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Provincia di Catania e Idea Agenzia per il Lavoro, un accordo per l’occupazione

Anche questa buona prassi è stata presentata nel seminario di Roma del 20 gennaio; riguarda una sinergia tra la Provincia di Catania, il Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro e il suo socio locale Laire per realizzare percorsi di integrazione lavorativa e sociale delle persone deboli. Sulla base dell’accordo,  la Provincia si è impegnata a:

  • coinvolgere Idea Lavoro in tutti i tavoli per le politiche del lavoro e facilitare l’instaurarsi di collaborazioni con altri EEPP (es. ASL, DAP, Università, etc.) e tutti gli altri interlocutori pubblici e privati;
  • facilitare  il contatto tra Idea Agenzia per il lavoro e le aziende, in specie quelle in obbligo L 68/99, fornendo l’elenco delle aziende;

Le parti hanno fatto ricorso alla forma del Protocollo di Intesa; il primo accordo è stato stipulato nel 2002, poi, considerati gli esiti positivi, nel luglio 2010 è stato firmato un secondo Protocollo d’Intesa che ha fra i suoi obiettivi anche quello di favorire l’applicazione dell’art 12 bis L 68/99.

Il protocollo può documentare risultati concreti, sia sul fronte dei tirocini che degli avviamenti al lavoro veri propri; di seguito i dati sino al 2008.

tirocini formativi

avviamenti al lavoro

totale
2002 16 26 42
2003 12 15 27
2004 30 10 40
2005 33 105 138
2006 44 74 118
2007 158 134 292
2008 166 25 191
459 389 848

Il protocollo ha inoltre previsto la collaborazione con l’Università di Catania per l’elaborazione e l’implementazione di metodiche sull’inserimento lavorativo da cui sono nate alcune pubblicazioni.

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15 marzo, tocca al Veneto

Federsolidarietà Veneto ha fissato per il 15 marzo il proprio seminario di discussione sul Libro Verde, che approfondirà il tema “Inserimento lavorativo, mercato, impresa“. Di seguito è riportato un documento elaborato su questo argomento dalla Federazione Veneta in preparazione all’incontro.

Inserimento lavorativo, mercato, impresa

Prima di tutto è necessario soffermarsi sulle caratteristiche di intervento delle cooperative d i tipo b:

  • quelle orientate maggiormente a un lavoro di accoglimento e transito in cooperativa (e quindi più vicine all’intervento alla persona e più attente quindi agli strumenti di politiche attive del lavoro – modello emiliano);
  • quelle caratterizzate da una più marcata attenzione al mercato (modello veneto – lombardo).

Tra le caratterizzazioni di queste ultime c’è una netta distinzione tra quelle che operano sostanzialmente nel mercato dei servizi o produzione per l’ente pubblico (la maggioranza) e quelle che operano nel mercato, evidenziando che tale caratterizzazione qualifica ulteriormente la capacità di far sintesi tra le regole di mercato e l’accoglienza lavorativa delle persone svantaggiate. Si è comunque registrato che esperienze significative di collaborazioni con clienti committenti privati siano più facili e duraturi con le aziende grosse e con marchi importanti con cui poter tradurre con numeri significativi il collocamento di persone svantaggiate; più stentata la situazione registrata tra le piccole realtà che stanno soffrendo la crisi generalizzata e che spesso si trovano a dover ricostruire offerte di servizi per continuare nella sopravvivenza.

Si è annotato successivamente il sostanziale fallimento dell’applicazione degli art. 12, 12 bis e 14, suffragato dai dati generali emersi tra quelli consegnati e questo a causa di evidenti variazioni di mercato, dall’aumento delle aziende in crisi, dalle deroghe ottenute, ecc. Si ritiene possano esserci ancora buone opportunità da esplorare spingendosi nei territori ove operano le grandi aziende, che, come detto prima, riescono con maggior facilità a comprendere il valore e il vantaggio complessivo di operazioni di questo tipo. Permane la necessità comunque di rivedere gli attuali schemi di applicazione particolarmente gravosi e la forte resistenza delle associazioni di rappresentanza delle persone invalide. Inoltre le Provincie, che hanno competenza in ciò, non supportano adeguatamente tali iniziative.

Molto spazio è stato dato all’approfondimento circa il concetto di sostenibilità aziendale che naturalmente può trovare diversa declinazione all’interno di ogni realtà. In sostanza si evidenzia la necessità di dare un indirizzo (il più persuasivo possibile) alle cooperative (soprattutto quelle piccole e piccolissime) nel mirare o individuare strategie di crescita, accorpamento, fusione tra varie realtà, al fine di poter organizzare con competenza, qualità e conseguente competitività la propria proposta di produzione di beni o servizi.

Tali risultati sono raggiungibili anche attraverso la partecipazione in Consorzi, con l’accortezza però che sia ben chiara e condivisa la natura imprenditoriale degli stessi (consorzi di scopo o di sole tipo b) e che abbiano un’adeguata autonomia dagli ambiti politici di rappresentanza associativa garantita invece all’interno delle federazioni.

Meno marcata la discussione sul concetto di territorialità e su quali debbano essere le strategie imprenditoriali di crescita in altri mercati o territori, ovvero il rispetto delle altre realtà cooperative che già operano in altre zone ove viene bandita una gara o si viene invitati alla partecipazione per una selezione o per un’eventuale sostituzione delle stesse. Qui il dibattito sulla concorrenza tra le tipo b è completamente aperto, serve buon senso ma rigore, va premiato chi ha saputo predisporre un’organizzazione di servizio migliorativa e all’avanguardia, ma non possono essere abbandonate quelle più indietro in tale percorso. Si torna all’invito precedente, mettere cioè tutte le cooperative nella condizione di poter crescere e migliorare, prima che il mercato e la selezione voluta (ad esempio negli enti pubblici) attraverso le gare agiscano inesorabilmente.

Si è rilevata inoltre la necessità di proseguire nel lavoro di riconoscimento dell’allargamento delle categorie di svantaggio, vista il perdurare della critica situazione economica che di fatto crea continuamente nuovi disoccupati cui spesso siamo chiamati a dare risposte di lavoro. Fasce deboli da sempre presenti nella nostra società e queste nuove povertà sono in forte aumento: vanno definite le misure a sostegno a queste persone.

L’orgoglio di vivere del proprio lavoro

La cooperativa Nuovi Sentieri è stata presentata come buona prassi da Federsolidarietà Puglia nel seminario del 24 gennaio. La cooperativa opera nell’inserimento lavorativo dei soggetti diversamente abili (che rappresentano ben il 70% dei lavoratori) attraverso la gestione inizialmente dei servizi di pulizia e, da qualche anno di serre per la produzione di piante aromatiche. Il problema che la cooperativa ha dovuto subito affrontare in questo secondo settore, avviato anche grazie ad un progetto Fertilità, è stato quello di come conquistare il mercato e i clienti. La cooperativa ha intrapreso un percorso di scelte molto forti ed etiche, decidendo di rispettare in toto i dettami del CCNL di riferimento, la normativa in materia di collocamento, vincoli spesso disattesi ed elusi dal mondo del privato, puntando quindi sulla realizzazione di prodotti di qualità.

Ciò che resta difficile da comunicare, sottolineano dalla cooperativa, è  il valore sociale che si nasconde dietro una piantina prodotta. Non si tratta di una semplice pianta ma di un insieme di persone che hanno la volontà di riscattarsi socialmente, di occupare un posto da cittadini a pieno titolo nel nostro Paese, distanziandosi dalle logiche assistenzialistiche che spesso governano l’esistenza dei soggetti diversamente abili. Con orgoglio e dignità, alcuni lavoratori della cooperativa hanno scelto di rinunciare alla pensione sociale di invalidità pur di poter continuare a lavorare in cooperativa e sentirsi parte attiva del ciclo produttivo della comunità in cui vivono contribuendo attivamente alla produzione del sistema economico. Tra l’altro la scelta operata da questi soggetti determina un contenimento dei costi assistenziali realizzando un importante alleggerimento dello Stato sociale e del carico familiare.

