Prigioniere della bellezza

Consolida, il consorzio della cooperazione sociale trentina, ha realizzato il libro “Prigioniere della bellezza” frutto di un corso formativo realizzato con le detenute come opportunità di dialogo fra dentro e fuori le mura.

«Sono orgoglioso e onorato di ospitare quest’incontro». Ha esordito con queste parole l’assessore comunale ai servizi bibliotecari Renato Tomasi alla presentazione del libro “Prigioniere della Bellezza” alla Biblioteca comunale di Trento. La pubblicazione (stampa a cura della cooperativa sociale Iter) è il frutto del corso formativo realizzato con le detenute della Casa Circondariale di Rovereto da Con.Solida, (il consorzio della cooperazione sociale trentina), e finanziato dal Fondo Sociale Europeo che raccoglie ricette naturali per la cura del corpo e testimonianze di chi vive il carcere «Un libro che – ha affermato Silvano Deavi, presidente di Con.Solida – è un vero e proprio “prodotto di bellezza”, un’opportunità, per me, di scoprire,come da una vicenda molto semplice come mescolare patate e carote, si possa immaginare il carcere in modo diverso: un carcere che superi il modello maschile dove prevale la regola ferrea e ruvida, per adottarne uno più femminile centrato sulla responsabilità dell’istituzione ma anche di ciascun individuo di prendersi cura di sé e degli altri».

La giornalista Fausta Slanzi che ha coordinato l’incontro, ha citato le parole di Antonella Forgione direttrice del carcere che non ha potuto essere presente, ma che ha sempre sostenuto il progetto. «In carcere – scrive la Forgione nel libro – non si possono portare le scarpe con i tacchi, i collant, lo smalto o altri prodotti cosmetici per la propria cura. Quando si entra questi prodotti vengono ritirati e restituiti solo quando si riacquista la libertà. La detenzione al femminile, quindi, priva e mortifica la bellezza e la vanità delle donne e diventa così violenza sull’identità femminile. Bisognerebbe avere meno paura di dare e più coraggio per tentare».

E in questo, ha ricordato Fausta Slanzi, la formazione è strumento fondamentale non solo per reinserirsi nella società, ma anche per vivere la detenzione con un’altra consapevolezza “Fare formazione in carcere – ha affermato Corrado Dallabernardina, responsabile dell’ambito formazione di ConSolida – non è semplice. Da un lato c’è la fatica fisica dei tempi e delle modalità del tutto inusuali, dall’altro c’è la fatica di mantenere, soprattutto per i docenti, il senso di quello che si sta facendo, adattandosi ad uno spazio in molti sensi ristretto senza rinunciare a trasferire le proprie competenze.

La presentazione è stata poi arricchita dalla dimostrazione pratica da parte di Samira Fatih, estetista e docente del corso, che ha mostrato al numeroso pubblico come sia possibile farsi una maschera economica e naturale sfruttando le proprietà di ingredienti semplici come miele e lievito.

Nell’incontro sono stati ricordati anche altri percorsi formativi: quello che sta nascendo con L’Ufficio per il Sistema bibliotecario trentino e quello realizzato da Radio Dolomiti. È intervenuto a raccontare l’esperienza Corrado Tononi, direttore della radio. “Per noi entrare in carcere e costruire insieme ad alcuni detenuti un programma radiofonico, è stata una grande esperienza. Si dice che la radio rende liberi, e in questo caso ne abbiamo avuto la dimostrazione.”

Infine, Silvano Deavi ha ricordato anche l’altro strumento di inclusione sociale che la cooperazione utilizza all’interno del carcere: il lavoro. Oltre al laboratorio di assemblaggio che da 5 anni è gestito dalla cooperativa Kaleidoscopio in collaborazione con la cooperativa Alpi, partiranno a giugno altri due progetti che coinvolgeranno i detenuti: la lavanderia, della cooperativa Le Coste, e la digitalizzazione degli archivi del Servizio provinciale Acque realizzata dalla cooperativa Kinè.

Guerini: cooperazione sociale, giustizia sociale, concorrenza e servizi pubblici locali

Da qualche mese Federsolidarietà è impegnata in un percorso di promozione e  approfondimento sul ruolo delle cooperative per l’inserimento lavorativo ed in questo contesto si colloca anche il seminario che si è tenuto in Veneto a Soave il 7 aprile. E’ stata la seconda tappa del programma formativo di Federsolidarietà Confcooperative nel 2011, che si è incentrata sulla partecipazione dei consorzi di cooperative sociali agli appalti pubblici,  sulla nuova disciplina delle reti di impresa, sulla conoscenza delle società miste tra enti pubblici e imprese e cooperative, sulle modalità con cui garantire la cessione di quote di società pubbliche ai privati. Pubblichiamo una sintesi dell’inervento del presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini.

