Archivi categoria: Reti e alleanze

Chi sono i nostri interlocutori nelle azioni di inserimento lavorativo? Le organizzazioni imprenditoriali, le pubbliche amminsitrazioni, le rappresentanze sindacali, le associazioni di utenti, …

FAND: il lavoro dei disabili è una priorità

Priorità a lavoro e riorganizzazione territoriale. Queste le sfide per il nuovo mandato del presidente della Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili (FAND) Giovanni Pagano rieletto all’unanimità nei giorni scorsi: “Con il lavoro ci si trova davanti a cittadini attivi non più costretti a fare pressione per l’assistenza, per un sussidio o per una pensione

Inserimento lavorativo e riorganizzazione territoriale sono questi alcuni dei temi a cui la Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili cercherà di dare una svolta nei prossimi anni. E’ quanto promette Giovanni Pagano, già presidente della Federazione che nei giorni scorsi ha ricevuto all’unanimità la riconferma del mandato per altri quattro anni.

Tra le sfide da affrontare per il nuovo mandato al primo posto c’è l’inserimento lavorativo per le persone con disabilità. “La criticità più importante su cui dobbiamo spingere è il lavoro. In particolare dobbiamo agire sul pubblico perché vi sono parecchie realtà che hanno una scopertura che potrebbe dare respiro al settore. Riteniamo che il lavoro sia il mezzo e la via che non solo dovrebbe affrancare dalla miseria morale il disabile, ma dovrebbe non costringerlo a pressare per una assistenza, per un sussidio o per una pensione. Con il lavoro ci si trova davanti a cittadini attivi che diventeranno contribuenti e non chiederanno più l’intervento allo Stato in forma assistenziale”. Tra i grandi temi, naturalmente, anche quello della non autosufficienza. “Oggi le famiglie – ha spiegato Pagano – sopportano questo peso fortissimo ed è chiaro che anche su questo tema dobbiamo dare una spinta. Bisogna dare sostegno alle famiglie aiutandole a tenere il disabile in casa dove troveranno sicuramente una realtà più umana e non cercare in tutti i modi di affidarli agli istituti”.

Veneto, cooperativa Primavera: l’innovazione è imparare dalle buone prassi, realizzarle e diffonderle

Tra gli interventi raccolti nel corso del seminario di Federsolidarietà Veneto vi è anche quello di Paolo Tosato della cooperativa Primavera, che è sotto riportato in sintesi.

Cercare di offrire nuovi spunti e nuove idee per le cooperative sociali di tipo B rischia di essere semplicemente un esercizio mentale che facciamo credendoci degli innovatori mentre per lo più siamo cooperatori che hanno percorso delle strade, in gran parte già percorse da altri, imparando dagli errori altrui e valorizzando invece le felici intuizioni. Non ho difficoltà ad ammettere che gli strumenti che ci hanno permesso, pur in periodi di crisi, di aumentare le attività e di far partire nuovi settori, state mutuate da altre realtà; senza mezzi termini direi che abbiamo copiato la progettualità del Consorzio InConcerto, e lo spirito d’impresa nel settore edile di alcune cooperative bresciane che ci hanno offerto la loro esperienza. Non credo conseguentemente che trovare nuove strade sia il nostro fine, credo che l’innovazione fine  a se stessa risulta essere una perdita di tempo, credo che la prima innovazione sia riscoprire il nostro essere cooperative sociali. Per questo veniamo preferiti ad altre forme d’impresa per questo ci distinguiamo e questo è il nostro valore aggiunto.

Questo non significa sottovalutare gli aspetti tecnici del nostro lavoro. Crescere in termini di competenze e di imprenditorialità sono passaggi fondamentali e dirimenti rispetto al futuro delle nostre realtà, ma sono sforzi inutili se non mettiamo preliminarmente in chiaro che la cooperazione sociale fa bene il proprio lavoro mantenendo l’obbiettivo sulla promozione della persona e sul sostegno alle fasce deboli. Questo significa fare quello che gli altri non fanno, prima di tutto perché siamo quello che gli altri non sono.