Al fine di valorizzare questa esperienza, si sta tentando, con il consorzio a cui è associata la cooperativa, di realizzare una sorta di piattaforma commerciale sul web (e-bay sociale) che possa non solo incentivare la commercializzazione dei prodotti ma anche divulgare il concetto di cooperative sociali a “doppio prodotto” (l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, in primis, e la produzione/erogazione di beni e/o servizi). È necessario, inoltre, promuovere protocolli, accordi, reti con altri soggetti presenti sul territorio e che possono rappresentare un valore aggiunto all’intera operazione sociale messa in atto dalle singole cooperative o dal movimento nel suo insieme.

Va anche segnalato che la cooperativa è stata protagonista della sottoscrizione della prima convenzione in Puglia in applicazione all’art. 12 bis della L. 68/99. La convenzione prevede, accanto allo svolgimento del servizio di pulizia,  anche il servizio di tutoraggio che fa sentire l’impresa garantita dalla presenza della cooperativa sociale di tipo B.

Il lavoro dei disabili: V Relazione al Parlamento sulla legge 68/1999

Ed infine è uscita, con sette mesi di ritardo, la quinta relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999.  I dati mostrano una flessione del numero di disabili avviati,  diminuiti da 31.535 nel 2007 a 28.306 (con 7.132 risoluzioni nel corso dell’anno) nel 2008 a 20.830 nel 2009 (con 4.403 risoluzioni), mentre sono oltre 700 mila i disabili iscritti alle liste speciali.

numero avviamenti

Questo dato risulta paradossale se si considera che sono circa 80 mila le posizioni lavorative scoperte da destinarsi a disabili nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni; eppure le multe nel 2009 sono state meno di 200.

numero disabili iscritti agli elenchi provinciali del collocamento obbligatorio

Si confermano di fatto di scarso rilievo gli strumenti dell’articolo 12 bis (36 in Italia nel 2009, 21 nel 2008) e 14 (125 nel 2009, 75 nel 2008), circa lo 0.5% degli svantaggiati inseriti nelle cooperative sociali italiane.

Scarica la V Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999:

 

Al centro delle politiche attive del lavoro (2/3)

Continua oggi la pubblicazione del contributo di Gianfranco Marocchi “Al centro delle politiche attive del lavoro”. Qui la prima parte, pubblicata ieri.

In realtà, proprio mentre stava riscuotendo i maggiori successi, la cooperazione sociale iniziava ad esporsi al rischio di marginalizzazione.  Facciamo un passo indietro.

Nel 1997 la legge Treu (196/1997) aveva iniziato ad introdurre diverse misure di promozione dell’occupazione: dalla prima introduzione della somministrazione, a norme regolative su apprendistato, formazione, tirocini oltre che i già citati LSU. Nello stesso anno il D.Lgs. 469/1997 introduce il collocamento privato. Le politiche attive del lavoro si sono messe in moto, iniziano ad essere introdotti gli strumenti che negli anni successivi costituiranno il centro del dibattito.

Il centro del dibattito, appunto. Che si sposta su altri temi. Flessibilità e diritti, la flexsecuruty, l’interinale sì o no e quando, i servizi per l’impiego e la loro efficacia o meno, il collocamento mirato e così via. Il centro del dibattito non è più quello del decennio precedente, cui la cooperazione sociale è rimasta ancorata. Forse con qualche responsabilità: quella di aver ritenuto che fosse propria vocazione concentrarsi sull’articolo 4 della 381/1991, semmai cercando di conseguire strumenti “ad hoc” (articolo 12 della 68/1999 e poi articolo 14 del 276/2003) invece che di avere un ruolo negli strumenti generalisti. E ciò è avvenuto non solo  a livello di lobbying politica, quanto di concreta pratica nei territori.

E intanto il mondo andava avanti e il dibattito sulle politiche attive del lavoro pure. Anche in questo caso solo un esempio: il 276/2003, nell’applicare la legge Maroni (30/2003),  assegna alle agenzie di lavoro interinale (!) un ruolo pari e forse superiore a quello delle cooperative sociali nelle azioni di inserimento e reinserimento dei soggetti deboli (art. 13). Intanto le clausole sociali incontrano percorsi via via più accidentati e gli enti locali sembrano sempre più interessati a risparmi di breve periodo più che a politiche di sviluppo dell’inserimento lavorativo. La legge 68/1999, oltre al sostanziale fallimento dell’articolo 12, registra un ruolo di fatto marginale della cooperazione sociale nell’articolo 11, in cui pure, come si è visto ieri, la cooperazione sociale era citata.

Ciò ovviamente non esclude che la cooperazione sociale sia portata come esempio di storie esemplari, ma il pallino è passato altrove.

Domani le conclusioni dell’articolo, con le proposte per cosa concretamente fare da oggi in avanti.

Al centro delle politiche attive del lavoro (1/3)

Questo e i successivi due post sono dedicati ad un articolo di Gianfranco Marocchi e costituiscono un adattamento e aggiornamento del capitolo “Inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro” pubblicato nel 2006 nel Rapporto “Le questioni aperte” e poi in un articolo su impresa sociale.

Distinguiamo due questioni: il fatto che l’inserimento lavorativo sia encomiabile (certamente fuori discussione) ed encomiato (abbastanza fuori discussione) e il fatto che l’azione che le cooperative sociali svolgono si posizioni o meno al centro del dibattito sulle politiche attive del lavoro. Si può essere infatti oggetto di incondizionata ammirazione, ma al tempo stesso rischiare di essere confinati, dal punto di vista della definizione e delle sviluppo delle politiche, in una nicchia. Il rischio maggiore, in questi ultimi anni, è proprio questo.

Partiamo dal dire che a partire dalla metà degli anni ottanta e per un decennio, al contrario, la cooperazione sociale si guadagnò una posizione centrale e strategica nelle politiche (allora non così attive) del lavoro. In un panorama in cui esisteva il lavoro senza crescita e integrazione (il vecchio collocamento obbligatorio della 486/1968) e la crescita senza garanzia di lavoro (formazione professionale), la cooperazione sociale – che offriva insieme reddito, integrazione sociale, crescita personale – ebbe un effetto dirompente. Sviluppatasi a ritmi sostenuti  e (auto)riproducibile attraverso meccanismi di rete, innovativa, imprenditoriale – antitetica all’assistenzialismo – la cooperazione sociale è stata da subito in grado di agire con limitato esborso di risorse pubbliche e di creare cultura intorno alla propria esperienza. E soprattutto, appunto, si è dimostrata innovativa nello scenario degli interventi che a tempo si utilizzavano per supportare il reperimento del lavoro di chi non riusciva a trovare occupazione.

Chi ricorda quella fase ha ben presente come la cooperazione sociale di inserimento lavorativo venne “scoperta” dai media, che inziarono a dedicarle spazio, dagli enti locali, che inaugurarono significative politiche di convenzionamento ai sensi dell’articolo 5 e come guadagnò l’attenzione del legislatore. Un esempio per tutti: a metà degli anni novanta una delle maggiori questioni aperte nelle politiche del lavoro era l’inquadramento dei lavoratori socialmente utili (LSU). A ben vedere, la cooperazione sociale sarebbe potuta non c’entrare più di tanto; in fondo non si trattava di svantaggiati compresi nella 381/1991, di disabili o di tossicodipendenti. Eppure, la norma che mette mano alla questione (D.Lgs 468/1997) mette in mano la soluzione a due soggetti: “I progetti … possono essere promossi dalle amministrazioni pubbliche … dagli enti pubblici economici, dalle societa’ a totale o prevalente partecipazione pubblica e dalle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, e loro consorzi”. Notevole, vero? L’apprezzamento per il lavoro svolto dalla cooperazione sociale, i meriti guadagnati sul campo con gli svantaggiati e soprattutto la sua centralità nel dibattito sulle politiche attive del lavoro, erano tale che il legislatore la individò, accanto ai soggetti pubblici, come l’attore naturale delle azioni per intervenire su una delle maggiori questioni occupazionali di quel momento. Lo stesso legislatore, un anno dopo, nella definizione dei meccanismi di collocamento mirato dei disabili, oltre ad introdurre l’articolo 12 di cui già si è parlato nel blog, riserva un ruolo alla cooperazione sociale nel punto centrale della legge, nelle convenzioni di cui all’articolo 11 che costituiscono il principale strumento operativo dei servizi pubblici per l’impiego.

