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E’ possibile favorire la ricollocazione delle persone svantaggiate al termine di un percorso di inserimento? Le esperienze, le politiche

Non solo inserimento in cooperativa: il futuro dei lavoratori svantaggiati

Di Sara Depedri
Il ruolo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo può essere individuato, genericamente, nella formazione dei lavoratori svantaggiati non solo per un recupero delle loro abilità lavorative, ma anche per un inserimento effettivo nel mercato del lavoro. Sull’analisi del ruolo e dei risultati raggiunti dalle cooperative sociali italiane hanno riflettuto recentemente due ricerche realizzate nel 2006 da un network universitario coordinato dall’Università di Trento e nel 2009 da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises con sede a Trento) su campioni rappresentativi di cooperative sociali di inserimento lavorativo rispettivamente in Italia e in alcune province del Nord. I dati cui le ricerche giungono  pongono in luce un fenomeno che sta offrendo oggi concrete opportunità occupazionali ai lavoratori svantaggiati inseriti, seppur con ancora alcuni limiti e qualche difficoltà.

Un primo dato interessante emerge dalla differenziazione dei settori di attività in cui le cooperative di inserimento lavorativo oggi operano: non solo, anche se prevalentemente, settori a basso profilo formativo e bassa specializzazione come il settore del verde, la raccolta rifiuti e il settore delle pulizie, ma anche in modo crescente il settore manifatturiero-industriale, l’agricolo, la ristorazione e l’informatica. Inoltre, e soprattutto, molte cooperative hanno l’obiettivo esplicito di inserire i lavoratori all’interno della cooperativa possibilmente solo a fini formativi per poi accompagnarli sul mercato del lavoro aperto (obiettivo del 18% delle cooperative sociali di tipo B italiane e del 26% di quelle attive al Nord) o quantomeno prevedono percorsi differenziati che conducono all’inserimento interno o esterno alla cooperativa a seconda della tipologia di svantaggio e delle caratteristiche del soggetto inserito (politica che caratterizza il 52.2% delle cooperative sociali italiane ed il 39.4% di quelle del Nord).

Questa varietà di percorsi formativi e professionalizzanti e di settori di attività ha condotto ad ampliare le possibilità di assunzione dei lavoratori svantaggiati anche di lungo periodo e presso altre organizzazioni. Dalle ricerche condotte, il 74% dei soggetti svantaggiati inseriti risultava assunto in cooperativa con contratto a tempo indeterminato e questo dato dimostra già una volontà dell’organizzazione di tutelare la posizione lavorativa nel lungo periodo qualora non si aprano soluzioni occupazionali alternative. Inoltre e soprattutto, tra i lavoratori intervistati nelle province del Nord che nel 2007 hanno terminato il loro percorso di inserimento lavorativo nelle cooperative, ben il 52,3% ha trovato un’occupazione all’esterno dell’organizzazione, prevalentemente presso imprese for-profit (la metà di tali lavoratori), ma anche in altre tipologie di imprese e solo secondariamente in altre cooperative o in enti pubblici.

Tali dati indicano complessivamente una discreta capacità di collocamento sul mercato aperto grazie all’esistenza di relazioni con il contesto imprenditoriale locale. Non stupisce quindi che alla domanda sulla fattibilità dell’inserimento esterno, la maggior parte delle cooperative (41%) sostenga che sia possibile solo instaurando forti legami con le imprese locali e solo per alcune categorie di svantaggio più facilmente inseribili in contesti non protetti. La probabilità di non giungere a conclusione del progetto o di collocamento esclusivo all’interno della cooperativa risulta infatti notevolmente più elevata per i disabili psichici (per cui vale la legge sul collocamento obbligatorio) e fisici e dei tossicodipendenti e per le prime due tipologie di disagio è più elevata anche la probabilità di essere inseriti in un ente pubblico (Legge 68/99).

Un quadro, in conclusione, che induce a considerare le cooperative sociali come efficaci attori per l’inserimento dei soggetti svantaggiati sul mercato del lavoro aperto. Ma affinché questa efficacia cresca ulteriormente è necessario il rafforzamento di partnership con possibili imprese interessate all’assunzione dei soggetti formati; partnership che possono essere inoltre un metodo per superare le crescenti difficoltà generate dalla crisi economica ed occupazionale.

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Dalla Puglia, un’esperienza e alcune domande

Si pubblica oggi un’altra delle esperienze raccontate durante il seminario di Federsolidarietà Puglia del 24 gennaio, quella della cooperativa Tasha; se ne sintetizza di seguito l’intervento, in cui vengono poste alcune questioni generali relative agli esiti dei percorsi di inserimento nelle cooperative B.

