Archivi categoria: Politiche del lavoro

Le azioni della cooperazione sociale nelle politiche attive del lavoro: servizi per l’impiego, collocamento, somministrazione

Provincia di Catania e Idea Agenzia per il Lavoro, un accordo per l’occupazione

Anche questa buona prassi è stata presentata nel seminario di Roma del 20 gennaio; riguarda una sinergia tra la Provincia di Catania, il Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro e il suo socio locale Laire per realizzare percorsi di integrazione lavorativa e sociale delle persone deboli. Sulla base dell’accordo,  la Provincia si è impegnata a:

  • coinvolgere Idea Lavoro in tutti i tavoli per le politiche del lavoro e facilitare l’instaurarsi di collaborazioni con altri EEPP (es. ASL, DAP, Università, etc.) e tutti gli altri interlocutori pubblici e privati;
  • facilitare  il contatto tra Idea Agenzia per il lavoro e le aziende, in specie quelle in obbligo L 68/99, fornendo l’elenco delle aziende;

Le parti hanno fatto ricorso alla forma del Protocollo di Intesa; il primo accordo è stato stipulato nel 2002, poi, considerati gli esiti positivi, nel luglio 2010 è stato firmato un secondo Protocollo d’Intesa che ha fra i suoi obiettivi anche quello di favorire l’applicazione dell’art 12 bis L 68/99.

Il protocollo può documentare risultati concreti, sia sul fronte dei tirocini che degli avviamenti al lavoro veri propri; di seguito i dati sino al 2008.

tirocini formativi

avviamenti al lavoro

totale
2002 16 26 42
2003 12 15 27
2004 30 10 40
2005 33 105 138
2006 44 74 118
2007 158 134 292
2008 166 25 191
459 389 848

Il protocollo ha inoltre previsto la collaborazione con l’Università di Catania per l’elaborazione e l’implementazione di metodiche sull’inserimento lavorativo da cui sono nate alcune pubblicazioni.

Città dei Mestieri di Roma, un’alleanza per il lavoro

Nel corso del seminario nazionale del 20 gennaio sono state presentate alcune esperienze di buone prassi nel rapporto tra cooperazione sociale e pubbliche amministrazioni; una di queste è la Città dei Mestieri e delle Professioni di Roma.

La Città dei mestieri di Roma sorge su uno spazio di 450 metri quadri, in un bene confiscato alla mafia e rappresenta uno spazio di informazione e orientamento sui percorsi formativi, lavorativi e professionali: è aperto a tutti, con accesso libero, gratuito, senza appuntamento. Al suo interno gli utenti possono usufruire di documentazioni specializzate, strumenti multimediali, materiali aggiornati sulle tematiche del mercato del lavoro, delle professioni e della formazione, funzionali a quattro possibili esigenze: fare impresa, cercare lavoro, scegliere la formazione, orientarsi nelle scelte.

Il modello delle Città dei Mestieri  è nato a Parigi nel 1993; si è costituita l’Associazione delle Città dei Mestieri che ha formalizzato un disciplinare da ottemperare per ottenere il “label” e aprire una nuova città dei mestieri. Tra gli elementi distintivi di questa esperienza vi è il partenariato tra soggetti pubblici e privati, per integrare e condividere competenze e le risorse, anche economiche. I partner coinvolti possono essere istituzioni locali,  istituzioni scolastiche e universitarie, parti sociali e datoriali, organismi di formazione e di orientamento territoriali,  organismi rappresentativi a livello locale (fondazioni, banche, associazioni ecc..); questi enti stipulano tra loro dei protocolli d’intesa che formalizzano gli impegni di ciascuno per la riuscita del progetto. Nell’esperienza di Roma i partner sono Solco Roma, capofila ed ente depositario del label, Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro, Comune di Roma  – Municipio X, Provincia di Roma, Regione Lazio, Associazione ANIMA – Unione degli Industriali e delle Imprese di Roma, alcuni media locali, e le aziende sanitarie. La Città dei Mestieri di Roma, inaugurata nel giugno 2009, conta ad oggi circa 2000 utenti così suddivisi:

  • Ricerca del lavoro e Orientamento professionale: circa n. 800 utenti sostenuti nella ricerca del lavoro, grazie al partner Idea Agenzia per Il Lavoro e al lavoro;
  • Creazione di Impresa: circa n. 800 utenti indirizzati a percorsi di auto-imprenditorialità con il sostegno di Associazione ANIMA
  • Scegliere una formazione: circa n. 400 utenti orientati  ai percorsi formativi e di qualificazione professionale, previsti dalla Regione Lazio e dalla Provincia di Roma
  • Accompagnamento all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (disabili, immigrati, ex detenuti ecc.): circa 60 disabili psichici sostenuti nei percorsi di inserimento lavorativo e 40 immigrati, ex detenuti, disoccupati over 40 sostenuti nell’inserimento lavorativo, in collaborazione con i Servizi Sociali del Municipio Roma X, cooperative sociali partner, associazioni del terzo Settore e aziende sanitarie.

Veneto: inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro

Si sintetizza di seguito il terzo lavoro realizzato da Federsolidarietà Veneto in preparazione del seminario del 15 marzo, relativamente al tema “inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro”.

Negli ultimi anni la cooperazione sociale ha realizzato una serie di interventi e servizi rivolti a fasce deboli del mercato del lavoro e della popolazione. Interventi e servizi, non solo quelli oggetto dell’attività della cooperazione sociale, vanno distinti in due categorie.

La prima categoria è formata dagli interventi a sostegno della occupabilità, cioè tutte le iniziative finalizzate a migliorare le competenze trasversali (autonomia di spostamento, elementi essenziali di informatica, uso di semplici attrezzature, conoscenza della normativa, …) e, soprattutto, l’inserimento nelle reti sociali ed economiche portatrici di opportunità di lavoro. In altri termini, i servizi per l’occupabilità hanno l’obiettivo di attrezzare la persona con capacità relazionali, contatti con il mercato attivo, conoscenze sui servizi e sulla normativa, competenze trasversali e tutto ciò che la può rendere più competitiva nelle fasi di transizione verso il lavoro. In questa categoria rientrano i tirocini, la formazione di base, i CLG, … .

La seconda categoria è costituita dai servizi per l’occupazione, cioè i servizi che facilitano e promuovono l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Nel nostro territorio risulta debole l’azione presso le aziende, i CpI non sembrano alimentare a sufficienza i  contatti con le aziende e con gli imprenditori mentre le Agenzie di Somministrazione sono sbilanciate verso gli interessi delle aziende, operando una scelta severa tra i lavoratori, dalla quale escono perdenti tutti quelli che non hanno un profilo socio-professionale solido.

In questa situazione, si vuole proporre un Sistema di Interventi per l’Occupabilità ed il Lavoro che raccorda le esperienze delle cooperative sociali in favore delle fasce deboli del mercato in un continuum di strumenti che possono essere messi in gioco a seconda delle necessità. In altri termini, si propone un dispositivo che comprenda gli strumenti sperimentati separatamente: doti per i lavoratori in CIG e Mobilità in deroga, inserimenti per lavoratori privi di ammortizzatori sociali, tirocini, CLG, PAI, … L’introduzione di un simile dispositivo svilupperebbe una modalità di accesso unitaria, basata sull’incrocio di variabili sociali, familiari, occupazionali finora considerate separatamente, con rischi di confusione anche normativa tra i diversi livelli di svantaggio e di povertà.

A questo proposito si fa riferimento a misure regionali (DGR n. 2472 del 4.08.2009 e DGR n. 427 del 23 febbraio 2010), concepite come contrasto alla crisi economica, relativi alla  realizzazione  di progetti di pubblica utilità attraverso l’utilizzo di lavoratori sprovvisti di ammortizzatori sociali, cofinanziati dalla al 50%. del costo del lavoro. I progetti presentati nel 2009 sono stati 57 e i lavoratori che ne hanno beneficiato sono stati 221, lavoratori che se non fossero stati inseriti nei progetti non avrebbero avuto alcun sostegno del reddito. Successivamente l’intervento è stata riproposto prevedendo l’ampliamento dei beneficiari a persone che sono in carico ai servizi sociali anche da molto tempo e che gli enti locali per finanziare la parte dell’intervento a loro carico possano avvalersi anche di contributi privati.

La proposta emersa dal gruppo di lavoro di Federsolidarietà è che questo tipo di intervento sia in collegamento funzionale con gli sportelli per il lavoro; si tratta di mettere insieme i servizi tesi a rinforzare la capacità di ricerca attiva del lavoro attraverso l’orientamento o le sue competenze in termini di formazione con quelli, previsti dalla citata DGR 427, che offrono una soluzione di breve periodo lavorativo che mette le persone direttamente in condizione di sperimentarsi in un’attività. Essendo questi due servizi attivi e promossi dalla rete delle cooperative sociali e Consorzi soci di Federsolidarietà, ha senso procedere con soluzione di continuità nella costruzione di un’offerta ancora più solida per questi beneficiari, immaginando un cantiere di gestione federativo che valorizzi le specificità e promuova l’efficacia/efficienza.

Il caso Ravenna, dal SIIL al Patto per il Lavoro

Tra gli interventi proposti nel semianrio di Bologna sul Libro Verde, vi è stato quello di Massimo Caroli che segue queste tematiche per conto di Federsolidarietà Emilia Romagna. Il suo intervento, qui disponibile in forma completa, ha utilizzato l’esempio del consorzio Fare Comunità di Ravenna per evidenziare alcune strategie da mettere in atto sul fronte dell’inserimento lavorativo.

Oggi il consorzio gestisce il SIIL (Sostegno Integrato Inserimento Lavorativo) che grazie al lavoro di 23 operatori ha in questi anni realizzato circa 300 progetti di inserimento lavorativo all’anno, con un a media annuale di 80 assunzioni, per un totale di 700 nel periodo 2001-2009. Questi risultati sono stati ottenuti agendo su diversi fronti:

  • sostegno alle imprese per assolvere gli obblighi della legge 68/99;
  • progettazione di percorsi d’inserimento più idonei e maggiormente gratificanti per i lavoratori disabili e per le imprese;
  • periodi di formazione  e tirocini preparatori;
  • sostegno agli inserimenti con personale specializzato nella mediazione al lavoro.

E’ ora in via di costituzione un “Patto per il lavoro” con la partecipazione di CCIAA, AUSL  RA, Sindacati, consorzi di cooperative sociali del terrtiorio, 18 Comuni Provincia, INAIL, AICCON. Il “Patto” ha lo scopo di promuovere la responsabilità sociale di tutti i portatori di interessi, a partire dalle imprese, e di favorire processi quali:

  • adozione di clausole sociali o ambientali all’interno degli appalti;
  • adesione a codici di condotta da parte delle imprese con cui le autorità pubbliche entrano in relazione;
  • sostegno e promozione di forum di imprese responsabili.

Per ottenere ciò è necessario ri-articolare, in modo originale, il campo dell’azione pubblica, tradizionalmente organizzato rigidamente per settori e quindi con grandi difficoltà ad intervenire su questioni che si svolgono in contesti sempre più complessi e articolati e che coinvolgono una pluralità d’attori. E’ al contrario necessario porre al centro l’integrazione tra ambiti e settori di intervento per trovare “soluzioni” nuove e originali.

Al centro delle politiche attive del lavoro (3/3)

Ecco la terza e ultima parte del contributo di Gianfranco Marocchi. I primi due pezzi sono stati pubblicati nei due giorni scorsi (parte 1 e parte 2). L’articolo da cui questi ragionamenti sono tratti è scaricabile qui.

Ecco perché il libro verde è importante. Perché rappresenta la volontà della cooperazione sociale di porsi nuovamente al centro delle politiche del lavoro. Ma per riuscirci è necessario riuscire a riposizionarsi al centro del dibattito e quindi accantonare da convegni, seminari, articoli, molti dei temi che hanno caratterizzato la fase precedente;  e forse, senza tralasciare l’impegno quotidiano, anche nell’operatività e nelle relazioni, provare ad investire maggiormente su alcuni temi caldi delle politiche del lavoro. Magari non su tutti, ma su molti di questi, la cooperazione sociale ha da dire cose originali e innovative:

  • gli strumenti verso il lavoro: dal collocamento privato alla somministrazione, dai tirocini e gli altri strumenti per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro ai servizi per l’impiego, la cooperazione sociale possiede specificità e competenze che altri soggetti non hanno. Sa come ci si rapporta con i soggetti deboli, sa cos’è l’impresa, sa cosa sono i percorsi di inserimento e sa che non si chiudono (ma iniziano) al momento dell’assunzione. