasticizzare, quando è utile i confini di ruolo, privilegiare il lavoro di un gruppo articolando con metodo i livelli di responsabilità, sviluppare inoltre la capacità di adattamento e integrazione con le altre organizzazioni. … La linea del successo passa attraverso la capacità del “sistema cooperativa” di integrare più che mediare, le sue e le altrui risorse, orientandole in una ottica di sviluppo più globale”.

Gli strumenti per governare i percorsi di inserimento: ancora un classico

Continuiamo con i classici. Quello di oggi, benchè pubblicato come semplice “appunto di lavoro” è tra i contributi che hanno maggiormente influenzato generazioni di cooperatori di inserimento lavorativo. Si tratta di un contributo di Valerio Luterotti e Felice Scalvini pubblicato nel 1993 sul numero 9 di impresa sociale che, dopo avere richiamato alcuni concetti fondamentali, propongono alcuni strumenti pratici per la gestione dei percorsi di inserimento e in specifico:

  1. un modello per la redazione del progetto iniziale
  2. una scheda di valutazione e verifica dello sviluppo professionale della persona inseritadell’inserito;
  3. una griglia che collega lo sviluppo professionale all’eventuale applicazione di un salario di ingresso
  4. un modello per i verbali delle verifiche periodiche.

Questa proposta ha costituito un termine di confronto per moltissimi cooperatori che hanno cercato di definire metodologie del percorso di inserimento basate su criteri il più possibile oggettivi e verificabili. Certo vi possono essere opinioni diverse sull’opportunità di utilizzo del salario di ingresso, sul fatto che gli indicatori più utili siano effettivamente quelli proposti nell’articolo e non altri, sulle modalità di verifica e così via, ma ciò non fa che testimoniare la rilevanza di un contributo assunto a punto di partenza per innumerevoli varianti e sviluppi. Si riproduce di seguito la scheda di valutazione dello sviluppo professionale (punto 2), forse in assoluto la parte più conosciuta di questo contributo.

Riflessioni dall’Emilia Romagna (2/2)

Oggi viene pubblicata la seconda parte del documento inviatoci dalla Federazione dell’Emilia Romagna (vedi ieri la prima parte, punti di forza e di debolezza della cooperazione B dell’Emilia Romagna).

Il documento riprodotto in estratto è una rielaborazione del Rapporto realizzato in preparazione della III Conferenza regionale della cooperazione sociale dell’Emilia Romagna, tenutasi a Bologna il 20 novembre 2009

Le prospettive future. Le opportunità

  • Le cooperative sociali d’inserimento lavorativo sono una risposta significativa e strutturata all’integrazione sociale delle fasce deboli per questo sono partner, non fornitori delle pubbliche amministrazioni, e svolgono una funzione pubblica (art. 1 L. 381/91).
  • Esistono gli strumenti normativi, per realizzare parternariati con la Pubblica Amministrazione, come è successo in diversi territori della Regione, attraverso affidamenti diretti sotto soglia comunitaria (circa 200.000 €), inserimento di clausole sociali negli appalti sopra soglia (art. 2 comma 2 D. Lgs. 163/2006 ) e appalti riservati (art. 52 D. Lgs. 163/2006 ). Far diventare le buone prassi realizzate azioni di sistema a livello regionale.
  • Esistono esperienze (Comune di Torino) di altre regioni (Piemonte) che a seguito di una legge regionale hanno fissato una percentuale di esternalizzazione di attività alle cooperative sociali per il ruolo di coesione e integrazione sociale che queste rappresentano (Regolamento comunale N° 307 del 31/03/05). Probabilmente è giunto il momento di rivisitare la nostra Legge Regionale N° 4/94 applicativa della 381.
  • Costruire parternariati imprenditorial/sociali col sistema delle imprese. Le clausole sociali negli appalti pubblici costituiscono un elemento strategico per la realizzazione di parternariati realistici. Inoltre è necessario valutare la sperimentazione dell’art. 22 della L.R. 17/05, al fine di renderla meno burocratica e di più facile applicazione per le imprese e per le cooperative sociali.
  • Le cooperative sociali d’inserimento lavorativo possono essere una delle risposte alla crisi economica e possono svolgere un ruolo importante (sia per quantità, sia per qualità) nelle politiche attive del lavoro realizzando in maniera integrata le seguenti attività:
    • valutazione delle competenze sociali e lavorative
    • attivazione di formazione mirata in situazione
    • progettazione di percorsi di transizione verso altre aziende
    • supporto ai servizi d’inserimento lavorativo della Provincia
    • occupazione fasce deboli
  • Per comunicare con più forza il ruolo di soggetto attivo nelle politiche attive del lavoro le cooperative B devono costruire parametri e indicatori per definire il VAS (Valore Aggiunto Sociale) che producono.
  • La complessità del problema dell’inserimento delle fasce deboli del mercato del lavoro non può che essere affrontato in una logica di rete e di corresponsabilità, da parte di tutti i soggetti economici e sociali del territorio. Vanno create collaborazioni forti per uno sviluppo socio-economico sostenibile in una logica di Responsabilità Sociale dell’Impresa (RSI) e di Territori Socialmente Responsabili (TSR).
  • Studiare la possibilità/opportunità di creare reti di vendita diretta o “delegata” dei prodotti delle cooperative sociali di inserimento lavorativo attraverso un’operazione di marketing sociale simile a quello operato nel commercio equo e solidale.