Sicuramente dobbiamo puntare all’eccellenza, e per questo dobbiamo in spirito cooperativo addestrarci tutti a valorizzare, senza rivalità ed invidie, all’interno del nostro mondo le esperienze migliori e porle a sistema, imparare da queste perché alzino la qualità del nostro essere imprese. Come in una gara ciclistica la fuga di alcuni alza la velocità media del gruppo, così nel sistema della cooperazione sociale le punte di eccellenza devono essere da stimolo per tutti per  crescere e per affrontare un mercato che ha posto come valore fondamentale per il proprio esistere la libera competizione fra tutti gli attori economici. E per competere dobbiamo fare bene il nostro lavoro ma farlo in modo diverso, portando un valore aggiunto che altri non possono portare.

Non ho difficoltà ad affermare che in un momento di crisi occupazionale le cooperative sociali, A e B indistintamente, non si possono chiamare fuori. L’occupazione, il lavoro ed il reddito, nella nostra società, sono fondamenti indispensabili per il benessere della persona. Credo che siamo chiamati  ad intervenire la dove c’è un bisogno reale e dove la nostra sussidiarietà può davvero fare la differenza. Creare posti di lavoro stabili in un momento in cui le altre forme d’impresa perdono occupazione ci dà finalmente la possibilità di distinguere e di affermare una volta ancora, e credo con maggiore forza, che la cooperazione sociale è una forma d’impresa che può davvero cambiare in meglio la società. Ed è questo che dobbiamo mettere in mano ai nostri rappresentanti di Federsolidarietà perché venga messo a valore nelle sedi opportune e ci consenta di trarre vantaggi per tutto il sistema. …

Purtroppo, e dispiace dirlo, talvolta il limite delle cooperative è quello di saper cooperare. Le difficoltà nel mettere insieme realtà diverse sono enormi e a volte non basta nemmeno la necessità ad indurre i cooperatori a trovare le strade per superare le difficoltà. Probabilmente su questo aspetto è necessario un impegno particolare dell’associazione di rappresentanza, impegno volto a far comprendere innanzitutto come il novanta per cento delle nostre realtà da solo non ha le dimensioni per competere nel prossimo decennio in un mercato che continua ad alzare la soglia minima di sopravvivenza ed in secondo luogo a formare cooperatori prima che manager, persone interessate al benessere della persona prima che buoni contabili, perché le capacità tecniche, seppur indispensabili, si possono imparare, le capacità umane e l’essere cooperatori invece è un modo di essere e per questo va formato.

ISNet: la rete motore dello sviluppo

Si pubblica oggi un contributo di ISNet, frutto del lavoro dell’Osservatorio sull’impresa sociale, da cui sono tratte le serie storiche sotto citate.

Alla ricerca di alternative rispetto alle commesse del settore pubblico, sono sempre più numerose le cooperative sociali che vedono nell’alleanza con altre organizzazioni non profit, una reale opportunità. Se negli ultimi tre anni calano le relazioni delle imprese sociali con gli enti pubblici, gli enti locali, le aziende, le organizzazioni di rappresentanza e coordinamento e i media, invece le relazioni con altre cooperative sociali, ovvero quelle di natura orizzontale, tendono ad un lieve aumento.

Tuttavia, i livelli generali di soddisfazione, per le relazioni instaurate dalle cooperative sociali con i diversi stakeholders, sono in progressivo calo, anche nel caso delle partnership tra organizzazioni dello stesso livello:

L’Osservatorio Isnet sull’impresa sociale ha più volte evidenziato lo stretto legame tra dinamicità relazionale, corrispondente al livello di soddisfazione e andamento economico positivo. Per generare sviluppo, quindi, ogni azioni tesa all’incremento delle relazioni dovrebbe essere accompagnata da una costante verifica delle opportunità e da continui controlli degli indici di efficacia.

Congresso FISH: contro i tagli e le discriminazioni

Si è tenuto a Cagliari il 19 e 20 marzo il Congresso della FISH, le cui riflessioni si sono articolate sullo sfondo del contesto di grande incertezza che governa le politiche sociali, sanitarie e – più in generale – di inclusione sociale per le persone con disabilità. La relazione del Presidente Pietro Barbieri, poi ripresa dalla Mozione generale del Congresso, ha indicato gli interventi che la FISH intende attuare in ciascun ambito: la spesa sociale e le politiche per la famiglia; il diritto al lavoro e quello all’inclusione scolastica, l’accessibilità e la riabilitazione. Si tratta di azioni di pressione politica, di elaborazione di proposte, di tutela giudiziaria, di comunicazione, di mobilitazione.