Tasha è una cooperativa di tipo B che da oltre 10 anni realizza servizi di gestione del randagismo canino. L’attività è iniziata  con tre soci lavoratori mentre oggi i soci lavoratori e dipendenti sono oltre 20. Nei primi anni le attività di inserimento lavorativo riguardavano soprattutto tossicodipendenti ed alcolisti, oggi invece sono inseriti anche soggetti in trattamento psichiatrici, disabili fisici, ex detenuti e molte persone che hanno gravi situazioni socio economiche; gurda con favore la possibilità di ampliamento delle categorie svantaggiate secondo i regolamenti comunitari. La cooperativa ha ottenuto un contratto di servizio con l’amministrazione comunale per quindici anni per realizzare e gestire il canile sanitario di Bitonto e l’anagrafe regionale oltre che a realizzare un progetto di PET therapy con un gruppo di utenti psichiatrici.

Un problema su cui è stata richiamata l’attenzione dei presenti attiene la fase di conclusione del progetto individualizzato e alla possibilità di successiva ricollocazione. Al termine del progetto, secondo l’esperienza della cooperativa, ci si trova ad un bivio: espellere gli svantaggiati (che rischiano di ricadere nell’esclusione) garantendosi una ciclicità delle persone inserite o inserire definitivamente tali soggetti nel proprio processo produttivo con il rischio di non poter più rispettare il vincolo del 30% e eliminando la possibilità di realizzare un turn over finalizzato alla “formazione on the job”. O in alternativa la cooperativa deve assicurarsi delle nuove commesse crescendo in maniera esponenziale. Ciò in un sistema economico-produttivo attualmente in forte crisi, rende veramente difficoltoso ricollocare in contesti produttivi ordinari. Così accade che molte persone a fine percorso tornano in carico ai servizi sociali locali e i risultati del percorso di inserimento lavorativo sono vanificati dai disagi legati alla perdita del reddito.

Altro problema è quello legato all’inserimento di lavoratori non più giovani, con famiglie o persone a carico e/o con passai problemi problemi di dipendenza, oppure ex detenuti. La pubblica amministrazione in questi casi  quando non può più rilasciare, da un certo momento in avanti, la documentazione che ne attesta lo stato di svantaggio, mettendo ancora una volta la cooperativa di fronte al bivio di cui sopra; senza tener conto del fatto che anche gli sgravi contributivi vengono azzerati e che se si scende al di sotto del 30 % con il numero degli inseriti la cooperativa rischia di perdere l’iscrizione all’Albo regionale con conseguenze chiaramente abbastanza gravi per la gestione delle convenzione e dei servizi in carico alla cooperativa. Questa problematica si accentua ancora di più quando i soci fondatori o il gruppo promotore della cooperativa è costituito da persone svantaggiate di queste categorie che si organizzano in una forma di mutuo aiuto attraverso un’attività imprenditoriale e poi nel corso del tempo perdono i requisiti previsti per essere riconosciuti svantaggiati.

Articolo 12, 12 bis, articolo 14: parliamone

E’ da una quindicina d’anni che si parla, nel nostro Paese, dello “scambio” tra ridimensionamento (eventualmente temporaneo) dell’obbligo di assunzione di persone con disabilità da parte delle aziende e la destinazione di commesse a cooperative sociali che grazie a ciò possono creare possibilità lavorative aggiuntive.

Il tema è sempre stato molto dibattuto: ha suscitato spesso reazioni contrarie dei sindacati e di taluni soggetti di rappresentanza delle persone con disabilità, timorosi che ciò possa determinare una deresponsabilizzazione delle imprese e una minaccia alla certezza del diritto al lavoro. Di fatto, ciò si è tradotto, in sede legislativa, nell’introduzione di un una serie di cautele (solo per una quota dell’obbligo – solo per un tempo definito – solo per categorie la cui occupabilità è particolarmente difficile – solo a seguito di procedure concertative e regolative complesse – solo se dopo l’impresa poi assume la persona in questione, ecc.) cui senz’altro possono essere riconosciuti intenti meritevoli, ma che di fatto rischiano di introdurre un percorso ad ostacoli che deprime l’effettiva fruibilità di tali strumenti.

E la cooperazione sociale? Se in una certa fase ha guardato con interesse a tali strumenti – una possibile alternativa, sul versante dei rapporti imprenditoriali, alle sempre maggiori fatiche incontrate sul fronte delle clausole sociali con gli enti locali – è da capire in che misura sia oggi effettivamente interessata a tali strumenti. Certo vi sono elementi attrattivi, il rapporto con le imprese, appunto, la possibilità di specializzare la cooperazione sul rafforzamento delle capacità lavorative già prevedendo un successivo percorso di transizione… Ma d’altra parte, in quanti casi questo modello si è effettivamente realizzato? Forse bisognerebbe partire da qui, dal verificare i casi in cui questi strumenti sono stati utilizzati e con quali risultati. In sostanza: chi li ha effettivamente e concretamente messi in atto, cosa ne dice? servono? A che condizioni? E’ invece meglio lasciar perdere? Anche in questo caso, il dibattito è aperto.