Riflessioni dall’Emilia Romagna (1/2)

Oggi e domani si pubblica un estratto del documento inviatoci dalla Federazione dell’Emilia Romagna e condiviso anche con Legacoop sociali, sulle cooperative B. In questa prima puntata si riporta un’analisi sui punti di forza e di debolezza dell’esperienza, mentre domani sarà pubblicato il capitolo su “Le prospettive future”. Il nostro percorso verso il Libro Bianco è anche condivisione di riflessioni ed esperienze, benvenuti quindi i contributi di questo tipo.

Il documento riprodotto in estratto è una rielaborazione del rapporto realizzato, in preparazione della III Conferenza regionale della cooperazione sociale dell’Emilia Romagna, tenutasi a Bologna il 20 novembre 2009

Punti di forza. Le buone prassi realizzate

La cooperazione sociale di inserimento lavorativo, nella nostra Regione, ha saputo mantenere e sviluppare in questi anni la sua specificità di essere un’impresa che produce beni e servizi finalizzati all’accoglienza e all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. Le principali innovazioni riguardano:

  • La forte crescita sia di unità produttive che di lavoratori impiegati e la spinta su tutto il territorio regionale a costituire Consorzi per avere maggiore forza imprenditoriale e commerciale e per realizzare il sistema di cura e inserimento sociale della cooperazione sociale
  • Lo sviluppo nel particolare settore dei committenti pubblici, nell’igiene ambientale, e delle multiutilies;
  • La capacità di alcune Cooperative/Consorzi di creare alcune figure professionali non disponibili sul mercato – in particolare quelle del lavoratore guida, del tutor dell’inserimento lavorativo e del responsabile sociale – e strumenti per seguire e certificare l’acquisizione di abilità lavorative da parte dei soggetti svantaggiati.

Alcune cooperative/Consorzi hanno definito meglio la propria mission e rafforzato le proprie specificità, anche utilizzando strumenti di rendicontazione sociale (bilancio sociale, codici etici, certificazione di qualità) adottando di fatto logiche e strumenti di supporto all’impiego entro strutture dedicate a questa specifica e prevalente finalità. Esse hanno così potuto evitare di trasformarsi in laboratori protetti, sono rimaste generalmente aperte al mercato del lavoro esterno, soprattutto quando si sono occupate di soggetti svantaggiati diversi dai disabili gravi, affermandosi come strumento specifico e peculiare nel panorama degli strumenti di politica attiva del lavoro.