Il congresso FISH ha affrontato anche il tema del piano straordinario di verifica sulle invalidità civili, rispetto a cui sono stati evidenziati i diffusi e pesanti disagi che esso comporta per le persone con gravi disabilità. La FISH richiede la sospensione delle verifiche straordinarie – che si stanno dimostrando peraltro costosissime ed inefficaci – a favore di una migliore gestione dell’accertamento ordinario. Le campagne strumentali e demagogiche contro i “falsi invalidi” stanno determinando un fattore di ulteriore stigmatizzazione delle persone con disabilità. Ne è un esempio la copertina del settimanale Panorama, contro cui è stata sporta querela, titolata “Scrocconi” e che raffigurava l’immagine stilizzata di un “pinocchio” in carrozzina.

Altra decisione del Congresso Fish è stata quella di realizzare nelle prossime settimane una manifestazione nazionale d’intesa con altre organizzazioni e forze della società civile contro i tagli indiscriminati delle politiche sociali.

questo indirizzo i testi della Relazione del Presidente e della Mozione generale del Congresso FISH

 

Quali reti per l’inserimento lavorativo

Oltre al contributo pubblicato ieri, Federsolidarietà Veneto, in preparazione al seminario regionale del 15 marzo, ha prodotto altri due documenti; uno, dedicato alle alleanze, le reti e i rapporti delle cooperative sociali è di seguito riprodotto.

Su quali rapporti puntare

Innanzitutto con i clienti (Enti Pubblici ed Aziende), con gli  Attori pubblici locali, investendo nella co-progettazione (Comuni, Province, Regione), con gli stakeholder che ne condividono obiettivi e intenti (Associazioni e Consorzi, ma anche fondazioni, banche ed istituti di credito). È importante che la cooperazione sociale non viva solo di bandi, ma che cerchi anche un dialogo con fondazioni e bandi per raccogliere fondi da re – investire nelle proprie attività.

Alleanze per la crescita delle persone

Stringere alleanze anche con scuole (provincia, assessorato all’istruzione) già dall’inizio del percorso formativo della persona è importante per non trovarsi poi con ragazzi/adulti di cui non si sa niente o poco e quindi è difficile costruire dei percorsi.

Tre direzioni per costruire reti

1) Contesto della cooperazione: una cooperativa non può restare fine a se stessa (soprattutto le B), dinanzi alle domande e sfide che vengono richieste dal mondo imprenditoriale/produttivo. Fondamentale in questo senso l’importanza della Federazione, una cooperativa è agevolata se è dentro un contesto di consorzio territoriale, e importanti sono anche gli accordi tra consorzi trasversali per territori, non tanto e non solo per materia. La costruzione delle reti, lavoro che va riconosciuto come fondamentale, ha permesso e permette alle cooperative dei nostri territori di avere legami, contatti e opportunità non solo a livello locale ma provinciale o regionale. inoltre si deve tenere presente che la concorrenza l’abbiamo al nostro interno, oltre che al mondo profit.

2) Contesto del mercato: nel mercato non esiste il privilegio, nel mercato esiste la convenienza (e la concorrenza). Concetto del bene comune: inteso come bene comune delle cooperative che si alleano e della comunità nella quale si svolge il servizio. I nostri interlocutori nel mercato sono l’ente locale e l’azienda.
2a) Ente Locale: oggi vede nella cooperazione non più un soggetto di collaborazione ma uno strumento da sfruttare per mantenere determinati servizi a costi inferiori. Dando meno valore all’inserimento lavorativo e più valore al massimo ribasso (indipendentemente da chi lo offre). Anche la legislazione specifica che permetterebbe affidamento diretti, è conosciuta solo da alcune parti dell’ente (solitamente quella politica), e non da altre (funzionari, dirigenti). Alcune esperienze soprattutto nei piccoli comuni hanno portato a essere interlocutori ed esecutori di alcuni strumenti e soluzioni con la pubblica amministrazione, per cui riteniamo necessario sempre più essere competenti in termini tecnici per offrire la soluzione.
2b) Aziende profit: sul rapporto con le aziende ultimamente stiamo vedendo l’associarsi in ATI ad aziende per partecipare ad appalti, lavorando insieme su costruire clausole sociali. È un mercato in cui si supera la logica della concorrenza associandosi, non si può chiedere all’azienda di fare il bene sociale. L’imprenditore vede la sua prospettiva profit, il sociale deve proporgli l’abbinamento con il valore sociale, e l’abbinamento deve essere di plusvalore, non di “plusfiga”.  È necessario diffondere un cambio di mentalità per fare questo salto mentale, per essere interlocutori alla pari, per chiedere e avere lavoro secondo nuove prospettive.
2c) Banche e finanza: non facciamo sviluppo finanziario, facciamo pochi mutui, abbiamo paura. Le cooperativa sociali hanno soldi fermi, non hanno un progetto di sviluppo finanziario. Rispetto alla finanza è necessario cambiare mentalità all’interno della cooperativa, nella quale vengono messe in atto e prese scelte di massima garanzia perché la scelta poi ricade su tutta la base sociale, questa non è una mentalità imprenditoriale, non c’è rischio di impresa, che è elemento fondamentale nella scelta e nel fare azioni finanziarie.

