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15 marzo, tocca al Veneto

Federsolidarietà Veneto ha fissato per il 15 marzo il proprio seminario di discussione sul Libro Verde, che approfondirà il tema “Inserimento lavorativo, mercato, impresa“. Di seguito è riportato un documento elaborato su questo argomento dalla Federazione Veneta in preparazione all’incontro.

Inserimento lavorativo, mercato, impresa

Prima di tutto è necessario soffermarsi sulle caratteristiche di intervento delle cooperative d i tipo b:

  • quelle orientate maggiormente a un lavoro di accoglimento e transito in cooperativa (e quindi più vicine all’intervento alla persona e più attente quindi agli strumenti di politiche attive del lavoro – modello emiliano);
  • quelle caratterizzate da una più marcata attenzione al mercato (modello veneto – lombardo).

Tra le caratterizzazioni di queste ultime c’è una netta distinzione tra quelle che operano sostanzialmente nel mercato dei servizi o produzione per l’ente pubblico (la maggioranza) e quelle che operano nel mercato, evidenziando che tale caratterizzazione qualifica ulteriormente la capacità di far sintesi tra le regole di mercato e l’accoglienza lavorativa delle persone svantaggiate. Si è comunque registrato che esperienze significative di collaborazioni con clienti committenti privati siano più facili e duraturi con le aziende grosse e con marchi importanti con cui poter tradurre con numeri significativi il collocamento di persone svantaggiate; più stentata la situazione registrata tra le piccole realtà che stanno soffrendo la crisi generalizzata e che spesso si trovano a dover ricostruire offerte di servizi per continuare nella sopravvivenza.

Si è annotato successivamente il sostanziale fallimento dell’applicazione degli art. 12, 12 bis e 14, suffragato dai dati generali emersi tra quelli consegnati e questo a causa di evidenti variazioni di mercato, dall’aumento delle aziende in crisi, dalle deroghe ottenute, ecc. Si ritiene possano esserci ancora buone opportunità da esplorare spingendosi nei territori ove operano le grandi aziende, che, come detto prima, riescono con maggior facilità a comprendere il valore e il vantaggio complessivo di operazioni di questo tipo. Permane la necessità comunque di rivedere gli attuali schemi di applicazione particolarmente gravosi e la forte resistenza delle associazioni di rappresentanza delle persone invalide. Inoltre le Provincie, che hanno competenza in ciò, non supportano adeguatamente tali iniziative.

Molto spazio è stato dato all’approfondimento circa il concetto di sostenibilità aziendale che naturalmente può trovare diversa declinazione all’interno di ogni realtà. In sostanza si evidenzia la necessità di dare un indirizzo (il più persuasivo possibile) alle cooperative (soprattutto quelle piccole e piccolissime) nel mirare o individuare strategie di crescita, accorpamento, fusione tra varie realtà, al fine di poter organizzare con competenza, qualità e conseguente competitività la propria proposta di produzione di beni o servizi.

Tali risultati sono raggiungibili anche attraverso la partecipazione in Consorzi, con l’accortezza però che sia ben chiara e condivisa la natura imprenditoriale degli stessi (consorzi di scopo o di sole tipo b) e che abbiano un’adeguata autonomia dagli ambiti politici di rappresentanza associativa garantita invece all’interno delle federazioni.

Meno marcata la discussione sul concetto di territorialità e su quali debbano essere le strategie imprenditoriali di crescita in altri mercati o territori, ovvero il rispetto delle altre realtà cooperative che già operano in altre zone ove viene bandita una gara o si viene invitati alla partecipazione per una selezione o per un’eventuale sostituzione delle stesse. Qui il dibattito sulla concorrenza tra le tipo b è completamente aperto, serve buon senso ma rigore, va premiato chi ha saputo predisporre un’organizzazione di servizio migliorativa e all’avanguardia, ma non possono essere abbandonate quelle più indietro in tale percorso. Si torna all’invito precedente, mettere cioè tutte le cooperative nella condizione di poter crescere e migliorare, prima che il mercato e la selezione voluta (ad esempio negli enti pubblici) attraverso le gare agiscano inesorabilmente.

Si è rilevata inoltre la necessità di proseguire nel lavoro di riconoscimento dell’allargamento delle categorie di svantaggio, vista il perdurare della critica situazione economica che di fatto crea continuamente nuovi disoccupati cui spesso siamo chiamati a dare risposte di lavoro. Fasce deboli da sempre presenti nella nostra società e queste nuove povertà sono in forte aumento: vanno definite le misure a sostegno a queste persone.

