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Guerini: cooperazione sociale, giustizia sociale, concorrenza e servizi pubblici locali

Da qualche mese Federsolidarietà è impegnata in un percorso di promozione e  approfondimento sul ruolo delle cooperative per l’inserimento lavorativo ed in questo contesto si colloca anche il seminario che si è tenuto in Veneto a Soave il 7 aprile. E’ stata la seconda tappa del programma formativo di Federsolidarietà Confcooperative nel 2011, che si è incentrata sulla partecipazione dei consorzi di cooperative sociali agli appalti pubblici,  sulla nuova disciplina delle reti di impresa, sulla conoscenza delle società miste tra enti pubblici e imprese e cooperative, sulle modalità con cui garantire la cessione di quote di società pubbliche ai privati. Pubblichiamo una sintesi dell’inervento del presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini.

… Con i diversi seminari di presentazione del “Libro verde sulle cooperative sociali di inserimento lavorativo”, ci proponiamo in prima istanza di ribadire la priorità che il sistema della cooperazione di Confcooperative vuole riservare al lavoro e all’occupazione come strategia per lo sviluppo e per la crescita che non si realizza pienamente se non si accompagna anche con l’inclusione sociale e la solidarietà. Occorre che lo ricordiamo sempre ai nostri interlocutori e a noi stessi. Anche quando, come oggi, ci si concentra sugli aspetti giuridici e tecnici, su strumenti e forme istituzionali, noi ci stiamo occupando di realizzare una missione sociale che si chiama emancipazione delle persone attraverso un lavoro dignitoso. Questo è il valore che ci spinge a chiedere le attenzioni specifiche che prendono la forma legislativa o amministrativa di una convenzione o di una “Clausola Sociale”. Per questo, a fianco dell’attività di ricerca e studio, dobbiamo tenere alta la soglia dell’attenzione “politica e motivazionale”. Quello che noi ci proponiamo è di elevare allo stesso piano di priorità il principio di “equità e giustizia sociale”  con quello della ”concorrenza”, che purtroppo in questi anni di celebrazione di un pensiero unico del mercato imperante sono stati disassati! … Dobbiamo convincere i decisori politici che le convenzioni e le clausole sociali non servono ad aprire spazi di mercato alle cooperative sociali, perché altrimenti non si spiegherebbe come gran parte della nostra crescita si realizzi in verità fuori dalle convenzioni, nel mercato: le clausole sociali e le convenzioni servono a ripristinare un equilibrio precompetitivo che riguarda l’assegnazione di una pari dignità tra principio di cittadinanza delle persone e principio di concorrenza tra le imprese.

Intanto, nel contesto politico più generale ci sono due questioni rilevanti che si sono affacciate e di cui occorre tenere conto. La prima è che due mesi fa la Commissione Europeaha lanciato una consultazione attraverso un Libro Verde sulla modernizzazione della politica dell’Unione europea in materia di appalti pubblici finalizzata ad acquisire elementi di informazione e di valutazione in vista della revisione della disciplina europea degli appalti pubblici, e quindi delle direttive n. 17 (settori speciali) e n. 18 del 2004 (settori ordinari). A livello comunitario si è quindi aperto il confronto che auspicavamo sulle diverse problematiche (di carattere giuridico, di efficienza amministrativa, economica e di regolazione del mercato, di valorizzazione delle clausole sociali) che riguardano la materia degli appalti, attraverso una puntuale ricognizione dei problemi emersi con riferimento all’attuazione della normativa europea vigente e alla possibilità di apportare ad essa le correzioni e le integrazioni che risulteranno necessarie ed opportune. Basti a tale proposito citare la ben nota vicenda degli appalti riservati. Federsolidarietà ha contribuito in maniera sostanziale alla costruzione della posizione che Confcooperative proprio oggi, giornata che segna il termine di questa fase di consultazione, sta inviando alla Commissione. In particolare, in relazione ai temi del seminario di oggi, abbiamo messo in evidenza le problematiche, le opportunità e le potenzialità non ancora sfruttate in relazione alla possibilità di prevedere clausole sociali mirate all’inserimento lavorativo delle fasce deboli del mercato del lavoro, alla necessità di alzare le soglie comunitarie, all’importanza di contrastare il dumping sul costo del lavoro e di valorizzare i principi della solidarietà e della sussidiarietà anche in tema di appalti. E, naturalmente, si è messa in evidenza anche la questione relativa ai laboratori protetti e ai programmi di lavoro protetti, in relazione all’esperienza italiana delle cooperative sociali di tipo b). L’orizzonte temporale delle modifiche non è immediato, ma crediamo importante che si sia aperto un dibattito e che questo sia incentrato sulle criticità che anche il sistema della cooperazione sociale in questi anni ha evidenziato. È importante che in questo dibattito europeo la nostra posizione sia affermata e difesa.  L’auspicio è che gli strumenti della sussidiarietà, di cui gli atti del seminario propongono un’ampia analisi, siano adoperati in misura maggiore, a partire dalle opportune modifiche legislative a livello europeo e a livello nazionale.

