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La cooperazione sociale non sta più a guardare

Vita ha oggi pubblicato un’intervista al Presidente di Federsolidarietà Beppe Guerini significativamente intitolata “Servizi pubblici e società in house. La cooperazione sociale non sta più a guardare: «Pronti a scendere in campo»“.

Nell’articolo Guerini spiega il punto di vista della Federazione: “Vogliamo convincere i decisori che le convenzioni e le clausole sociali non servono ad aprire spazi di mercato, ma a ripristinare un equilibrio: la pari dignità tra principio di cittadinanza delle persone e principio di concorrenza tra le imprese. Le cooperative vivono nel mercato e di mercato, hanno bisogno della competitività, ma la concorrenza deve essere giocata fra eguali. Enfatizzare solo il principio di concorrenza a scapito dell’inclusione sociale significa decidere che la cittadinanza e l’eguaglianza sono principi sacrificabili. La Commissione Europea ha lanciato una consultazione sulla modernizzazione della politica dell’Ue in materia di appalti pubblici in vista della revisione della disciplina inerente. Abbiamo messo in evidenza problematiche e opportunità: le clausole sociali mirate all’inserimento lavorativo delle fasce deboli, la necessità di alzare le soglie comunitarie, l’importanza di contrastare il dumping sul costo del lavoro e di valorizzare solidarietà e sussidiarietà negli appalti.”

A questo proposito nella stessa pagina compare anche un intervento di Aldo Coppetti, che affronta un delicato quale la collocazione delle clausole sociali nei procedimenti di gara: esse possono non rimanere confinate nelle condizioni di esecuzione, ma “possono essere inserite anche in fase di selezione dell’offerta economicamente più vantaggiosa, a condizione che tali criteri non abbiano un’incidenza discriminatoria tra gli operatori economici, siano collegati all’oggetto dell’affidamento e sia garantita un’adeguata trasparenza, mettendo i concorrenti in condizione di conoscere preventivamente i criteri sociali e/o ambientali fin dalla pubblicazione del bando.”

Il secondo tema proposto da Guerini è legato a uno dei referendum del giugno prossimo e riguarda la riforma dell’art. 23 bis del decreto-legge 112/2008 sugli affidamenti dei servizi pubblici locali. Si parla dell’acqua, osserva Guerini, ma in realtà si propone l’abrogazione della normativa sugli affidamenti dei servizi pubblici locali e questo potrebbe modificare il processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e, quindi, la possibilità di dare maggiore mobilità e spazi di inserimento in alcuni settori in cui operano le cooperative.” Quindi le proposte: affinché acqua, infrastrutture, reti di distribuzione e servizi sociali siano inquadrate entro modalità di gestione equilibrate, diverse da slogan quali “pubblico è bello” oppure “privatizzazioni e libera concorrenza”: “Vorremmo candidare le imprese sociali come formula di partecipazione democratica in grado di garantire la funzione pubblica nella gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali”, afferma ancora il presidente Guerini.

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Guerini: cooperazione sociale, giustizia sociale, concorrenza e servizi pubblici locali

Da qualche mese Federsolidarietà è impegnata in un percorso di promozione e  approfondimento sul ruolo delle cooperative per l’inserimento lavorativo ed in questo contesto si colloca anche il seminario che si è tenuto in Veneto a Soave il 7 aprile. E’ stata la seconda tappa del programma formativo di Federsolidarietà Confcooperative nel 2011, che si è incentrata sulla partecipazione dei consorzi di cooperative sociali agli appalti pubblici,  sulla nuova disciplina delle reti di impresa, sulla conoscenza delle società miste tra enti pubblici e imprese e cooperative, sulle modalità con cui garantire la cessione di quote di società pubbliche ai privati. Pubblichiamo una sintesi dell’inervento del presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini.

… Con i diversi seminari di presentazione del “Libro verde sulle cooperative sociali di inserimento lavorativo”, ci proponiamo in prima istanza di ribadire la priorità che il sistema della cooperazione di Confcooperative vuole riservare al lavoro e all’occupazione come strategia per lo sviluppo e per la crescita che non si realizza pienamente se non si accompagna anche con l’inclusione sociale e la solidarietà. Occorre che lo ricordiamo sempre ai nostri interlocutori e a noi stessi. Anche quando, come oggi, ci si concentra sugli aspetti giuridici e tecnici, su strumenti e forme istituzionali, noi ci stiamo occupando di realizzare una missione sociale che si chiama emancipazione delle persone attraverso un lavoro dignitoso. Questo è il valore che ci spinge a chiedere le attenzioni specifiche che prendono la forma legislativa o amministrativa di una convenzione o di una “Clausola Sociale”. Per questo, a fianco dell’attività di ricerca e studio, dobbiamo tenere alta la soglia dell’attenzione “politica e motivazionale”. Quello che noi ci proponiamo è di elevare allo stesso piano di priorità il principio di “equità e giustizia sociale”  con quello della ”concorrenza”, che purtroppo in questi anni di celebrazione di un pensiero unico del mercato imperante sono stati disassati! … Dobbiamo convincere i decisori politici che le convenzioni e le clausole sociali non servono ad aprire spazi di mercato alle cooperative sociali, perché altrimenti non si spiegherebbe come gran parte della nostra crescita si realizzi in verità fuori dalle convenzioni, nel mercato: le clausole sociali e le convenzioni servono a ripristinare un equilibrio precompetitivo che riguarda l’assegnazione di una pari dignità tra principio di cittadinanza delle persone e principio di concorrenza tra le imprese.

Intanto, nel contesto politico più generale ci sono due questioni rilevanti che si sono affacciate e di cui occorre tenere conto. La prima è che due mesi fa la Commissione Europeaha lanciato una consultazione attraverso un Libro Verde sulla modernizzazione della politica dell’Unione europea in materia di appalti pubblici finalizzata ad acquisire elementi di informazione e di valutazione in vista della revisione della disciplina europea degli appalti pubblici, e quindi delle direttive n. 17 (settori speciali) e n. 18 del 2004 (settori ordinari). A livello comunitario si è quindi aperto il confronto che auspicavamo sulle diverse problematiche (di carattere giuridico, di efficienza amministrativa, economica e di regolazione del mercato, di valorizzazione delle clausole sociali) che riguardano la materia degli appalti, attraverso una puntuale ricognizione dei problemi emersi con riferimento all’attuazione della normativa europea vigente e alla possibilità di apportare ad essa le correzioni e le integrazioni che risulteranno necessarie ed opportune. Basti a tale proposito citare la ben nota vicenda degli appalti riservati. Federsolidarietà ha contribuito in maniera sostanziale alla costruzione della posizione che Confcooperative proprio oggi, giornata che segna il termine di questa fase di consultazione, sta inviando alla Commissione. In particolare, in relazione ai temi del seminario di oggi, abbiamo messo in evidenza le problematiche, le opportunità e le potenzialità non ancora sfruttate in relazione alla possibilità di prevedere clausole sociali mirate all’inserimento lavorativo delle fasce deboli del mercato del lavoro, alla necessità di alzare le soglie comunitarie, all’importanza di contrastare il dumping sul costo del lavoro e di valorizzare i principi della solidarietà e della sussidiarietà anche in tema di appalti. E, naturalmente, si è messa in evidenza anche la questione relativa ai laboratori protetti e ai programmi di lavoro protetti, in relazione all’esperienza italiana delle cooperative sociali di tipo b). L’orizzonte temporale delle modifiche non è immediato, ma crediamo importante che si sia aperto un dibattito e che questo sia incentrato sulle criticità che anche il sistema della cooperazione sociale in questi anni ha evidenziato. È importante che in questo dibattito europeo la nostra posizione sia affermata e difesa.  L’auspicio è che gli strumenti della sussidiarietà, di cui gli atti del seminario propongono un’ampia analisi, siano adoperati in misura maggiore, a partire dalle opportune modifiche legislative a livello europeo e a livello nazionale.