Recinti e pecore

Da un contributo di Gianfranco Marocchi

Quante volte abbiamo sentito il ritornello: “La cooperazione sociale non deve diventare il recinto entro cui vengono confinati tutti gli svantaggiati, così deresopnsabilizzando la società…” Chi ha familiarità con i numeri ha ben chiaro come questa affermazione, per quanto basata su valori e preoccupazioni condivisibili, sia immotivata.
I dati (più o meno) noti sono quelli relativi ai disabili, dal momento che l’esistenza del collocamento mirato determina la disponibilità di una qualche forma di raccolta periodica dei dati; ma a maggior ragione possono essere riferiti ad altre categorie di svantaggio. A questo proposito possiamo stimare che nelle cooperative sociali siano occupati un po’ più di 15 mila disabili (difficilmente più di 20 mila); nel resto del sistema economico, pubblico e privato, possiamo ipotizzare che ne siano occupati circa 180 mila. Sono iscritte alle liste del collocamento dei disabili oltre 700 mila persone; questo dato è notevolmente lievitato negli ultimi anni, probabilmente anche per ragioni estranee alla ricerca di lavoro; in ogni caso, anche negli anni immediatamente successivi all’approvazione della legge 68 era superiore alle 250 mila unità.

La cooperazione sociale occupa quindi circa l’8% dei disabili. L’altro 92% lo occupano altri. Detto tra parentesi, un vero miracolo. In fondo la cooperazione sociale rappresenta 2 miliardi di euro scarsi di fatturato su oltre 1600 di pil nazionale, poco più dell’1 per mille. Be’, certo, in media è più labour intensive della media del sistema economico. Infatti – azzardiamo, le indagini non sono così recenti – ci lavorano circa 65 mila persone, quasi il 3 per mille dei circa 23 milioni di occupati italiani. Consideriamo pure questo ultimo dato, non è comunque cosa da poco che il 3 per mille dell’economia assicuri occupazione all’8% dei disabili. È pur sempre 25 volte tanto, e dovendo competere ad armi pari sul mercato.
Ma, miracolo a parte, di qui ad essere un recinto onnicomprensivo ne passa! E poi, anche a volerlo, ce ne vuole un po’ a portare nel recinto le 700 mila persone che ne sono fuori crescendo (nel periodo migliore, fine anni novanta) al ritmo di 1000 unità all’anno (ora molto meno). Nell’attesa, l’idea del recinto ha occupato:

  • preoccupazioni di cooperatori, che su questo hanno costruito libri, articoli, ragionamenti e strategie per contrastarlo (evidentemente riuscendoci);
  • allarmi di sindacalisti, preoccupati che le imprese non siano deresponsabilizzate circa l’inserimento dei disabili;
  • perplessità delle associazioni di disabili, che temono che il recinto mini l’accesso al lavoro come diritto, per relegarlo nell’ambito di una solidarietà solo eventuale;
  • complesse costruizioni da parte del legislatore, che da circa 10 anni studia pesi e contrappesi su meccanismi  quali articolo 12, 12 bis e articolo 14 per evitare appunto il recinto – che comunque, come sopra richiamato, tutti aborriscono.
  • Riserve da parte di enti locali restie a intraprendere o estendere l’utilizzo delle clausole sociali perché l’inserimento dei disabili non deve essere fatto solo dalle cooperative.

Insomma ideali, strategie, politiche, preoccupazioni, legislazione ispirata dalla repulsione dei recinti. Che però, tutti sanno o dovrebbero saperlo, non esistono. Se non ce ne accorgiamo e ci ostiniamo tutti a ragionarci intorno rischiano di esistere solo le pecore.

Quali strumenti per la transizione?

Buongiorno a tutti,

oggi, nel primo giorno ufficiale di blog, abbiamo avuto il piacere di numerose visite e soprattutto di un primo commento “di peso”, quello di Valerio Luterotti che ci ha offerto importanti riflessioni sul ruolo della cooperazione sociale nel complesso delle politiche attive del lavoro e non solo nella specifica azione rappresentata dall’inserimento lavorativo in cooperative di tipo B.

Oggi viene introdotto il quarto dei sei temi portanti del dibattito, quello degli strumenti per favorire la transizione al termine del percorso di inserimento. Tra le discussioni che hanno accompagnato la cooperazione sociale sin dalla sua nascita, infatti, vi è quella sugli esiti dei percorsi di inserimento, l’occupazione stabile nella cooperativa stessa o la transizione verso altre imprese. Se oggi la questione è depurata da alcuni attriti “ideologici” di tempi passati, resta il problema delle azioni di impresa e delle politiche funzionali a facilitare il successivo inserimento in imprese nei casi in cui questo sia l’esito auspicato del percorso:

  • quali strumenti normativi possono facilitare questo passaggio?
  • di cosa ha bisogno una cooperativa sociale per rendere le persone inserite in grado di confrontarsi con il lavoro in imprese ordinarie?
  • in che modo il percorso fatto in cooperativa può favorire la successiva riassunzione in altre imprese?
  • quali condizioni consentono alla cooperativa di privarsi dei lavoratori una volta che, grazie agli investimenti compiuti sulla loro abilitazione, hanno raggiunto i maggiori livelli di produttività?

Si potrebbe continuare, ma lo faremo con il contributo di tutti. Il dibattito è aperto!