Un secondo aspetto che riteniamo importante evidenziare oggi riguarda una questione apparentemente lontana: i referendum abrogativi popolari che si terranno il prossimo 12 e  13 giugno. Uno dei tre referendum, riguarda proprio la riforma della nuova disciplina dell’art. 23 bis del decreto-legge 112/2008 sugli affidamenti dei servizi pubblici locali. Il quesito referendario, che nella traduzione semplicistica dei notiziari è stato focalizzato sulla questione dell’acqua, propone l’abrogazione di tutta la normativa sugli affidamenti dei servizi pubblici locali, sulle cui criticità e opportunità saranno in parte concentrati i lavori di oggi. Il referendum impone ai cittadine scelte nette: si o no. Da una parte l’abrogazione di questa norma elimina all’origine le criticità determinate dalle dibattute sentenze che appunto escludevano i servizi pubblici locali dall’ambito di applicazione delle convenzioni ex art. 5 della legge 381 del 1991. Dall’altra, ovviamente, interrompe il processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e, quindi, la possibilità di dare maggiore mobilità e spazi di inserimento in alcuni settori in cui operano le cooperative. Senza ovviamente inoltrarci sul terreno delle scelte e dei posizionamenti di voto che, ovviamente, lasciamo che si svolga nelle sedi opportune, si presenta però un occasione per sviluppare un ragionamento più articolato sul tema dei beni comuni o dei servizi pubblici, che attribuisce ulteriore efficacia e attualità agli interventi di questa giornata. Noi crediamo che i beni comuni, l’acqua, le infrastrutture, le reti di distribuzione, i servizi sociali del territorio devono trovare un equilibrio nelle modalità di gestione che non possono trovare una sintesi in slogan quali “pubblico è bello” oppure “privatizzazioni e libera concorrenza”. Lo sanno bene i cooperatori sociali che in questi anni hanno sviluppato modelli integrati di gestione dei beni comuni, buone prassi di sussidiarietà, in sintesi quello che è previsto dall’art. 1 della legge 381: una modalità privata, non profit e multistakeholder, di perseguire l’interesse generale della comunità.  Saremmo certamente preda di un delirio di onnipotenza o quanto meno di un inopportuno velleitarismo, se volessimo candidare la cooperazione sociale alla gestione di tutti i servizi pubblici, in particolare quelli più complessi, dalla cura dell’ambiente, alla manutenzione della rete idrica e delle infrastrutture. Tuttavia, forse, potremmo proporre un modello che, a partire dalla funzione pubblica riconosciuta a organizzazioni private impressa nella legge istitutiva della cooperazione sociale, che quest’anno celebra il ventennale, candidi imprese sociali, private per organizzazione e pubbliche per funzione, alla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Una riproposizione del modello della forma cooperativa in se potrebbe esser un validissimo strumento per sottrarre dalla polarizzazione tutto privato-tutto pubblico la riflessione sui beni pubblici. In fondo, come  abbiamo visto troppe volte, una azienda totalmente pubblica (pensiamo alle ASL o alle AO inLombardia) che ha a capo un manager che di pubblico a solo la nomina poi governa in forma del tutto monocratica, né più né meno che se fosse appunto il manager di un impresa ordinaria.