3) Contesto dell’inserimento lavorativo: manca forse una riprogettazione di tutta la filiera. La fase di formazione vera e propria propedeutica all’inserimento lavorativo, dobbiamo lasciarlo ad altri (es. coop. Tipo A), perché deve arrivare in B già “produttivo”, sia esso normodotato o svantaggiato. Inoltre bisogna rafforzare le relazioni con i servizi per l’inserimento  lavorativo, con le scuole, come enti di collegamento per la cooperazione, con gli Enti di formazione.

Toscana: un protocollo per valorizzare l’inserimento lavorativo

Nel corso del Convegno del 20 gennaio, Federsolidarietà Toscana ha presentato un interessante esperienza di partenariato nel campo dell’inserimento lavorativo. (scarica le slide PowerPoint)

La possibilità di convenzionamento previste dalla 381/1991 erano già state oggetto di implementazione con la LR 87/1997, cui erano seguiti successivi atti per definire i criteri di selezione. Tre anni dopo la LR 22/2000, nel riordinare il Servizio Sanitario Regionale, ricordava che per “la gestione di servizi socio sanitari, assistenziali ed educativi, nonché per la fornitura di beni e servizi, le Aziende sanitarie possono avvalersi delle cooperative sociali ai sensi della legge 381/91″. L’aspetto però che merita particolare attenzione è il recente protocollo di intesa tra Regione, ASL e Centrali cooperative, maturato a partire da una riflessione sugli interventi in tema di salute mentale. Nell’ambito del protocollo, approvato con apposita DGR, sono stati realizzati un’indagine sui centri diurni per la salute mentale, un gruppo di lavoro su schema di convenzione tipo per inserimenti di casi psichiatrici, un  gruppo di lavoro sulle competenze della figura di tutor aziendale e una ricerca sull’inserimento lavorativo in cooperative B e in associazioni di familiari e utenti.


scarica le slide PowerPoint

Tra i contenuti del Protocollo, siglato nel 2010, vi sono:

  • il riconoscimento del ruolo della cooperazione sociale di tipo B quale soggetto “in grado di favorire uno sviluppo economico e sociale centrato sui valori dell’integrazione, dell’inclusione sociale e delle pari opportunità”
  • il riconoscimento delle “convenzioni” come strumento finalizzato alla creazione di opportunità di lavoro per persone svantaggiate;
  • la valorizzazione dello strumento degli affidamenti diretti e delle clausole  di esecuzione sociale;

Per il funzionamento del protocollo viene costituito un gruppo tecnico composto dai rappresentanti delle parti sottoscriventi con funzione di elaborare proposte e procedure specifiche, promuovere vigilare e monitorare l’attività in atto nonché l’entità degli affidamenti annuali di beni e servizi e l’efficacia degli interventi programmati. Le ASL e le aree vaste prevedono di affidare l’8% dell’importo delle forniture di beni e servizi attraverso convenzioni ex articolo (importi sotto soglia) o con l’adozione di clausole socialinelle gare di appalto sopra soglia. Le cooperative sociali di tipo B garantiscono progetti individuali per ogni soggetto inserito, piena collaborazione con i Servizi invianti per il monitoraggio ed una particolare attenzione per i soggetti con disagio mentale.