… Con i diversi seminari di presentazione del “Libro verde sulle cooperative sociali di inserimento lavorativo”, ci proponiamo in prima istanza di ribadire la priorità che il sistema della cooperazione di Confcooperative vuole riservare al lavoro e all’occupazione come strategia per lo sviluppo e per la crescita che non si realizza pienamente se non si accompagna anche con l’inclusione sociale e la solidarietà. Occorre che lo ricordiamo sempre ai nostri interlocutori e a noi stessi. Anche quando, come oggi, ci si concentra sugli aspetti giuridici e tecnici, su strumenti e forme istituzionali, noi ci stiamo occupando di realizzare una missione sociale che si chiama emancipazione delle persone attraverso un lavoro dignitoso. Questo è il valore che ci spinge a chiedere le attenzioni specifiche che prendono la forma legislativa o amministrativa di una convenzione o di una “Clausola Sociale”. Per questo, a fianco dell’attività di ricerca e studio, dobbiamo tenere alta la soglia dell’attenzione “politica e motivazionale”. Quello che noi ci proponiamo è di elevare allo stesso piano di priorità il principio di “equità e giustizia sociale”  con quello della ”concorrenza”, che purtroppo in questi anni di celebrazione di un pensiero unico del mercato imperante sono stati disassati! … Dobbiamo convincere i decisori politici che le convenzioni e le clausole sociali non servono ad aprire spazi di mercato alle cooperative sociali, perché altrimenti non si spiegherebbe come gran parte della nostra crescita si realizzi in verità fuori dalle convenzioni, nel mercato: le clausole sociali e le convenzioni servono a ripristinare un equilibrio precompetitivo che riguarda l’assegnazione di una pari dignità tra principio di cittadinanza delle persone e principio di concorrenza tra le imprese.

Intanto, nel contesto politico più generale ci sono due questioni rilevanti che si sono affacciate e di cui occorre tenere conto. La prima è che due mesi fa la Commissione Europeaha lanciato una consultazione attraverso un Libro Verde sulla modernizzazione della politica dell’Unione europea in materia di appalti pubblici finalizzata ad acquisire elementi di informazione e di valutazione in vista della revisione della disciplina europea degli appalti pubblici, e quindi delle direttive n. 17 (settori speciali) e n. 18 del 2004 (settori ordinari). A livello comunitario si è quindi aperto il confronto che auspicavamo sulle diverse problematiche (di carattere giuridico, di efficienza amministrativa, economica e di regolazione del mercato, di valorizzazione delle clausole sociali) che riguardano la materia degli appalti, attraverso una puntuale ricognizione dei problemi emersi con riferimento all’attuazione della normativa europea vigente e alla possibilità di apportare ad essa le correzioni e le integrazioni che risulteranno necessarie ed opportune. Basti a tale proposito citare la ben nota vicenda degli appalti riservati. Federsolidarietà ha contribuito in maniera sostanziale alla costruzione della posizione che Confcooperative proprio oggi, giornata che segna il termine di questa fase di consultazione, sta inviando alla Commissione. In particolare, in relazione ai temi del seminario di oggi, abbiamo messo in evidenza le problematiche, le opportunità e le potenzialità non ancora sfruttate in relazione alla possibilità di prevedere clausole sociali mirate all’inserimento lavorativo delle fasce deboli del mercato del lavoro, alla necessità di alzare le soglie comunitarie, all’importanza di contrastare il dumping sul costo del lavoro e di valorizzare i principi della solidarietà e della sussidiarietà anche in tema di appalti. E, naturalmente, si è messa in evidenza anche la questione relativa ai laboratori protetti e ai programmi di lavoro protetti, in relazione all’esperienza italiana delle cooperative sociali di tipo b). L’orizzonte temporale delle modifiche non è immediato, ma crediamo importante che si sia aperto un dibattito e che questo sia incentrato sulle criticità che anche il sistema della cooperazione sociale in questi anni ha evidenziato. È importante che in questo dibattito europeo la nostra posizione sia affermata e difesa.  L’auspicio è che gli strumenti della sussidiarietà, di cui gli atti del seminario propongono un’ampia analisi, siano adoperati in misura maggiore, a partire dalle opportune modifiche legislative a livello europeo e a livello nazionale.

Un secondo aspetto che riteniamo importante evidenziare oggi riguarda una questione apparentemente lontana: i referendum abrogativi popolari che si terranno il prossimo 12 e  13 giugno. Uno dei tre referendum, riguarda proprio la riforma della nuova disciplina dell’art. 23 bis del decreto-legge 112/2008 sugli affidamenti dei servizi pubblici locali. Il quesito referendario, che nella traduzione semplicistica dei notiziari è stato focalizzato sulla questione dell’acqua, propone l’abrogazione di tutta la normativa sugli affidamenti dei servizi pubblici locali, sulle cui criticità e opportunità saranno in parte concentrati i lavori di oggi. Il referendum impone ai cittadine scelte nette: si o no. Da una parte l’abrogazione di questa norma elimina all’origine le criticità determinate dalle dibattute sentenze che appunto escludevano i servizi pubblici locali dall’ambito di applicazione delle convenzioni ex art. 5 della legge 381 del 1991. Dall’altra, ovviamente, interrompe il processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e, quindi, la possibilità di dare maggiore mobilità e spazi di inserimento in alcuni settori in cui operano le cooperative. Senza ovviamente inoltrarci sul terreno delle scelte e dei posizionamenti di voto che, ovviamente, lasciamo che si svolga nelle sedi opportune, si presenta però un occasione per sviluppare un ragionamento più articolato sul tema dei beni comuni o dei servizi pubblici, che attribuisce ulteriore efficacia e attualità agli interventi di questa giornata. Noi crediamo che i beni comuni, l’acqua, le infrastrutture, le reti di distribuzione, i servizi sociali del territorio devono trovare un equilibrio nelle modalità di gestione che non possono trovare una sintesi in slogan quali “pubblico è bello” oppure “privatizzazioni e libera concorrenza”. Lo sanno bene i cooperatori sociali che in questi anni hanno sviluppato modelli integrati di gestione dei beni comuni, buone prassi di sussidiarietà, in sintesi quello che è previsto dall’art. 1 della legge 381: una modalità privata, non profit e multistakeholder, di perseguire l’interesse generale della comunità.  Saremmo certamente preda di un delirio di onnipotenza o quanto meno di un inopportuno velleitarismo, se volessimo candidare la cooperazione sociale alla gestione di tutti i servizi pubblici, in particolare quelli più complessi, dalla cura dell’ambiente, alla manutenzione della rete idrica e delle infrastrutture. Tuttavia, forse, potremmo proporre un modello che, a partire dalla funzione pubblica riconosciuta a organizzazioni private impressa nella legge istitutiva della cooperazione sociale, che quest’anno celebra il ventennale, candidi imprese sociali, private per organizzazione e pubbliche per funzione, alla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Una riproposizione del modello della forma cooperativa in se potrebbe esser un validissimo strumento per sottrarre dalla polarizzazione tutto privato-tutto pubblico la riflessione sui beni pubblici. In fondo, come  abbiamo visto troppe volte, una azienda totalmente pubblica (pensiamo alle ASL o alle AO inLombardia) che ha a capo un manager che di pubblico a solo la nomina poi governa in forma del tutto monocratica, né più né meno che se fosse appunto il manager di un impresa ordinaria.

Bilanci sociali per documentare il prodotto sociale delle cooperative B

Sul settimanale Vita sono state pubblicate la scorsa settimana queste due interviste al Presidente di Federsolidarietà Giuseppe Guerinie a Claudia Fiaschi, presidente del Consorzio CGM-Welfare Italia sul bilancio sociale.

“Redigere il bilancio sociale – afferma Guerini – oltre che una forma di completamento della responsabilità che le cooperative sociali si assumono per “onorare” il principio della mutualità allargata, è anche un vantaggio precompetitivo: le nostre cooperative sociali sono imprese di comunità che devono non solo dialogare con una serie di attori del territorio (utenti, altre organizzazioni non profit, amministrazioni pubbliche) ma, per essere autenticamente multistakeholder, devono anche coinvolgerli”.

“L’obiettivo di fondo – evidenzia Claudia Fiaschi a proposito della redazione del bilancio sociale della rete di CGM  -era quello di rendere evidente il valore aggregato di questa forma specifica che è la cooperativa che però non lavora da sola e si costituisce in rete». Siamo dalle parti dell’intangibile, insomma. Intangibile però essenziale”.

Guerini nell’articolo ricorda che “Federsolidarietà, fra l’altro, negli ultimi tempi ha ulteriormente sviluppato la piattaforma online per a redazione gratuita, per le proprie aderenti, del bilancio sociale. Si tratta di uno strumento innovativo ce stiamo ulteriormente affinando sulla base dei primi due anni di lavoro”. In particolare, quest’anno nella piattaforma on line è stato ulteriormente sviluppato il set di parametri relative alle funzioni di inserimento lavorativo che rendono la piattaforma aggiornata alle esigenze di rendicontazione sociale delle cooperative sociali di tipo B. Si accede alla Piattaforma dal sito di Federsolidarietà oppure seguendo questo link.

Clausole sociali, un seminario al Ministero dell’Ambiente

La riflessione sulle clausole sociali, avanza, lentamente, anche all’interno della pubblica amministrazione;  Federsolidarietà ha partecipato al seminario ” Criteri Sociali”, promosso dal  Ministero dell’Ambiente.

Al seminario hanno partecipato Mariano Grillo (Direttore Generale Ministero Ambiente), Riccardo Rifici (Ministero dell’Ambiente), Simone Ricotta (ARPAT, Comitato di gestione PAN GPP/SCP) che ha illustrato le esperienze europee d’integrazione di criteri sociali negli appalti pubblici e contributi per una proposta italiana e  Ludovica Agrò (Ministero Sviluppo Economico – PCN Ocse) che ha relazionato sulle linee guida OCSE per le imprese.

Federsolidarietà intervenendo ai lavori in ragione dell’esperienza maturata dalle cooperative sociali di inserimento lavorativo, per dare concreta attuazione alle previsioni dell’art. 69 del Codice degli Appalti sulle clausole, ha proposto in un’ottica di premialità verso le imprese che partecipano agli appalti pubblici, la possibilità inserire apposite clausole sociali come condizioni di esecuzione dell’appalto. Queste previsioni si possono coerentemente declinare in condizioni che favoriscano l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli del mercato del lavoro che in ragione della loro situazione psico fisica abbiano degli ostacoli a trovare una occupazione.

I materiali del seminario sono qui allegati; in particolare si segnala, nella “proposta di criteri sociali” elaborata dal Ministero dell’Ambiente, il “Questionario di monitoraggio della conformità a standard sociali minimi”, da pagina 16 in avanti, che rappresenta un esempio di come un soggetto esterno al terzo settore può intendere il tema della verifica sociale dei propri fornitori. Non necessariamente si tratta dei una griglia che premierebbe la cooperazione sociale, quindi va esaminata in quanto indicativa del panorama di competizione che potrebbe crearsi con la diffusione delle clausole sociali.

Perché l’AVCP sbaglia

Si pubblica di seguito un contributo pervenuto al blog da Gianfranco Marocchi sulla questione AVCP, che segue il precedente post con l’articolo del presidente di Federsolidarietà Guerini.

Aveva iniziato nel luglio scorso, l’AVCP, a diffondere sugli organi di stampa dichiarazioni allarmanti: svariati miliardi di commesse affidate attraverso un’appliacazione illegittima dell’articolo 5 della legge 381/1991, che secondo l’Autorità era tra l’altro comunemente utilizzata a sproposito per affidare servizi socio assistenziali. Forse non si può proprio pretendere che nel nostro Paese che alti funzionari pubblici parlino con una qualche cognizione di causa, certo che quel numero sembrava un tantino esagerato, ad esempio perché più alto del fatturato complessivo dell’intera cooperazione B in Italia. L’uscita, per quanto estemporanea, ha avuto l’effetto di gettare nel panico decine di amministratori locali propensi all’utilizzo delle convenzioni, che invece che essere considerati paladini di una concezione avanzata dell’amministrazione, si sono visti porre sul banco degli imputati, come furbetti in cerca di scorciatorie per aggirare il mercato e la concorrenza. Quante convenzioni, per questa ragione, non sono state stipulate? Quante persone con difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro sono rimaste a casa?

Ciò detto, sull’onda dell’annunciato scandalo, l’Autorità si disponeva ad un severo controllo per individuare e censurare l’illegalità: avrebbe avviato un’indagine per esaminare, contratto per contratto, l’effettiva sussistenza dei requisiti per l’applicazione dell’articolo 5 della 381/1991. Ora è uscito un primo (unico?) report di tale attività, che si è focalizzato su 291 affidamenti da parte di ASL e sul alcune leggi regionali. Bene, il report è in grado di documentare in modo certo l’illegittimità di 2 (due!) affidamenti diretti ex art. 5, lo 0,7% di quelli esaminati, in quanto concernenti importi superiori a quelli delle soglie comunitarie; per i quali quindi le amministrazioni avrebbero dovuto utilizzare le clausole sociali con competizione aperta a tutte le imprese (comma 4 dell’articolo 5 della 381, anziché il comma 1). Detto per inciso, in nessun caso è stato documentato un utilizzo dell’art. 5 della legge 381/1991 per affidare servizi socio assistenziali, aspetto che nelle dichiarazioni di luglio pareva essere il più diffuso degli scandali. Ci sarebbe da attendersi un’Autorità che si profonde in scuse pubbliche.

Al contrario. Dove non arrivano i dati, partono le considerazioni. L’argomentazione sottostante è che per quanto formalmente corrette (l’Autorità lo ammette), molte procedure di affidamento presentino anomalie. Ad esempio potrebbero riguardare periodi temporali più lunghi, che farebbero diventare l’importo sopra soglia o potrebbero aggregare un certo numero di servizi, con il medesimo risultato. Certo, potrebbero. In nessuno dei casi viene sostanzialmente documentato un’inoppugnabile frazionamento, ma si fa comprendere che in alcuni casi forse potrebbe esserci. Infatti, in via conclusiva l’autorità afferma (con quale autorità? in base a quale compito istituzionale?) “un sistema che preveda di anno in anno la sottoscrizione di una convenzione con la medesima cooperativa per l’erogazione del medesimo servizio… sia comunque in contrasto con la normativa nazionale e comunitaria in materia di contratti pubblici”. Insomma, un’Autorità che, in materia complessa e articolata, sceglie per sé l’insolito ruolo di interprete autentica della normativa (!). L’Autorità quindi non esita a prendere posizione rispetto alla controversa questione della possibilità di affidare taluni servizi caratterizzabili come servizi pubblici locali, escludendo in modo estensivo l’utilizzabilità della 381/1991. E poi ancora se la prende con la pratica dei rinnovi, evidenziandone l’illegittimità. Viene poi dedicato spazio alla discussione di affidamenti in ambito socio assistenziale; per qualche imprecisato motivo, in questo festival dell’approssimazione, vi è stato chi ha risposto alla richiesta di inviare convenzioni ex art. 5 fornendo documentazioni di gara sui servizi alla persona; e l’AVCP, invece di cestinarle, ha ritenuto di commentarle,  con considerazioni che meriterebbero un approfondimento ad hoc, ma che comunque sono estranee all’argomento oggetto di indagine.

Sintetizzando: a parte due violazioni esplicite, e tralasciando il molto materiale non rilevante rispetto al problema in questione, emergono alcuni casi che – laddove fossero effettivamente presenti dei vizi procedurali – potrebbero essere assimilabili a pratiche border line che molte pubbliche amministrazioni mettono  in atto – 381/1991 o meno – con interlocutori di ogni tipo e per tutti i tipi di affidamento a fronte di proprie fatiche amministrative o come modalità per semplificare le procedure di gara. Rinnovi e frazionamenti, laddove esistenti, sono male pratiche, ma non peculiari dell’applicazione della 381/1991; non a caso, forse, la Commissione Europea, nel Libro Verde sulla modernizzazione della politica dell’UE in materia di appalti pubblici, chiede esplicitamente se si ritenga opportuno introdurre modalità semplificate. Ma veniamo ora alla questione principale: perché? Perché questo accanimento dell’AVCP?

Forse la risposta sta in uno degli spropositi contenuti nella relazione, che in realtà è ben indicativo della filosofia sottostante. Dice l’Autorità a pagina 6 che, quando si riflette sugli affidamenti 381/1991, non si deve considerare la finalità dell’inserimento lavorativo in quanto “l’ambito è comunque quello degli appalti in quanto la tutela del diritto al lavoro dei disabili è garantita da altri strumenti previsti dall’ordinamento, quale è il sistema delle assunzioni obbligatorie di cui alla legge 68/99”. In sostanza: le convenzioni sono in primo luogo appalti, servono alle amministrazioni per procurarsi beni e servizi attraverso procedure  semplificate e in quanto tali da restringersi a casi di eccezionalità non derogabile.

Che questa sia uno sproposito è abbastanza evidente (le convenzioni sono “finalizzate   a   creare   opportunità di lavoro per le persone svantaggiate”, dice l’art. 5 della legge 381/1991, esistono proprio per questo secondo la legge, più chiaro di così!), ma questo abbaglio ben spiega l’impostazione dell’Autorità.

Una cosa sarebbe partire da un corretto inquadramento del problema: “il legislatore intende assicurare l’inserimento di persone svantaggiate sul mercato del lavoro e lo fa introducendo specifiche normative circa l’affidamento di commesse pubbliche, affinché esse siano utilizzate come strumento per perseguire l’integrazione sociale e lavorativa”. Ciò ovviamente non esclude la necessità di interrogarsi su circostanze e limiti dell’applicazione di tale norma, ma a partire dalla finalità – esplicitamente fatta propria dal legislatore – di assicurare l’inserimento lavorativo. Un’altra è svuotare di finalità gli affidamenti articolo 5, per cui tale norma si situa in un luogo di senso imprecisato (un favor alla cooperazione sociale? Un favor alle PA per appaltare più semplicemente? Una delle tante normative accatastate nei nostri codici,  sopravvivenza di regalie accordate all’una o all’altra lobby, da superare in omaggio al principio di concorrenza?). In questo secondo caso, evidentemente, diventa prioritario limitarne il danno, restringendone quanto possibile l’applicazione. Una 381 (mal)tollerata, anziché una 381 motore di crescita e cambiamento sociale. 30 mila persone svantaggiate che oggi lavorano, i benefici sociali ed economici che ne conseguono, non sono bilanciati con altre istanze: semplicemente spariscono!

Detto per inciso. Una ricerca dell’Ires Piemonte su un campione di 200 affidamenti dimostrò due anni fa in modo documentato che anche in una grande regione del nord circa due terzi degli affidamenti (in questo caso nell’ambito dei servizi alla persona) erano basati su bandi contenenti aspetti di illegittimità. Bandi con basi d’asta sotto costo; in alcuni casi intermediazione di manodopera o comunque mortificazione della progettualità. In fondo si trattava di una ricerca che ha avuto una certa rilevanza pubblica e realizzata da un prestigioso Istituto. Come mai nessuna indagine in proposito? Come mai nel luglio scorso l’Autorità ha ritenuto di esporsi immediatamente con dichiarazioni pubbliche di grande portata, che non potevano che subito determinare conseguenze dannose per i lavoratori più deboli, senza prima accurate verifiche e sulla base di notizie frammentarie, di cui nei fatti in buona parte è emerso un debole riscontro; mentre è rimasta inattiva quando un autorevole Istituto terzo ha evidenziato diffuse problematicità nelle procedure di affidamento, reali e documentate, a  danno della cooperazione sociale?

In conclusione. Probabilmente vi sono molti buoni motivi per auspicare un progressivo aumento di rilevanza per le clausole sociali in senso europeo: consentono di uscire dalla logica che vede il sociale confinato nel “piccolo” e nel “residuale” e soprattutto sarebbero un modo di affermare che il mercato in quanto tale, e non sue ristrette frazioni, deve uniformarsi a criteri di responsabilità circa l’inclusione sociale e lavorativa delle persone a rischio di esclusione; ma questo non può avvenire in contrapposizione all’utilizzo dell’articolo 5 della 381/1991 – sia che esso sia agito attraverso convenzionamento diretto che attraverso procedura comparativa tra cooperative sociali. È possibile ragionare sugli strumenti, sui rapporti tra questi e il resto dell’impianto normativo che regola gli affidamenti pubblici, ma ciò va fatto con l’attenzione a contemperare principi diversi che godono di uguali tutele. In fondo forse giova ricordare che accanto alla sempre celebrata  religione della concorrenza, esistono principi diversi, con cui va trovato un equilibrio. Siamo pur sempre in un Paese in cui “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e in cui “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Insomma, in cui un’iniziativa della società civile per includere nel mercato del lavoro chi altrimenti vi rimane escluso dovrebbe godere di qualche attenzione. Ma questa è solo la Costituzione.