Non si trattava (solo) di capacità di lobbying dei responsabili del movimento cooperativo. Questa attenzione derivava da un effettivo posizionamento della cooperazione sociale al centro delle politiche del lavoro, accreditata dall’avere inventato, sperimentato, affermato e diffuso una soluzione prima inesistente, capace di mettere insieme occupazione e crescita, imprenditorialità e vantaggio pubblico.

Il seguito della storia domani…

Auguri, buon Natale, buon 2011

Da ora in avanti basta classici. Il blog si concede un a settimana di stop per le vacanze natalizie (prossimo post il 3 gennaio 2011), e dopo toccherà di nuovo ai cooperatori di oggi. Come post di saluto si segnala un bello speciale nel numero 50 di Vita: “Questo lavoro fa per noi” (n.b.: 4MB). Il titolo introduce l’esame di una delle criticità del mercato del lavoro italiano: 400 mila disabili disoccupati, mentre sono 100 mila le posizioni lavorative scoperte sulla base di quanto previsto dalla legge 68/1999. Questo avviene non per l’arretratezza della normativa, che al contrario è ritenuta tra le più avanzate, ma per fattori quali la poca frequenza dei controlli che porta molte imprese a disattendere l’obbligo e dai bassi importi con cui le aziende possono richiedere l’esonero dall’inserimento.

Alcune forme di disabilità, viene ricordato nell’articolo, soffrono di una esclusione ancora più forte: «ci sono disabili e disabili: le difficoltà maggiori nella ricerca – e nel mantenimento – di un posto di lavoro le incontrano i disabili psichici. «Su di loro c’è il pregiudizio più pesante», osserva Barbieri della Fish. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che entro il 2020, trale persone con disabilità, il 50% della popolazione attivae in cerca di lavoro sarà composto da disabili psichici. E già ora sono quelli con le percentuali di inserimento più basse»

Lo speciale, dopo avere ricordato i numeri relativi all’occupazione dei disabili, riporta alcune testimonianze tra cui quella del nostro blog e di alcune cooperative sociali che inseriscono disabili. Emergono molti problemi aperti, ma anche storie positive che dimostra come l’inserimento sia possibile: quella del comico David Anzalone, recentemente intervenuto tra l’altro nella fortunata trasmissione “Vieni via con me”.

Bene, arrivederci a tutti, prossimo post il 3 gennaio. Buon Natale, buon 2011!

Si ricorda il seminario “Pubblici poteri e cooperazione sociale. Servizi pubblici locali e governance delle politiche” a Roma il 20 gennaio prossimo!

Ancora su art. 12, 12 bis e art.14: un’opinione

Premessa: nel blog sono ospitati contributi, come questo, che non rappresentano la posizione di Federsolidarietà Confcooperative, ma che si ritengono utili per alimentare e sviluppare la discussione. Si pubblica qui la seconda parte di un intervento di Gianfranco Marocchi, che a partire da un precedente post (“recinti e pecore”) sviluppa il tema degli inserimenti attraverso gli articoli 12 e 12bis della legge 68/1999 e dell’art. 14 del D.Lgs 276/2003

A pagina 106 della relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999 si trova il numero di persone con disabilità avviate al lavoro tramite convenzione art. 12 (quello vecchio, sono dati 2007 e quindi anteriori al 12 bis che risale a dicembre di quell’anno) e articolo 14. Poniamo pure che il 12 bis abbia avuto un successo (?) paragonabile all’articolo 14. Dopo circa un decennio dalla loro introduzione, queste normative nella migliore delle ipotesi hanno riguardato forse l’1% delle persone svantaggiate inserite in  cooperativa sociale. Scontiamo le percentuali sui disabili in cerca di occupazione – quindi l’impatto effettivo degli strumenti in questione rispetto all’entità del problema su cui si propongono di intervenire – perchè il numero di zeri da mettere dopo la virgola diventa imbarazzante.