Provincia di Catania e Idea Agenzia per il Lavoro, un accordo per l’occupazione

Anche questa buona prassi è stata presentata nel seminario di Roma del 20 gennaio; riguarda una sinergia tra la Provincia di Catania, il Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro e il suo socio locale Laire per realizzare percorsi di integrazione lavorativa e sociale delle persone deboli. Sulla base dell’accordo,  la Provincia si è impegnata a:

  • coinvolgere Idea Lavoro in tutti i tavoli per le politiche del lavoro e facilitare l’instaurarsi di collaborazioni con altri EEPP (es. ASL, DAP, Università, etc.) e tutti gli altri interlocutori pubblici e privati;
  • facilitare  il contatto tra Idea Agenzia per il lavoro e le aziende, in specie quelle in obbligo L 68/99, fornendo l’elenco delle aziende;

Le parti hanno fatto ricorso alla forma del Protocollo di Intesa; il primo accordo è stato stipulato nel 2002, poi, considerati gli esiti positivi, nel luglio 2010 è stato firmato un secondo Protocollo d’Intesa che ha fra i suoi obiettivi anche quello di favorire l’applicazione dell’art 12 bis L 68/99.

Il protocollo può documentare risultati concreti, sia sul fronte dei tirocini che degli avviamenti al lavoro veri propri; di seguito i dati sino al 2008.

tirocini formativi

avviamenti al lavoro

totale
2002 16 26 42
2003 12 15 27
2004 30 10 40
2005 33 105 138
2006 44 74 118
2007 158 134 292
2008 166 25 191
459 389 848

Il protocollo ha inoltre previsto la collaborazione con l’Università di Catania per l’elaborazione e l’implementazione di metodiche sull’inserimento lavorativo da cui sono nate alcune pubblicazioni.

Città dei Mestieri di Roma, un’alleanza per il lavoro

Nel corso del seminario nazionale del 20 gennaio sono state presentate alcune esperienze di buone prassi nel rapporto tra cooperazione sociale e pubbliche amministrazioni; una di queste è la Città dei Mestieri e delle Professioni di Roma.

La Città dei mestieri di Roma sorge su uno spazio di 450 metri quadri, in un bene confiscato alla mafia e rappresenta uno spazio di informazione e orientamento sui percorsi formativi, lavorativi e professionali: è aperto a tutti, con accesso libero, gratuito, senza appuntamento. Al suo interno gli utenti possono usufruire di documentazioni specializzate, strumenti multimediali, materiali aggiornati sulle tematiche del mercato del lavoro, delle professioni e della formazione, funzionali a quattro possibili esigenze: fare impresa, cercare lavoro, scegliere la formazione, orientarsi nelle scelte.

Il modello delle Città dei Mestieri  è nato a Parigi nel 1993; si è costituita l’Associazione delle Città dei Mestieri che ha formalizzato un disciplinare da ottemperare per ottenere il “label” e aprire una nuova città dei mestieri. Tra gli elementi distintivi di questa esperienza vi è il partenariato tra soggetti pubblici e privati, per integrare e condividere competenze e le risorse, anche economiche. I partner coinvolti possono essere istituzioni locali,  istituzioni scolastiche e universitarie, parti sociali e datoriali, organismi di formazione e di orientamento territoriali,  organismi rappresentativi a livello locale (fondazioni, banche, associazioni ecc..); questi enti stipulano tra loro dei protocolli d’intesa che formalizzano gli impegni di ciascuno per la riuscita del progetto. Nell’esperienza di Roma i partner sono Solco Roma, capofila ed ente depositario del label, Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro, Comune di Roma  – Municipio X, Provincia di Roma, Regione Lazio, Associazione ANIMA – Unione degli Industriali e delle Imprese di Roma, alcuni media locali, e le aziende sanitarie. La Città dei Mestieri di Roma, inaugurata nel giugno 2009, conta ad oggi circa 2000 utenti così suddivisi:

  • Ricerca del lavoro e Orientamento professionale: circa n. 800 utenti sostenuti nella ricerca del lavoro, grazie al partner Idea Agenzia per Il Lavoro e al lavoro;
  • Creazione di Impresa: circa n. 800 utenti indirizzati a percorsi di auto-imprenditorialità con il sostegno di Associazione ANIMA
  • Scegliere una formazione: circa n. 400 utenti orientati  ai percorsi formativi e di qualificazione professionale, previsti dalla Regione Lazio e dalla Provincia di Roma
  • Accompagnamento all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (disabili, immigrati, ex detenuti ecc.): circa 60 disabili psichici sostenuti nei percorsi di inserimento lavorativo e 40 immigrati, ex detenuti, disoccupati over 40 sostenuti nell’inserimento lavorativo, in collaborazione con i Servizi Sociali del Municipio Roma X, cooperative sociali partner, associazioni del terzo Settore e aziende sanitarie.

Quali reti per l’inserimento lavorativo

Oltre al contributo pubblicato ieri, Federsolidarietà Veneto, in preparazione al seminario regionale del 15 marzo, ha prodotto altri due documenti; uno, dedicato alle alleanze, le reti e i rapporti delle cooperative sociali è di seguito riprodotto.

Su quali rapporti puntare

Innanzitutto con i clienti (Enti Pubblici ed Aziende), con gli  Attori pubblici locali, investendo nella co-progettazione (Comuni, Province, Regione), con gli stakeholder che ne condividono obiettivi e intenti (Associazioni e Consorzi, ma anche fondazioni, banche ed istituti di credito). È importante che la cooperazione sociale non viva solo di bandi, ma che cerchi anche un dialogo con fondazioni e bandi per raccogliere fondi da re – investire nelle proprie attività.

Alleanze per la crescita delle persone

Stringere alleanze anche con scuole (provincia, assessorato all’istruzione) già dall’inizio del percorso formativo della persona è importante per non trovarsi poi con ragazzi/adulti di cui non si sa niente o poco e quindi è difficile costruire dei percorsi.

Tre direzioni per costruire reti

1) Contesto della cooperazione: una cooperativa non può restare fine a se stessa (soprattutto le B), dinanzi alle domande e sfide che vengono richieste dal mondo imprenditoriale/produttivo. Fondamentale in questo senso l’importanza della Federazione, una cooperativa è agevolata se è dentro un contesto di consorzio territoriale, e importanti sono anche gli accordi tra consorzi trasversali per territori, non tanto e non solo per materia. La costruzione delle reti, lavoro che va riconosciuto come fondamentale, ha permesso e permette alle cooperative dei nostri territori di avere legami, contatti e opportunità non solo a livello locale ma provinciale o regionale. inoltre si deve tenere presente che la concorrenza l’abbiamo al nostro interno, oltre che al mondo profit.

2) Contesto del mercato: nel mercato non esiste il privilegio, nel mercato esiste la convenienza (e la concorrenza). Concetto del bene comune: inteso come bene comune delle cooperative che si alleano e della comunità nella quale si svolge il servizio. I nostri interlocutori nel mercato sono l’ente locale e l’azienda.
2a) Ente Locale: oggi vede nella cooperazione non più un soggetto di collaborazione ma uno strumento da sfruttare per mantenere determinati servizi a costi inferiori. Dando meno valore all’inserimento lavorativo e più valore al massimo ribasso (indipendentemente da chi lo offre). Anche la legislazione specifica che permetterebbe affidamento diretti, è conosciuta solo da alcune parti dell’ente (solitamente quella politica), e non da altre (funzionari, dirigenti). Alcune esperienze soprattutto nei piccoli comuni hanno portato a essere interlocutori ed esecutori di alcuni strumenti e soluzioni con la pubblica amministrazione, per cui riteniamo necessario sempre più essere competenti in termini tecnici per offrire la soluzione.
2b) Aziende profit: sul rapporto con le aziende ultimamente stiamo vedendo l’associarsi in ATI ad aziende per partecipare ad appalti, lavorando insieme su costruire clausole sociali. È un mercato in cui si supera la logica della concorrenza associandosi, non si può chiedere all’azienda di fare il bene sociale. L’imprenditore vede la sua prospettiva profit, il sociale deve proporgli l’abbinamento con il valore sociale, e l’abbinamento deve essere di plusvalore, non di “plusfiga”.  È necessario diffondere un cambio di mentalità per fare questo salto mentale, per essere interlocutori alla pari, per chiedere e avere lavoro secondo nuove prospettive.
2c) Banche e finanza: non facciamo sviluppo finanziario, facciamo pochi mutui, abbiamo paura. Le cooperativa sociali hanno soldi fermi, non hanno un progetto di sviluppo finanziario. Rispetto alla finanza è necessario cambiare mentalità all’interno della cooperativa, nella quale vengono messe in atto e prese scelte di massima garanzia perché la scelta poi ricade su tutta la base sociale, questa non è una mentalità imprenditoriale, non c’è rischio di impresa, che è elemento fondamentale nella scelta e nel fare azioni finanziarie.