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Riflessioni dall’Emilia Romagna (1/2)

Oggi e domani si pubblica un estratto del documento inviatoci dalla Federazione dell’Emilia Romagna e condiviso anche con Legacoop sociali, sulle cooperative B. In questa prima puntata si riporta un’analisi sui punti di forza e di debolezza dell’esperienza, mentre domani sarà pubblicato il capitolo su “Le prospettive future”. Il nostro percorso verso il Libro Bianco è anche condivisione di riflessioni ed esperienze, benvenuti quindi i contributi di questo tipo.

Il documento riprodotto in estratto è una rielaborazione del rapporto realizzato, in preparazione della III Conferenza regionale della cooperazione sociale dell’Emilia Romagna, tenutasi a Bologna il 20 novembre 2009

Punti di forza. Le buone prassi realizzate

La cooperazione sociale di inserimento lavorativo, nella nostra Regione, ha saputo mantenere e sviluppare in questi anni la sua specificità di essere un’impresa che produce beni e servizi finalizzati all’accoglienza e all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. Le principali innovazioni riguardano:

  • La forte crescita sia di unità produttive che di lavoratori impiegati e la spinta su tutto il territorio regionale a costituire Consorzi per avere maggiore forza imprenditoriale e commerciale e per realizzare il sistema di cura e inserimento sociale della cooperazione sociale
  • Lo sviluppo nel particolare settore dei committenti pubblici, nell’igiene ambientale, e delle multiutilies;
  • La capacità di alcune Cooperative/Consorzi di creare alcune figure professionali non disponibili sul mercato – in particolare quelle del lavoratore guida, del tutor dell’inserimento lavorativo e del responsabile sociale – e strumenti per seguire e certificare l’acquisizione di abilità lavorative da parte dei soggetti svantaggiati.

Alcune cooperative/Consorzi hanno definito meglio la propria mission e rafforzato le proprie specificità, anche utilizzando strumenti di rendicontazione sociale (bilancio sociale, codici etici, certificazione di qualità) adottando di fatto logiche e strumenti di supporto all’impiego entro strutture dedicate a questa specifica e prevalente finalità. Esse hanno così potuto evitare di trasformarsi in laboratori protetti, sono rimaste generalmente aperte al mercato del lavoro esterno, soprattutto quando si sono occupate di soggetti svantaggiati diversi dai disabili gravi, affermandosi come strumento specifico e peculiare nel panorama degli strumenti di politica attiva del lavoro.

Punti di debolezza e criticità evidenziate

  • Difficoltà a comunicare e a far comprendere, in particolare alle pubbliche amministrazioni, il valore aggiunto dell’integrazione sociale, con il risultato di essere considerate, quando va bene, come un qualunque altro “fornitore”.
  • Le cooperative B sono tendenzialmente di minori dimensione delle cooperative A, questo è un elemento di debolezza in una tipologia d’impresa che deve assommare competenze complesse e diversificate (in questo senso il ricorso ai Consorzi, rappresenta una risposta imprenditoriale al problema della dimensione).
  • Scarsa patrimonializzazione e mancanza di soci sovventori finanziariamente capaci, con conseguente difficoltà d’investimento.
  • Attività lavorative poco professionalizzanti. Produzioni con livelli intensivi di lavoro, di semplice esecuzione e a basso valore aggiunto: attività artigianali, attività di assemblaggio, pulizie, manutenzione del verde pubblico e privato, servizi ecologici. Mancanza, nella maggior parte delle cooperative sociali di competenze tecniche operative per lo sviluppo di settori a più alto valore aggiunto.
  • I contributi pubblici a sostegno dell’attività di inserimento lavorativo sono limitatissimi (non ci sono  riconoscimenti anche economici del ruolo delle coop. B nelle politiche attive del lavoro), a fronte di un costo “sociale” alto (tutor, Responsabile Sociale) se le cooperative B vogliono realizzare compiutamente la propria mission.
  • Non si è riusciti a creare, se non in rari casi, filiere strutturate imprenditorial/sociali con il sistema delle imprese e col mondo cooperativo in particolare a partire dalle cooperative di produzione-lavoro e di servizi che in alcuni segmenti di mercato risultano, anzi, essere i principali concorrenti delle cooperative sociali.

A domani per il seguito…