Certo va tributato ogni rispetto a chi, con lodevoli sforzi concertativi (probabilmente non senza un notevole mal di fegato nel convincere gli interlocutori di non essere in nessun senso malintenzionato), è riuscito a costruire le condizioni per creare qualche decina di opportunità occupazionali per persone con disabilità attraverso queste convenzioni. Anche un solo posto di lavoro è cosa massimamente degna. Ma così non va. O c’è un cambio di marcia o è meglio lasciar stare.

Già si è argomentato che recinti, deresponsabilizzazione delle imprese, cooperative sociali che assorbono tutta l’esclusione lavorativa, ecc. sono favole diffuse per ignoranza dei numeri o per interesse. I complessi e inevitabilmente macchinosi sistemi di “precauzioni” che caratterizzano questi strumenti riparano da rischi inesistenti. A questo punto delle due l’una: se si valuta – cooperative, sindacati, politica, associazioni di disabili – questo genere di strumenti potenzialmente interessanti, deregoliamoli per 5 anni. Completamente. No limiti di quote di copertura, no limiti su grado di disabilità, no limiti temporali, ecc. Dopo 5 anni, numeri alla mano, si potranno valutare i pro e i contro ed eventualmente apportare correttivi laddove dovessero insorgere distorsioni. Se invece i nostri interlocutori non sono convinti, se sindacati e diretti interessati – le associazioni di disabili – vedono in tutto ciò rischi persistenti, lasciamo stare. Serenamente. Se siamo noi gli unici a crederci, non ne vale la pena. Quasi che la cooperazione avesse, per caparbietà ideologica, un qualche interesse nel forzare l’introduzione di uno strumento che – non sappiamo se per limiti intrinseci o per la diffidenza da cui è circondato – non convince i nostri stakeholder e presenta i dati numerici sopra richiamati. Non spendiamo più lì energie (già ne abbiamo dedicate abbastanza rispetto ai risultati sopra esposti, non è probabilmente la battaglia prioritaria su cui giocare il nostro credito presso le istituzioni) e dedichiamoci a sviluppare le azioni grazie a cui inseriamo il 99% delle persone svantaggiate che lavorano presso le nostre cooperative.

Articolo 12, 12 bis, articolo 14: parliamone

E’ da una quindicina d’anni che si parla, nel nostro Paese, dello “scambio” tra ridimensionamento (eventualmente temporaneo) dell’obbligo di assunzione di persone con disabilità da parte delle aziende e la destinazione di commesse a cooperative sociali che grazie a ciò possono creare possibilità lavorative aggiuntive.

Il tema è sempre stato molto dibattuto: ha suscitato spesso reazioni contrarie dei sindacati e di taluni soggetti di rappresentanza delle persone con disabilità, timorosi che ciò possa determinare una deresponsabilizzazione delle imprese e una minaccia alla certezza del diritto al lavoro. Di fatto, ciò si è tradotto, in sede legislativa, nell’introduzione di un una serie di cautele (solo per una quota dell’obbligo – solo per un tempo definito – solo per categorie la cui occupabilità è particolarmente difficile – solo a seguito di procedure concertative e regolative complesse – solo se dopo l’impresa poi assume la persona in questione, ecc.) cui senz’altro possono essere riconosciuti intenti meritevoli, ma che di fatto rischiano di introdurre un percorso ad ostacoli che deprime l’effettiva fruibilità di tali strumenti.

E la cooperazione sociale? Se in una certa fase ha guardato con interesse a tali strumenti – una possibile alternativa, sul versante dei rapporti imprenditoriali, alle sempre maggiori fatiche incontrate sul fronte delle clausole sociali con gli enti locali – è da capire in che misura sia oggi effettivamente interessata a tali strumenti. Certo vi sono elementi attrattivi, il rapporto con le imprese, appunto, la possibilità di specializzare la cooperazione sul rafforzamento delle capacità lavorative già prevedendo un successivo percorso di transizione… Ma d’altra parte, in quanti casi questo modello si è effettivamente realizzato? Forse bisognerebbe partire da qui, dal verificare i casi in cui questi strumenti sono stati utilizzati e con quali risultati. In sostanza: chi li ha effettivamente e concretamente messi in atto, cosa ne dice? servono? A che condizioni? E’ invece meglio lasciar perdere? Anche in questo caso, il dibattito è aperto.