Questo protocollo non elimina da solo le difficoltà che in questi anni si sono fatte sempre più diffuse (maggiore ricorso al massimo ribasso, percezione di alcuni enti degli affidamenti ex articolo 5 come “poco trasparenti”, difficoltà a comprendere il ruolo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo), ma rappresenta un evidente segnale di positiva valorizzazione delle cooperative sociali nelle politiche per l’integrazione e l’occupazione.

Inserimento lavorativo oltre le B: un possibile esempio

Numerosi contributi di questo blog hanno messo in luce la necessità di interrogarsi su funzioni di inserimento lavorativo che vadano oltre gli orizzonti delle cooperative di tipo B. Proviamo oggi, attraverso l’illustrazione di una buona prassi, ad affrontare il possibile ruolo dei servizi di collocamento rivolti ad assistenti familiari e alle famiglie che fruiscono delle loro prestazioni. Si tratta di un lavoro nella maggior parte dei casi de professionalizzato, dove la famiglia può trovarsi da un giorno all’altro priva di servizio per malattia, assenza o diverse scelte personali e professionali dell’assistente, e in cui quest’ultima opera in un contesto completamente privo di garanzie. Una buona prassi che affronta tali problematiche ricorrendo a servizi di collocamento realizzati a partire dalla particolare sensibilità delle cooperative sociali è quella del consorzio Moltiplica di Perugia illustrata nel corso dell’ultimo workshop di Iris Network a Riva del Garda.

Le cooperative del consorzio si occupano di regolarizzare il lavoro sommerso, formare le assistenti che svolgono il lavoro di cura, selezionare le assistenti, offrire un servizio di intermediazione alle famiglie, nonchè provvedere alla sostituzione dell’assistente in caso di sua assenza.
Dal 2009 un partenariato tra Consorzio Moltiplica, Confcooperative e Confcommercio fa nascere il progetto Casamica. L’ente locale contribuisce all’azione intervenendo nell’abbattimento di alcuni costi legati al servizio offerto dalla cooperativa, favorendo le famiglie sul versante della contribuzione e assicurando all’assistente privo di formazione l’affiancamento di un operatore socio sanitario che svolge una funzione di tutoraggio soprattutto in situazioni di non autosufficienza. Questo intervento consente anche di prevenire eventuali situazioni critiche legate all’improvviso abbandono da parte dell’assistente familiare. Tutto ciò è regolato da un Accordo di Collaborazione (art. 119 del d.lgs 267/2000) tra soggetti pubblici e privati.  Ad oggi sono 654 le famiglie che dal 2004 sono state seguite attraverso il progetto; 186 oggi sono attualmente seguite mentre sono circa 200 i pacchetti formativi attivati.

Riflessioni dall’Emilia Romagna (2/2)

Oggi viene pubblicata la seconda parte del documento inviatoci dalla Federazione dell’Emilia Romagna (vedi ieri la prima parte, punti di forza e di debolezza della cooperazione B dell’Emilia Romagna).

Il documento riprodotto in estratto è una rielaborazione del Rapporto realizzato in preparazione della III Conferenza regionale della cooperazione sociale dell’Emilia Romagna, tenutasi a Bologna il 20 novembre 2009

Le prospettive future. Le opportunità

  • Le cooperative sociali d’inserimento lavorativo sono una risposta significativa e strutturata all’integrazione sociale delle fasce deboli per questo sono partner, non fornitori delle pubbliche amministrazioni, e svolgono una funzione pubblica (art. 1 L. 381/91).
  • Esistono gli strumenti normativi, per realizzare parternariati con la Pubblica Amministrazione, come è successo in diversi territori della Regione, attraverso affidamenti diretti sotto soglia comunitaria (circa 200.000 €), inserimento di clausole sociali negli appalti sopra soglia (art. 2 comma 2 D. Lgs. 163/2006 ) e appalti riservati (art. 52 D. Lgs. 163/2006 ). Far diventare le buone prassi realizzate azioni di sistema a livello regionale.
  • Esistono esperienze (Comune di Torino) di altre regioni (Piemonte) che a seguito di una legge regionale hanno fissato una percentuale di esternalizzazione di attività alle cooperative sociali per il ruolo di coesione e integrazione sociale che queste rappresentano (Regolamento comunale N° 307 del 31/03/05). Probabilmente è giunto il momento di rivisitare la nostra Legge Regionale N° 4/94 applicativa della 381.
  • Costruire parternariati imprenditorial/sociali col sistema delle imprese. Le clausole sociali negli appalti pubblici costituiscono un elemento strategico per la realizzazione di parternariati realistici. Inoltre è necessario valutare la sperimentazione dell’art. 22 della L.R. 17/05, al fine di renderla meno burocratica e di più facile applicazione per le imprese e per le cooperative sociali.
  • Le cooperative sociali d’inserimento lavorativo possono essere una delle risposte alla crisi economica e possono svolgere un ruolo importante (sia per quantità, sia per qualità) nelle politiche attive del lavoro realizzando in maniera integrata le seguenti attività:
    • valutazione delle competenze sociali e lavorative
    • attivazione di formazione mirata in situazione
    • progettazione di percorsi di transizione verso altre aziende
    • supporto ai servizi d’inserimento lavorativo della Provincia
    • occupazione fasce deboli
  • Per comunicare con più forza il ruolo di soggetto attivo nelle politiche attive del lavoro le cooperative B devono costruire parametri e indicatori per definire il VAS (Valore Aggiunto Sociale) che producono.
  • La complessità del problema dell’inserimento delle fasce deboli del mercato del lavoro non può che essere affrontato in una logica di rete e di corresponsabilità, da parte di tutti i soggetti economici e sociali del territorio. Vanno create collaborazioni forti per uno sviluppo socio-economico sostenibile in una logica di Responsabilità Sociale dell’Impresa (RSI) e di Territori Socialmente Responsabili (TSR).
  • Studiare la possibilità/opportunità di creare reti di vendita diretta o “delegata” dei prodotti delle cooperative sociali di inserimento lavorativo attraverso un’operazione di marketing sociale simile a quello operato nel commercio equo e solidale.

Riflessioni dall’Emilia Romagna (1/2)

Oggi e domani si pubblica un estratto del documento inviatoci dalla Federazione dell’Emilia Romagna e condiviso anche con Legacoop sociali, sulle cooperative B. In questa prima puntata si riporta un’analisi sui punti di forza e di debolezza dell’esperienza, mentre domani sarà pubblicato il capitolo su “Le prospettive future”. Il nostro percorso verso il Libro Bianco è anche condivisione di riflessioni ed esperienze, benvenuti quindi i contributi di questo tipo.

Il documento riprodotto in estratto è una rielaborazione del rapporto realizzato, in preparazione della III Conferenza regionale della cooperazione sociale dell’Emilia Romagna, tenutasi a Bologna il 20 novembre 2009

Punti di forza. Le buone prassi realizzate

La cooperazione sociale di inserimento lavorativo, nella nostra Regione, ha saputo mantenere e sviluppare in questi anni la sua specificità di essere un’impresa che produce beni e servizi finalizzati all’accoglienza e all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. Le principali innovazioni riguardano:

  • La forte crescita sia di unità produttive che di lavoratori impiegati e la spinta su tutto il territorio regionale a costituire Consorzi per avere maggiore forza imprenditoriale e commerciale e per realizzare il sistema di cura e inserimento sociale della cooperazione sociale
  • Lo sviluppo nel particolare settore dei committenti pubblici, nell’igiene ambientale, e delle multiutilies;
  • La capacità di alcune Cooperative/Consorzi di creare alcune figure professionali non disponibili sul mercato – in particolare quelle del lavoratore guida, del tutor dell’inserimento lavorativo e del responsabile sociale – e strumenti per seguire e certificare l’acquisizione di abilità lavorative da parte dei soggetti svantaggiati.

Alcune cooperative/Consorzi hanno definito meglio la propria mission e rafforzato le proprie specificità, anche utilizzando strumenti di rendicontazione sociale (bilancio sociale, codici etici, certificazione di qualità) adottando di fatto logiche e strumenti di supporto all’impiego entro strutture dedicate a questa specifica e prevalente finalità. Esse hanno così potuto evitare di trasformarsi in laboratori protetti, sono rimaste generalmente aperte al mercato del lavoro esterno, soprattutto quando si sono occupate di soggetti svantaggiati diversi dai disabili gravi, affermandosi come strumento specifico e peculiare nel panorama degli strumenti di politica attiva del lavoro.