3) Contesto dell’inserimento lavorativo: manca forse una riprogettazione di tutta la filiera. La fase di formazione vera e propria propedeutica all’inserimento lavorativo, dobbiamo lasciarlo ad altri (es. coop. Tipo A), perché deve arrivare in B già “produttivo”, sia esso normodotato o svantaggiato. Inoltre bisogna rafforzare le relazioni con i servizi per l’inserimento  lavorativo, con le scuole, come enti di collegamento per la cooperazione, con gli Enti di formazione.

Cooperazione B: siamo veramente imprese?

Nel corso del Seminario del 20 gennaio su cooperazione sociale e servizi pubblici locali è intervenuto Mauro Ponzi a nome di CGM – Welfare Italia. Il suo contributo è partito dall’evidenziare alcune questioni, anche provocatorie, che ci portino a riflettere su cosa intendiamo per inserimento lavorativo: produrre oggettistica scadente, oppure vendere prodotti ai mercatini parrocchiali, possono essere veramente considerate delle azioni di inserimento lavorativo, o talvolta si rischia di confondere lavoro e terapia occupazionale, rendendo le B di fatto delle A travestite? Questo rischio si può verificare sia per una tendenza al “buonismo” delle cooperative, sia per il tipo di rapporto che si instaura con la pubblica amministrazione, con il risultato di trasformare la cooperativa in uno “stoccaggio di bisogni” invece che un luogo di lavoro.

Contro questo rischio, Mauro Ponzi ha presentato l’esperienza del consorzio Oscar Romero di Reggio Emilia, dal primo protocollo di intesa tra cooperative sociali e azienda municipalizzata operante nel settore ambientale, risalente al 1994, sino ad oggi. Il consorzio è passato in questi anni da esperienze di lavori relativamente semplici, quali le guardianie alle isole ecologiche e lavori di spazzamento manuale delle strade a lavori complessi realizzati grazie ad investimenti significativi in mezzi e macchinari, da un fatturato di 385 mila euro nel 1995 agli oltre sette milioni di euro attuali, dalle iniziali 22 persone alle 113 del 2009. Tutto ciò è dunque l’esito della capacità di percepirsi come esperienza impresa, di investire, professionalizzarsi, accettare e vincere la sfida del mercato per creare lavoro vero.

20 gennaio 2010, Roma: cooperazione sociale e servizi pubblici locali

Si tiene domani 20 gennaio 2011 il seminario “Pubblici poteri e cooperazione sociale. Servizi pubblici locali e governance delle politiche” organizzato da Federsolidarietà al Palazzo della Cooperazione di Roma: un momento di analisi delle riforme dei servizi pubblici locali che vedranno la luce proprio nel 2011 e di confronto sugli scenari che si aprono per le cooperative sociali di inserimento lavorativo. Il titolo evoca un confronto tra alcuni principi: la sussidiarietà, la solidarietà e la concorrenza. Valori che recentemente (troppo spesso) la dottrina e la giurisprudenza vedono come contrapposti. Come declinare coerentemente il principio di concorrenza con l’azione della cooperazione sociale? E’ possibile una reale attuazione del principio di sussidiarietà, che valorizzi il ruolo delle cooperative sociali nei servizi di interesse generale quali organizzazioni che “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” loro assegnato dall’art. 118 della Costituzione? I lavori saranno aperti dal presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini, a cui seguiranno le relazioni tecniche sugli affidamenti di servizi alle cooperative sociali di tipo b), sulla riforma dei servizi pubblici locali, sulle clausole sociali. Accanto a questi interventi saranno presentate le buone prassi territoriali e del nostro sistema consortile.