Un secondo aspetto che riteniamo importante evidenziare oggi riguarda una questione apparentemente lontana: i referendum abrogativi popolari che si terranno il prossimo 12 e  13 giugno. Uno dei tre referendum, riguarda proprio la riforma della nuova disciplina dell’art. 23 bis del decreto-legge 112/2008 sugli affidamenti dei servizi pubblici locali. Il quesito referendario, che nella traduzione semplicistica dei notiziari è stato focalizzato sulla questione dell’acqua, propone l’abrogazione di tutta la normativa sugli affidamenti dei servizi pubblici locali, sulle cui criticità e opportunità saranno in parte concentrati i lavori di oggi. Il referendum impone ai cittadine scelte nette: si o no. Da una parte l’abrogazione di questa norma elimina all’origine le criticità determinate dalle dibattute sentenze che appunto escludevano i servizi pubblici locali dall’ambito di applicazione delle convenzioni ex art. 5 della legge 381 del 1991. Dall’altra, ovviamente, interrompe il processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e, quindi, la possibilità di dare maggiore mobilità e spazi di inserimento in alcuni settori in cui operano le cooperative. Senza ovviamente inoltrarci sul terreno delle scelte e dei posizionamenti di voto che, ovviamente, lasciamo che si svolga nelle sedi opportune, si presenta però un occasione per sviluppare un ragionamento più articolato sul tema dei beni comuni o dei servizi pubblici, che attribuisce ulteriore efficacia e attualità agli interventi di questa giornata. Noi crediamo che i beni comuni, l’acqua, le infrastrutture, le reti di distribuzione, i servizi sociali del territorio devono trovare un equilibrio nelle modalità di gestione che non possono trovare una sintesi in slogan quali “pubblico è bello” oppure “privatizzazioni e libera concorrenza”. Lo sanno bene i cooperatori sociali che in questi anni hanno sviluppato modelli integrati di gestione dei beni comuni, buone prassi di sussidiarietà, in sintesi quello che è previsto dall’art. 1 della legge 381: una modalità privata, non profit e multistakeholder, di perseguire l’interesse generale della comunità.  Saremmo certamente preda di un delirio di onnipotenza o quanto meno di un inopportuno velleitarismo, se volessimo candidare la cooperazione sociale alla gestione di tutti i servizi pubblici, in particolare quelli più complessi, dalla cura dell’ambiente, alla manutenzione della rete idrica e delle infrastrutture. Tuttavia, forse, potremmo proporre un modello che, a partire dalla funzione pubblica riconosciuta a organizzazioni private impressa nella legge istitutiva della cooperazione sociale, che quest’anno celebra il ventennale, candidi imprese sociali, private per organizzazione e pubbliche per funzione, alla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Una riproposizione del modello della forma cooperativa in se potrebbe esser un validissimo strumento per sottrarre dalla polarizzazione tutto privato-tutto pubblico la riflessione sui beni pubblici. In fondo, come  abbiamo visto troppe volte, una azienda totalmente pubblica (pensiamo alle ASL o alle AO inLombardia) che ha a capo un manager che di pubblico a solo la nomina poi governa in forma del tutto monocratica, né più né meno che se fosse appunto il manager di un impresa ordinaria.

Dall’Europa una guida agli “acquisti sociali”

La Commissione Europea ha recentemente pubblicato”Acquisti sociali” una “Guida alla considerazione degli aspetti sociali negli appalti pubblici”. Gli appalti pubblici socialmente responsabili sono, secondo le parole della Guida, procedure di aggiudicazione che tengono conto di uno o più aspetti sociali quali “opportunità di occupazione, lavoro dignitoso, conformità con i diritti sociali e lavorativi, inclusione sociale (in specifico delle persone con disabilità), pari opportunità, accessibilità … e una più ampia conformità di natura volontaristica con la responsabilità sociale di impresa (RSI), nel rispetto dei principi sanciti … dalle direttive sugli appalti”.

Il punto di partenza è individuato nel vantaggio che le amministrazioni e le comunità locale possono avere dagli “acquisti sociali”; la Guida passa dunque ad approfondire le procedure di gara, con riferimento non ai casi di possibile  deroga dalle normative comunitarie, ma a quelli di inserimento di clausole sociali in affidamenti interamente soggetti alla direttive comunitarie.

La guida studia quindi in modo analitico i diversi e successivi passaggi delle procedure di gara: dalla definizione dell’oggetto, alla definizione dei requisiti, alla procedura di selezione, quindi all’aggiudicazione e alla esecuzione dell’appalto; per ciascuna fase sono indicati, sia con riferimento alle direttive comunitarie, sia con esempi pratici, opportunità e limiti connessi con le normative europee.

Certamente chi ha redatto la guida non ha come riferimento primario esperienze come quella italiana in cui le clausole sociali si sono sviluppate soprattutto per favorire l’occupazione di lavoratori ordinariamente esclusi dal mercato del lavoro, quanto questioni relative ad esempio all’accessibilità dei servizi offerti alle persone con disabilità. Il processo che ha portato dall’articolo 5 della 381/1991 alla sua traduzione “sopra soglia” e ad eventuali ulteriori sviluppi di questo principio attraverso clausole sociali rimangono abbastanza estranee al lavoro. Emerge con chiarezza invece la volontà di inquadrare le clausole sociali entro i principi guida comunitari e quindi la costante attenzione ad evitare che essi introducano aspetti discriminatori rispetto agli operatori economici o contrastare con altre direttive comunitarie.

In sintesi, è sicuramente un bene che a livello comunitario inizi ad essere dedicata a questi temi la dovuta attenzione e la guida rappresenta in  effetti un utile supporto pratico per le amministrazioni che intendano introdurre elementi sociali nei propri affidamenti; ma al tempo stesso può essere considerata un utile punto di partenza ma non un punto di arrivo, sia a livello di approfondimento tecnico che di pressione politica, vista la relativa poca importanza attribuita alle clausole sociali relative all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Cooperazione di inserimento lavorativo e valore aggiunto sociale

Il 7 febbraio si è svolto a Bologna un seminario regionale di approfondimento sul Libro Verde; oggi e nei prossimi giorni saranno pubblicati alcuni materiali presentati in tale occasione.

Oggi è la volta dell’anteprima di un lavoro in via di ultimazione, realizzato da Aiccon, “Il valore aggiunto della cooperazione di inserimento lavorativo“. La presentazione ha preso le mosse dalla discussione di alcune evoluzioni di scenario in atto, a partire dalla ridefinizione dei paradigmi economici: induce ad esempio alla riflessione verificare che da metà anni novanta la crescita economica non è è più correlata con il grado di soddisfazione dei cittadini. Al tempo stesso i sistemi di welfare sono, come è noto, in crisi mentre cresce la differenziazione dei bisogni e la struttura demografica evolve sempre più verso una società anziana.

Viene da chiedersi: se in questi 25 anni si è assistito all’emersione di soggetti diversi dallo Stato nella realizzazione del welfare, verso quali scenari ci si sta dirigendo? verso una “democratizzazione” che vede le diverse componenti sociali compresenti, con un ruolo significativo del terzo settore o verso una “privatizzazione” che vede il mercato ordinario occupare gli spazi lasciati liberi dallo Stato?

L’ipotesi “democratica” vede sicuramente molti sostenitori, e a ragione la cooperazione di inserimento lavorativo spesso considerata a livello europeo come un rilevante esempio di innovazione sociale, definita come “una soluzione innovativa a un problema sociale, più efficace, efficiente, sostenibile e giusta di quelle esistenti, che produce valore per la società nel suo complesso piuttosto che per i singoli individui”; ma cogliere questa opportunità richiede un approccio adeguato da parte della cooperazione sociale, meno preoccupata di difendere le piccole nicchie acquisite e più incline ad un approccio pro attivo. Si tratta di valorizzare la propria capacità di “creare valore intraprendendo”, con ciò considerando il valore nelle sue diverse articolazioni: valore economico (si ricordano a questo proposito le numerose ricerche che comprovano il vantaggio, anche economico, dell’inserimento lavorativo), valore sociale (che non deve patire il rischio di isomorfismo verso quello economico), valore istituzionale e valore culturale.

L’internazionale dell’inserimento lavorativo

Il Blog pubblica oggi l’intervento di Flaviano Zandonai, ricercatore, segretario di Iris network, blogger su Vita con Fenomeni, da sempre attivo nei dintorni della cooperazione sociale

Ci sono molti buoni interventi in questo blog, che nel loro insieme dimostrano la ricchezza di conoscenze e di dati di esperienza intorno fenomeno delle imprese sociali di inserimento lavorativo. Disponiamo insomma di un serbatoio ben fornito per una buona attività di policy making in vista del cambio di colore del libro: da verde a bianco. Mi permetto quindi solo una piccola suggestione, dedicata ad un campo di osservazione specifico, forse neanche di primaria importanza. Riguarda la dimensione internazionale dell’inserimento lavorativo e delle imprese che si sono specializzate in questo settore. Sì, perché in qualsiasi posto del mondo (o quasi, comunque ben oltre i confini della vecchia Europa), per dire “impresa sociale” senza avvitarsi in pericolose contorsioni teorico concettuali e normative, basta far riferimento a “inserimento lavorativo”. Ricordo a proposito un’iniziativa del tutto simile alla più ordinaria cooperativa sociale di tipo B italiana – inserimento di persone disabile in attività di verde pubblico – che però aveva sede a Bogotà, in Colombia. Il tutto senza 381, sgravi sugli oneri, clausole sociali, ecc. L’impresa sociale di inserimento lavorativo è quindi l’esperienza che meglio rappresenta i fondamentali di questo particolare modello imprenditoriale: sviluppo bottom up, approccio all’inclusione attraverso politiche di attivazione degli utenti, dimensione produttiva non simulata, governance partecipata. Il problema è andare oltre questa presa d’atto. E riuscire ad impostare azioni di sviluppo che mettano a valore le potenzialità derivanti da questo carattere globalizzato. Le opportunità ci sono, anzi forse ci sono state. Il Fondo sociale europeo ha infatti finanziato molte iniziative di scambio. Qualcuno ricorda, ad esempio, la “famosa” transnazionalità dei progetti Equal? Onestamente non credo che, usando un eufemismo, i risultati siano stati eccelsi perché spesso ci si è limitati a una conoscenza superficiale per soddisfare quanto indicato nei formulari. Eppure le eccezioni non mancano: best practice che sono andate oltre, condividendo elementi di qualità sociale e, perché no, anche di business. La rete Le Mat di Legacoop rappresenta, da questo punto di vista, un esempio interessante, ma questo blog potrebbe servire a rimpinguare il carniere, guardando anche in casa propria. Va ricordato infatti che importanti consorzi nazionali e la stessa Confcooperative con Copermondo hanno recentemente promosso la nascita strutture e iniziative per internazionalizzare la cooperazione e l’impresa sociale.

Le strategie europee per incrementare e migliorare l’occupazione

Oggi il blog si dedica ad alcuni documenti pubblicati il 23 novembre scorso dalla Commissione Europea relativamente alle strategie per il raggiungimento degli obiettivi di Europa 2020 nel campo dell’occupazione.

La creazione di opportunità lavorative è oggi prioritaria se si considera che nell’Unione 23 milioni di persone, il 10% di quelle tra i 20 e i 64 anni, risulta disoccupata. Al tempo stesso si riscontra la mancanza di un numero significativo di posti di lavoro – la stima è di 2.7 milioni per il 2015 – negli ambiti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, della salute e della ricerca.

Ulteriori aspetti problematici sono costituiti dal noto fenomeno dell’invecchiamento della popolazione e dalla perdita di posti di lavoro connessa al periodo di recessione. A fronte di questa situazione vengono individuate quattro priorità:

  • la modernizzazione del mercato del lavoro, perseguendo soluzioni in cui i contratti forniscano un’adeguata sicurezza per il lavoratore, ma siano flessibili abbastanza per non disincentivare gli imprenditori all’assunzione;
  • far incontrare competenze e opportunità di occupazione; la disponibilità di informazioni disponibili sulle posizioni professionali e le competenze richieste aiuta le persone a orientare le proprie scelte formative; è importante anche un sistema che consenta di accertare le competenze entro l’intera Unione;
  • miglioramento della qualità e delle condizioni di lavoro, con una revisione delle normative su tempo di lavoro, sicurezza e sull’integrazione di lavoratori stranieri;
  • facilitare la creazione di opportunità occupazionali diminuendo i costi del lavoro diversi dalla retribuzione e deburocratizzando tutti gli aspetti connessi alla nascita di nuove imprese.

I documenti sulla pagina web della Commissione

Le scorciatoie per l’integrazione

Pochi giorni fa è apparso su Il Sole24Ore un articolo sulla proposta del Governo britannico di condizionare l’erogazione del sussidio di disoccupazione all’impiego dei disoccupati  in attività lavorativa, generalmente (ma non solo) di utilità sociale. L’intento dichiarato è quello di aiutare il disoccupato a riconquistare ritmi e mentalità tipici del mondo del lavoro (insomma, verrebbe da pensare a noi mediterranei, quella tipica che in Italia ha caratterizzato le persone impegnate in lavori socialmente utili) o forse quello di scoraggiare opportunismi e passività.

Forse qualcosa non torna, in queste proposte. Certo, noi italiani, tra i pochi paesi UE a non avere misure universalistiche di sostegno al reddito, non possiamo certo eccepire sul fronte di una lesione al diritto esigibile ad una capacità di consumo minimo.

Potremo forse storcere il naso nell’intravedere un intento “punitivo” nei confronti dei disoccupati, anche se in fondo pure in Italia sono presenti misure che sanzionano l’indisponibilità al lavoro.

Potremo interrogarci su dove stiano andando i nostri sistemi di welfare – inglese, italiano e di altri paesi occidentali – di fronte a misure il cui sapore ricorda vagamente le sei – ottocentesche workhousee e le poor law alla sostituzione di pezzi del lavoro sociale con disoccupati in libera uscita.

Ma forse, più di tutto, da cooperatori sociali sappiamo che la “mentalità del lavoro”, l’autostima e tutti gli altri esiti positivi auspicati da Cameron non si ottengono con il mero invio coatto ad un impiego lavorativo del proprio tempo. Far (ri) appassionare al lavoro e alla vita attiva si può, entro organizzazioni che abbiano fatto di questo la loro missione e specializzazione. Che possiedano quella “formula non brevettata”, quel mix di organizzazione, risorse umane, competenza, ecc. tipiche delle cooperative sociali. Che non a caso nella propria storia hanno avuto successo con molte persone lontane dal mondo del lavoro, compresi i disoccupati di lungo periodo. Le scorciatoie, invece, di solito non funzionano.