Punti di debolezza e criticità evidenziate

  • Difficoltà a comunicare e a far comprendere, in particolare alle pubbliche amministrazioni, il valore aggiunto dell’integrazione sociale, con il risultato di essere considerate, quando va bene, come un qualunque altro “fornitore”.
  • Le cooperative B sono tendenzialmente di minori dimensione delle cooperative A, questo è un elemento di debolezza in una tipologia d’impresa che deve assommare competenze complesse e diversificate (in questo senso il ricorso ai Consorzi, rappresenta una risposta imprenditoriale al problema della dimensione).
  • Scarsa patrimonializzazione e mancanza di soci sovventori finanziariamente capaci, con conseguente difficoltà d’investimento.
  • Attività lavorative poco professionalizzanti. Produzioni con livelli intensivi di lavoro, di semplice esecuzione e a basso valore aggiunto: attività artigianali, attività di assemblaggio, pulizie, manutenzione del verde pubblico e privato, servizi ecologici. Mancanza, nella maggior parte delle cooperative sociali di competenze tecniche operative per lo sviluppo di settori a più alto valore aggiunto.
  • I contributi pubblici a sostegno dell’attività di inserimento lavorativo sono limitatissimi (non ci sono  riconoscimenti anche economici del ruolo delle coop. B nelle politiche attive del lavoro), a fronte di un costo “sociale” alto (tutor, Responsabile Sociale) se le cooperative B vogliono realizzare compiutamente la propria mission.
  • Non si è riusciti a creare, se non in rari casi, filiere strutturate imprenditorial/sociali con il sistema delle imprese e col mondo cooperativo in particolare a partire dalle cooperative di produzione-lavoro e di servizi che in alcuni segmenti di mercato risultano, anzi, essere i principali concorrenti delle cooperative sociali.

A domani per il seguito…

Le alleanze, le reti, i rapporti

Siamo oggi giunti alla presentazione dell’ultimo dei sei temi su cui si articolerà la nostra discussione: le alleanze, le reti, i rapporti. Dimmi con chi parli e ti dirò chi sei. Con chi parlano le cooperative che si occupano dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate? Con ASL e servizi sociali o con i Centri per l’impiego? Con sindacati o con imprenditori? Con istituzioni pubbliche o con organizzazioni private e di terzo settore? A chi danno più facilmente del tu, di chi hanno il cellulare memorizzato sulla rubrica? Dell’assessore ai servizi sociali del comune o dell’assessore al lavoro della provincia? Di un sindacalista o di un rappresentante delle piccole e medie imprese del territorio?

Nessuna di queste diadi costituisce una alternativa (o l’uno, o l’altro), tantomeno connotata in termini di valore (rapporto “giusto” Vs. rapporto “sbagliato”), ma ragionare su cosa di fatto avviene ci aiuta a capire dove siamo collocati e ci permette di ragionare sulle alleanze e i rapporti da coltivare in relazione alle strategie per il futuro. Probabilmente è il caso di riflettere su una cooperazione sociale che anche quando lavora per l’inserimento lavorativo in molti contesti territoriali appare comunque sbilanciata verso l’area sociale e non integrata appieno nell’area occupazione – lavoro – impresa.

Accanto alle relazioni con gli stakeholder, dovremo interrogarci su i rapporti interni ai nostri sistemi: su quale sia in altre parole una relazione virtuosa tra cooperative di tipo B, cooperative di tipo A, reti consortili per realizzare al meglio l’inserimento lavorativo, alla ricerca di buone prassi e idee innovative.

In chiusura, piccolo un estratto del commento di Valerio di ieri: “… dovremmo renderci conto il nostro vantaggio competitivo nell’inserire i lavoratori che gli altri escludono non è frutto di bravura casuale o di iperprotezionismo normativo nè fiscale. Siamo più efficaci degli altri perchè portatori di un modello di gestione delle risorse umane che andrebbe brevettato. Noi non facciamo progetti di tecnica riabilitativa sulle singole persone (come altri metodi di inserimento lavorativo), noi assumiano la soggettività particolare del lavoratore escluso dal mercato come una variabile indipendente da cui partire per ricercare gli adattamenti tecnico organizzativi che permettano di continuare a garantire la sostenibilità produttiva