Al centro delle politiche attive del lavoro (1/3)

Questo e i successivi due post sono dedicati ad un articolo di Gianfranco Marocchi e costituiscono un adattamento e aggiornamento del capitolo “Inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro” pubblicato nel 2006 nel Rapporto “Le questioni aperte” e poi in un articolo su impresa sociale.

Distinguiamo due questioni: il fatto che l’inserimento lavorativo sia encomiabile (certamente fuori discussione) ed encomiato (abbastanza fuori discussione) e il fatto che l’azione che le cooperative sociali svolgono si posizioni o meno al centro del dibattito sulle politiche attive del lavoro. Si può essere infatti oggetto di incondizionata ammirazione, ma al tempo stesso rischiare di essere confinati, dal punto di vista della definizione e delle sviluppo delle politiche, in una nicchia. Il rischio maggiore, in questi ultimi anni, è proprio questo.

Partiamo dal dire che a partire dalla metà degli anni ottanta e per un decennio, al contrario, la cooperazione sociale si guadagnò una posizione centrale e strategica nelle politiche (allora non così attive) del lavoro. In un panorama in cui esisteva il lavoro senza crescita e integrazione (il vecchio collocamento obbligatorio della 486/1968) e la crescita senza garanzia di lavoro (formazione professionale), la cooperazione sociale – che offriva insieme reddito, integrazione sociale, crescita personale – ebbe un effetto dirompente. Sviluppatasi a ritmi sostenuti  e (auto)riproducibile attraverso meccanismi di rete, innovativa, imprenditoriale – antitetica all’assistenzialismo – la cooperazione sociale è stata da subito in grado di agire con limitato esborso di risorse pubbliche e di creare cultura intorno alla propria esperienza. E soprattutto, appunto, si è dimostrata innovativa nello scenario degli interventi che a tempo si utilizzavano per supportare il reperimento del lavoro di chi non riusciva a trovare occupazione.

Chi ricorda quella fase ha ben presente come la cooperazione sociale di inserimento lavorativo venne “scoperta” dai media, che inziarono a dedicarle spazio, dagli enti locali, che inaugurarono significative politiche di convenzionamento ai sensi dell’articolo 5 e come guadagnò l’attenzione del legislatore. Un esempio per tutti: a metà degli anni novanta una delle maggiori questioni aperte nelle politiche del lavoro era l’inquadramento dei lavoratori socialmente utili (LSU). A ben vedere, la cooperazione sociale sarebbe potuta non c’entrare più di tanto; in fondo non si trattava di svantaggiati compresi nella 381/1991, di disabili o di tossicodipendenti. Eppure, la norma che mette mano alla questione (D.Lgs 468/1997) mette in mano la soluzione a due soggetti: “I progetti … possono essere promossi dalle amministrazioni pubbliche … dagli enti pubblici economici, dalle societa’ a totale o prevalente partecipazione pubblica e dalle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, e loro consorzi”. Notevole, vero? L’apprezzamento per il lavoro svolto dalla cooperazione sociale, i meriti guadagnati sul campo con gli svantaggiati e soprattutto la sua centralità nel dibattito sulle politiche attive del lavoro, erano tale che il legislatore la individò, accanto ai soggetti pubblici, come l’attore naturale delle azioni per intervenire su una delle maggiori questioni occupazionali di quel momento. Lo stesso legislatore, un anno dopo, nella definizione dei meccanismi di collocamento mirato dei disabili, oltre ad introdurre l’articolo 12 di cui già si è parlato nel blog, riserva un ruolo alla cooperazione sociale nel punto centrale della legge, nelle convenzioni di cui all’articolo 11 che costituiscono il principale strumento operativo dei servizi pubblici per l’impiego.

Non si trattava (solo) di capacità di lobbying dei responsabili del movimento cooperativo. Questa attenzione derivava da un effettivo posizionamento della cooperazione sociale al centro delle politiche del lavoro, accreditata dall’avere inventato, sperimentato, affermato e diffuso una soluzione prima inesistente, capace di mettere insieme occupazione e crescita, imprenditorialità e vantaggio pubblico.

Il seguito della storia domani…

Rieccoci! E con due notizie!

Pur con un giorno di ritardo, riecco il blog sull’inserimento lavorativo nelle vostre caselle mail e online con due notizie.

La prima è che Federsolidarietà Puglia ha calendarizzato per il 24 gennaio prossimo un seminario di approfondimento sul libro verde, che si concentrerà in particolare sui temi “inserimento lavorativo, mercato e impresa” e  “le alleanze, le reti, i rapporti“. E’ prevedibile che nei prossimi giorni altre Federazioni annunceranno iniziative analoghe; nella pagina “Le iniziative delle Federazioni regionali” sarà sempre possibile individuare il calendario aggiornato. Sempre in tema di iniziative si ricorda l’appuntamento del 20 gennaio con il seminario di Roma sulle buone prassi di sussidiarietà.

Ma veniamo alla seconda notizia. Con il contributo decisivo di Federsolidarietà il 20 dicembre scorso il Consiglio Regionale della Regione Liguria ha approvato con voto bipartisan un emendamento alla legge finanziaria regionale che prevede che la Regione e gli Enti ad essa collegati, Aziende sanitarie incluse, riservino alle cooperative sociali di tipo B una quota pari ad almeno il 5% di forniture di beni e servizi di importo inferiore alla soglia comunitaria; l’emendamento inoltre fa cenno, pur in modo meno cogente, alla volontà di valorizzare le clausole sociali anche su affidamenti sopra soglia, secondo quanto previsto dal D.Lgs 163/2006. Certo, l’esperienza ci dice che il mero conseguimento di dispositivi di questo genere non è di per sé risolutivo: è necessario invece che sia seguito da un lavoro certosino sia con la parte politica che con i tecnici dei settori coinvolti per far sì che la previsione si traduca in atti effettivi. E’ quindi assai positivo il fatto che già siano previsti successivi incontri tra Federsolidarietà e la Regione Liguria per definire le modalità di implementazione della norma. Ma il considerare l’emendamento un punto di partenza e non di arrivo nulla toglie all’importanza di questo passaggio, un segnale chiaro di come attraverso un’efficace azione di lobbying anche nel 2011 sia possibile far maturare nuove disponibilità, sul fronte istituzionale, verso le potenzialità della cooperazione B nell’inserire persone svantaggiate. E questo segnale non è unico, come vedremo nei prossimi giorni…

Lavori socialmente utili e imprese socialmente utili

Finiamo la carrellata dei classici con questo articolo “Socialmente utile: dallo slogan all’azione di impresa“. Si tratta di un concetto che si ritrova spesso negli articoli di quegli anni. Da una parte i lavori socialmente utili erano invocati da diverse parti come risposta “avanzata” alla crisi occupazionale: richiedevano comunque che i beneficiari si impegnassero in attività lavorative (a suo modo, quindi un misura “attiva”) e comprendevano un beneficio per la comunità locale consistente nel lavoro svolto; d’altra parte si rimarcava come spesso questi cantieri si risolvessero in lavoro fittizio e improduttivo, un sussidio assistenziale mascherato da lavoro.

A questo proposito il redazionale di Impresa sociale curato da Stefano Lepri prima richiama una pubblicazione della Fondazione Agnelli, per poi formulare una propria proposta: “[in uno studio della Fondazione Agnelli si afferma che] l’alternativa è tra il sussidio senza lavorare, con tutti i problemi di emarginazione e di inutilità sociale, o un lavoro retribuito in parte con denaro pubblico. Da un punto di vista sociale ed economico, la seconda soluzione appare preferibile, anche se dovesse svolgersi in lavori di pubblica utilità e modestissimo valore aggiunto. Tuttavia va respinta la presa in carico diretta o indiretta (cantieri di lavoro) da parte delle Amministrazioni pubbliche, perché essendo queste, di fatto, prive di reali strumenti di controllo sull’attività lavorativa di queste persone (ivi compresa la possibilità di licenziare chi non lavora, lavora male o è assenteista) il tutto sarebbe destinato a risolversi in alto rischio di nuove sacche di parassitismo sociale. L’unica soluzione che può assicurare una qualche produttività è quella di far assumere queste persone, il cui salario è in gran parte pagato dalla mano pubblica, da imprese: ma che siano imprese (private o cooperative) vere, solide, finalizzate al business e capaci di governare la forza lavoro”. Pur senza negare la possibilità che anche le imprese tradizionali possano essere coinvolte in azioni di riassorbimento di forza lavoro marginale, l’esperienza di questi ultimi vent’anni (che ha visto il sostanziale fallimento delle diverse forme di “collocamento obbligatorio”) porta a credere che tali azioni possano essere meglio condotte da “imprese socialmente utili”, quali sono le cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Nell’articolo seguente Bruno Manghi scrive in proposito: “attraverso un’occupazione di emergenza si può rientrare nel mercato del lavoro. Ciò riguarda una parte dei disoccupati tendenzialmente di lungo periodo. Ma ciò implica che il lavoro d’emergenza sia “ben fatto”, che reinserisca culturalmente nel ciclo produttivo. Occorre insomma che sia organizzato, il che può avvenire solo se una forma d’impresa (sia essa una cooperativa, un’impresa artigiana o industriale) sostituisce il cantiere malamente affidato alla gestione burocratica. I lavori socialmente utili sono quindi quelli che si inseriscono in imprese socialmente utili, capaci comunque di confrontarsi con il mercato e non fornitrici privilegiate di un unico committente. Le imprese sociali si candidano  perfettamente a questo compito.” Insomma, lavori socialmente utile in imprese socialmente utili: “tutto converge verso uno spostamento di risorse a favore delle politiche attive del lavoro (tralascio qui la spinosa questione della formazione professionale).  Ma in tal caso il ruolo pubblico muta e diventa strategico saper misurare gli effetti dell’intervento e cambiare rapidamente le scelte. Anche per questo la dimensione locale risulta l’unica praticabile, e il ruolo del privato sociale diventa prezioso.”

1991, le cooperative sociali come risposta a bisogni che le politiche del lavoro non riescono a soddisfare

Uscito sul numero 1 di Impresa sociale – siamo nel marzo 1991, quindi ancora in periodo pre 381 – l’articolo di Carlo Borzaga “Politiche del lavoro e inserimento lavorativo dei soggetti deboli: l’esperienza italiana” è di grande interesse anche oggi. Ovviamente le politiche del lavoro hanno avuto da allora ad oggi innumerevoli sviluppi di cui l’articolo non può tenere conto, ma l’aspetto di attualità è costituito dal collocare le “iniziative promosse dalla società civile”, tra cui la cooperazione sociale entro l’evoluzione delle politiche attive del lavoro. La cooperazione sociale – allora, pre 381/1991, ancora vista come articolata in cooperative integrate e cooperative di solidarietà sociale – ed altre iniziative della società civile sono viste come una risposta ai limiti della legislazione sul collocamento obbligatorio e ai primi interventi realizzati su scala regionale. Fa un certo effetto leggere oggi questa descrizione della cooperazione sociale: “Ancora in crescita, l’esperienza delle cooperative  di solidarietà sociale sembra quella più idonea adun recupero di soggetti deboli con difficoltà occupazionali dovute prevalentemente a carenze di professionalità e a lunghe esperienze di disoccupazione o di emarginazione”.

Queste le conclusioni dell’articolo: “Alle incertezze e alle evidenti e gravi lacune delle politiche del lavoro nazionali, e in particolare di quelle a sostegno dei soggetti deboli, ha risposto l’iniziativa regionale e locale e la società civile. Anche in questo caso è risultata confermata l’idea che da alcuni anni va facendosi strada che le politiche del lavoro sono tanto più efficaci, quando sono gestite su scala locale, partendo dai bisogni reali e facendo leva sulle risorse esistenti nei diversi contesti territoriali. Tra queste risorse, le politiche per l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli dispongono oggi, accanto alle imprese tradizionali, delle “imprese sociali” rappresentate dalle cooperative integrate e di solidarietà sociale. Le risorse per favorire l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli sono quindi oggi maggiori di quelle degli anni ’60 e ’70 ed è necessario utilizzarle tutte secondo le loro specifiche finalità. Tra cooperative ed enti locali si sono già instaurate forme di collaborazione innovative e interessanti. Esse vanno potenziate, soprattutto favorendo, nelle cooperative la crescita della consapevolezza degli obiettivi e, negli enti pubblici, la convinzione che più che sugli incentivi, sempre modesti (vista le limitatezza delle risorse finanziarie) è utile far leva sull’affidamento di quote di domanda pubblica di beni e servizi.”