Punti di debolezza e criticità evidenziate

  • Difficoltà a comunicare e a far comprendere, in particolare alle pubbliche amministrazioni, il valore aggiunto dell’integrazione sociale, con il risultato di essere considerate, quando va bene, come un qualunque altro “fornitore”.
  • Le cooperative B sono tendenzialmente di minori dimensione delle cooperative A, questo è un elemento di debolezza in una tipologia d’impresa che deve assommare competenze complesse e diversificate (in questo senso il ricorso ai Consorzi, rappresenta una risposta imprenditoriale al problema della dimensione).
  • Scarsa patrimonializzazione e mancanza di soci sovventori finanziariamente capaci, con conseguente difficoltà d’investimento.
  • Attività lavorative poco professionalizzanti. Produzioni con livelli intensivi di lavoro, di semplice esecuzione e a basso valore aggiunto: attività artigianali, attività di assemblaggio, pulizie, manutenzione del verde pubblico e privato, servizi ecologici. Mancanza, nella maggior parte delle cooperative sociali di competenze tecniche operative per lo sviluppo di settori a più alto valore aggiunto.
  • I contributi pubblici a sostegno dell’attività di inserimento lavorativo sono limitatissimi (non ci sono  riconoscimenti anche economici del ruolo delle coop. B nelle politiche attive del lavoro), a fronte di un costo “sociale” alto (tutor, Responsabile Sociale) se le cooperative B vogliono realizzare compiutamente la propria mission.
  • Non si è riusciti a creare, se non in rari casi, filiere strutturate imprenditorial/sociali con il sistema delle imprese e col mondo cooperativo in particolare a partire dalle cooperative di produzione-lavoro e di servizi che in alcuni segmenti di mercato risultano, anzi, essere i principali concorrenti delle cooperative sociali.

A domani per il seguito…

Categorie di svantaggio, iniziamo a ragionarci

Bene, proviamo a iniziare la discussione sulle categorie di svantaggio. Quelle citate dall’articolo 4 della 381/1991 oggi mettono certamente in luce un limite. Assomigliano all’ufficio dell’assistente sociale (e non di un centro per l’impiego, sia pur nella sezione “casi critici”) di una ventina di anni anni fa. In cui i minori avevano l’obbligo scolastico a 14 anni, ma gli stranieri non erano così numerosi, in cui gli ex degenti degli O.P. erano una categoria in sé rilevante ma in cui la figura del padre di famiglia che ha iniziato a lavorare a 17 anni e a 42 anni è disoccupato dequalificato, irricollocabile, impensionabile era forse meno sentito nella nostra società.

Nella pratica le cooperative sociali hanno da tempo superato le categorie della 381/1991, hanno accolto donne sole con figli a carico offrendo soluzioni di flessibilità che altre imprese non riescono a concepire, persone espulse dal mercato del lavoro senza professionalità appetibili, stranieri e nomadi e così via. Tutto nella quota “non svantaggiati”, ovviamente, facendosi carico delle criticità che ciò comporta da un punto di vista della produttività e della possibilità di assicurare un adeguato supporto alle persone inserite.

Possibile obiezione: ma se apriamo a tutti gli altri, ai disoccupati di lungo periodo, ai lavoratori ultracinquantenni, alle categorie insomma del Regolamento 800/2008, quello che ha sostituito il 2204/2002, non si determinerà un “effetto spiazzamento” a danno degli inseriti a produttività minore? Chi assumerà una persona con disabilità medio grave, se è messa sullo stesso piano di un cinquantenne disoccupato da sei mesi con capacità produttive integre?

Nell’aprire questa discussione, teniamo presenti due aspetti:

  1. il primo riguarda la storia della cooperazione sociale: diverse ricerche, condotti in tempi diversi da più enti, hanno constatato che la quota di lavoratori svantaggiati potenzialmente più problematici (persone con disabilità e con problemi di salute mentale) è costantemente pari a circa la metà del totale degli svantaggiati. E’ vero che, secondo l’ipotesi di cui sopra, ci si sarebbe potuto aspettare che le cooperative inserissero solo ex tossicodipendenti e detenuti, nella realtà, di fatto, non è stato così;
  2. il secondo riguarda la gradualità del favor legislativo: non è detto che debba essere pari per tutti i lavoratori svantaggiati inseriti, né con riguardo alla fiscalizzazione degli oneri sociali, né alla durata dello svantaggio. Talune categorie potrebbero anche non prevedere fiscalizzazione o prevederla per un’entità o per un periodo limitato, ma essere computabili nella quota complessiva, altre potrebbero richiedere non solo la fiscalizzazione ma un “bonus” su lavoratori non svantaggiati che lavorano in affiancamento; talune categorie potrebbero prevedere uno status di svantaggiato determinato ex ante in una durata molto breve, altre forse andrebbero allungate oltre i termini attuali delle certificazioni, per evitare (vedi il caso di ex tossicodipendenti) spiacevoli richieste di certificazione forse improprie dal punto di vista della cura – riabilitazione, ma del tutto appropriate in un percorso di reinserimento sociale. E così via.

Ma questa è solo l’apertura del dibattito…