AVCP, tanto rumore per nulla?

Nel luglio scorso, a partire da alcuni specifici fatti di cronaca, l’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici (AVCP) aveva diffuso sui mezzi di stampa una posizione fortemente critica sull’utilizzo delle convenzioni ex articolo 5 della 381/1991, adombrando il sospetto che esse fossero impropriamente utilizzate per affidare servizi socio assistenziali in deroga da procedure di evidenza pubblica o comunque fossero viziate da palesi irregolarità. A tal fine l’Autorità ha realizzato un’indagine sugli affidamenti operati da un campione di ASL.

Il testo, pur non ancora ufficialmente pubblicato, ha già dato origine ad alcuni commenti rilevabili su organi di informazione e su internet. Purtroppo, come spesso accade, prevale ancora una lettura ideologica e scandalistica dei dati dell’Autorità, che, al contrario di quanto appare in fonti secondarie, evidenziano invece la scarsa fondatezza delle critiche diffuse l’estate scorsa: si veda ad esempio l’articolo di Italia Oggi e la puntuale replica del presidente di Federosolidarietà Beppe Guerini: “L’analisi… evidenzia solo 2 irregolarità su 291 contratti… a fronte di irregolarità quasi nulle sono occupati nelle sole cooperative sociali aderenti a Federsolidarietà circa 15 mila soggetti svantaggiati

Nei prossimi giorni ulteriori commenti sull’argomento.

Veneto, cooperativa Primavera: l’innovazione è imparare dalle buone prassi, realizzarle e diffonderle

Tra gli interventi raccolti nel corso del seminario di Federsolidarietà Veneto vi è anche quello di Paolo Tosato della cooperativa Primavera, che è sotto riportato in sintesi.

Cercare di offrire nuovi spunti e nuove idee per le cooperative sociali di tipo B rischia di essere semplicemente un esercizio mentale che facciamo credendoci degli innovatori mentre per lo più siamo cooperatori che hanno percorso delle strade, in gran parte già percorse da altri, imparando dagli errori altrui e valorizzando invece le felici intuizioni. Non ho difficoltà ad ammettere che gli strumenti che ci hanno permesso, pur in periodi di crisi, di aumentare le attività e di far partire nuovi settori, state mutuate da altre realtà; senza mezzi termini direi che abbiamo copiato la progettualità del Consorzio InConcerto, e lo spirito d’impresa nel settore edile di alcune cooperative bresciane che ci hanno offerto la loro esperienza. Non credo conseguentemente che trovare nuove strade sia il nostro fine, credo che l’innovazione fine  a se stessa risulta essere una perdita di tempo, credo che la prima innovazione sia riscoprire il nostro essere cooperative sociali. Per questo veniamo preferiti ad altre forme d’impresa per questo ci distinguiamo e questo è il nostro valore aggiunto.

Questo non significa sottovalutare gli aspetti tecnici del nostro lavoro. Crescere in termini di competenze e di imprenditorialità sono passaggi fondamentali e dirimenti rispetto al futuro delle nostre realtà, ma sono sforzi inutili se non mettiamo preliminarmente in chiaro che la cooperazione sociale fa bene il proprio lavoro mantenendo l’obbiettivo sulla promozione della persona e sul sostegno alle fasce deboli. Questo significa fare quello che gli altri non fanno, prima di tutto perché siamo quello che gli altri non sono.

Sicuramente dobbiamo puntare all’eccellenza, e per questo dobbiamo in spirito cooperativo addestrarci tutti a valorizzare, senza rivalità ed invidie, all’interno del nostro mondo le esperienze migliori e porle a sistema, imparare da queste perché alzino la qualità del nostro essere imprese. Come in una gara ciclistica la fuga di alcuni alza la velocità media del gruppo, così nel sistema della cooperazione sociale le punte di eccellenza devono essere da stimolo per tutti per  crescere e per affrontare un mercato che ha posto come valore fondamentale per il proprio esistere la libera competizione fra tutti gli attori economici. E per competere dobbiamo fare bene il nostro lavoro ma farlo in modo diverso, portando un valore aggiunto che altri non possono portare.

Non ho difficoltà ad affermare che in un momento di crisi occupazionale le cooperative sociali, A e B indistintamente, non si possono chiamare fuori. L’occupazione, il lavoro ed il reddito, nella nostra società, sono fondamenti indispensabili per il benessere della persona. Credo che siamo chiamati  ad intervenire la dove c’è un bisogno reale e dove la nostra sussidiarietà può davvero fare la differenza. Creare posti di lavoro stabili in un momento in cui le altre forme d’impresa perdono occupazione ci dà finalmente la possibilità di distinguere e di affermare una volta ancora, e credo con maggiore forza, che la cooperazione sociale è una forma d’impresa che può davvero cambiare in meglio la società. Ed è questo che dobbiamo mettere in mano ai nostri rappresentanti di Federsolidarietà perché venga messo a valore nelle sedi opportune e ci consenta di trarre vantaggi per tutto il sistema. …

Purtroppo, e dispiace dirlo, talvolta il limite delle cooperative è quello di saper cooperare. Le difficoltà nel mettere insieme realtà diverse sono enormi e a volte non basta nemmeno la necessità ad indurre i cooperatori a trovare le strade per superare le difficoltà. Probabilmente su questo aspetto è necessario un impegno particolare dell’associazione di rappresentanza, impegno volto a far comprendere innanzitutto come il novanta per cento delle nostre realtà da solo non ha le dimensioni per competere nel prossimo decennio in un mercato che continua ad alzare la soglia minima di sopravvivenza ed in secondo luogo a formare cooperatori prima che manager, persone interessate al benessere della persona prima che buoni contabili, perché le capacità tecniche, seppur indispensabili, si possono imparare, le capacità umane e l’essere cooperatori invece è un modo di essere e per questo va formato.

Cento Orizzonti, profit e non profit scommettono insieme

Tra le esperienze presentate nel seminario di Federsolidarietà Veneto vi è quella del consorzio Cento Orizzonti. Si tratta di un consorzio stabile, nato per sviluppare una forte struttura centralizzata per l’analisi e lo sviluppo delle progettualità e di controllo dell’operatività, valorizzando al tempo stesso le realtà territoriali, in alcuni specifici settori di attività:

  • prenotazione telefonica delle visite;
  • gestione documentale;
  • archiviazione;
  • gestione di sportelli;
  • gestione di call center.

Si tratta di attività che se ben gestite hanno un forte impatto territoriale e un notevole riconoscimento sociale; è un settore particolare, non presidiato da  “società pubbliche”. Anche la cooperazione era assente; si trattava di servizi a gestione pubblica che ad un certo punto hanno inziato a rappresentare uno spazio di mercato libero (poi velocemente riempitosi), che Cento Orizzonti ha in parte occupato con un ruolo da protagonisti. Cento Orizzonti ha quindi una sola mission: “portare a casa lavoro per i suoi associati”: questo per creare e consolidare occupazione, soprattutto a favore di persone svantaggiate. Come ovvia conseguenza vi è quella di difendere gli investimenti dei soci.

Gli aspetti di particolare interesse sono la scelta societaria (Cento Orizzonti è un consorzio stabile) è il fatto che Cento Orizzonti abbia come propri associati per il 50% soggetti for profit e per il 50% cooperative sociali.

Rispetto alla forma societaria, la soluzione è stata adottata dopo averne scartato le altre che sarebbero risultati paralizzanti sul piano della partecipazione alle gare. Di fatto, in sede di gara in caso di RTI ogni volta sarebbe stato necessario acquisire la documentazione di tutte le cooperative, mentre nel caso di consorzi non stabili o cooperativi sarebbe necessario organizzare volta per volta forme di avvalimento.

La collaborazione con il profit nasce dalla consapevolezza che le cooperative sociali avevano bisogno di supporto per la parte tecnologica e avevano, da sole, minore capacità di investimento, oltre che una certa inesperienza. Il profit ha inoltre messo in mostra la capacità di investire sul fronte commerciale in misura che non sarebbe sostenibile per le sole cooperative sociali. Da parte loro le cooperative sociali hanno invece il valore aggiunto del radicamento territoriale diffuso, quello che manca alle imprese profit di medie e grosse dimensioni: la capacità di intercettare umori, informazioni, conoscenze del territorio, combinata  con la capacità di creare un interfaccia diretto con le istituzioni pubbliche locali, che consente di raggiungere mercati o nicchie di mercati che altri competitor non possono raggiungere.

La collana Kairos, per parlare di inserimento delle persone con disabilità

Oggi e in alcuni prossimi post sarà presentata una collana di pubblicazioni realizzata da LAIRE, consorzio specializzato in interventi di politiche attive del lavoro parte della rete di Solco Catania e da un ampio partenariato locale, relativa all’inserimento lavorativo di persone con disabilità. La collana Kairos conta oggi tre volumi, pubblicati negli ultimi due anni e presentati pubblicamente nella loro unitarietà in un seminario il 25 marzo scorso a Roma, con la presenza di Federsolidarietà – Confcooperative nella persona del direttore Enzo De Bernardo.

La collana Kairos è  frutto dell’integrazione fra un attore pubblico, l’ASP 3 di Catania, e uno del privato sociale, il Consorzio LAIRE,  coinvolti insieme nell’azione di promozione dell’inclusione socio – lavorativa dei disabili. Ad essi si aggiunge il contributo di un Ente di formazione, lo CSATI (Centro Studi ed Applicazione sulle Tecnologie dell’Informazione), di autori qualificati, di Sol.Co Catania e di altri soggetti pubblici e privati che hanno collaborato all’elaborazione della collana. Dunque, accanto al contenuto, questo prodotto è di grande interesse per il fatto di essere scaturito dalla capacità di una pluralità di attori del territorio di ragionare insieme, mettendo all’ordine del giorno comune il tema dell’inclusione lavorativa dei disabili. Premessa essenziale alla strutturazione della collana è stata  una ricerca – azione volta a:

  •  conoscere  la realtà socio – lavorativa dei disabili attraverso una sistematica raccolta di informazioni effettuata tramite ricerche ad hoc coinvolgenti soggetti pubblici e privati;
  • individuare le buone prassi e le esperienze eccellenti  al fine di definire forme di collaborazione stabili pubblico – privato con la presenza sempre maggiore di soggetti provenienti dal terzo settore, che diano adeguate risposte ai bisogni del territorio  e permettano, attraverso una costante analisi e progettazione di iniziative e metodologie comuni, la validazione di un modello congiunto di intervento;
  • individuare nuovi ambiti d’intervento per rispondere alle necessità del territorio fornendo concrete opportunità di inserimento sociale e lavorativo ai soggetti disabili.

Si è dedicata una particolare attenzione ai casi in cui tali azioni di mettono in rappoto con i Piani di Zona territoriali. Il punto di partenza è quindi quello di considerare la personacon disabilità viene posta al centro e consierata come portatrice di risorse, vincoli, aspirazioni, interessi, potenzialità diverse,  sulla quale impostare le attività di ricerca del lavoro, di rimotivazione, orientamento, e riqualificazione. I tre volumi sono così articolati:

  • Volume 1 : Inclusione socio lavorativa dei soggetti portatori di disagio psicosociale
  • Volume 2: Le politiche attive del lavoro per i soggetti portatori di disagio psicosociale
  • Volume 3:  L’Inserimento dei disabili oggi

 

 

Alternativa Ambiente: l’integrazione con il pubblico e la scommessa sulla rete

Sempre dal seminario di Federsolidarietà Veneto, la buona prassi di Alternativa Ambiente. Nata in stretta integrazione con la pubblica amministrazione, ha visto un significativo sviluppo negli anni novanta. Ora ha reagito alle difficoltà di applicazione delle convenzioni 381/91 con una strategia di rete che coinvolge le altre cooperative del territorio.

Nel 1989 nasce a Treviso la cooperativa Alternativa, che individua la sua  mission nell’accoglienza di persone provenienti dell’area della devianza e dell’emarginazione, finalizzata dapprima ad un percorso riabilitativo occupazionale e successivamente all’inserimento lavorativo; questa attività si sviluppa in stretta interazione con la pubblica amministrazione del territorio. La Cooperativa vede da subito la possibilità di sviluppare le proprie attività d’impresa nell’ambito dei servizi ambientali; inizia da subito con i servizi di raccolta carta, cartone e lattine in alluminio. Questa intuizione dà il via ad una serie di collaborazioni con molti Comuni del territorio e con i primi Consorzi di Comuni, che affidano questi servizi alla Cooperativa principalmente con lo scopo di razionalizzare la raccolta dei rifiuti e contenerne i costi, intraprendendo un sistema di “porta a porta spinto” grazie a cui oggi nell’area la raccolta differenziata si attesta oggi all80% dei rifiuti raccolti. In questo contesto, nei primi anni ’90, nasce e si sviluppa Alternativa Ambiente, cooperativa sociale di tipo B che si sostituisce ad Alternativa per quanto attiene gli inserimenti lavorativi.

Negli anni seguenti il lavoro si sviluppa ulteriormente, grazie al rapporto con enti locali e società di servizi; per la Cooperativa sono questi anni in cui il fatturato cresce in maniera esponenziale, passando dai primi 500 mila euro a quasi 6 milioni di fatturato in poco tempo. Oggi la cooperativa dà lavoro ad oltre 250 persone, con una percentuale di svantaggio che si aggira attorno al 50%. La significativa integrazione con i soggetti pubblici è ben rappresentata dal fatto che nel 2005 il presidente di Alternativa Ambiente viene indicato come presidente della società che assicura i servizi ambientali agli enti locali del territorio.

Oggi Alternativa Ambiente, sotto la regia di Federsolidarietà Treviso, ha costituito, insieme ad altre cooperative del territorio e a due consorzi di cooperative sociali  Intesa e In Concerto come soci sovventori, un consorzio di scopo che si interfaccerà con i consorzi di enti locali e le loro società di servizi. Con questa scelta si intendono affrontare le difficoltà formali emerse circa l’affidamento di commesse a cooperative sociali, soprattutto in questi settori di attività, nonché unire competenze  e risorse significative. Questa scelta porterà infatti ad aggregare un gruppo di cooperative che vanta un fatturato nel settore dei servizi ambientali che complessivamente si aggira attorno ai 7/8 milioni di euro, ma anche una forza lavoro che si attesta attorno alle 300/350 unità, un parco automezzi che supera le 100 unità, una serie di iscrizioni alle categorie merceologiche estremamente ampio ed una serie di certificazioni (ISO 9001, 18000 etc ). Tutto questo rappresenta una reale garanzia anche per eventuali appalti al di fuori del contesto provinciale, rendendo il Consorzio in grado di confrontarsi ad un certo livello con i competitor del mondo profit.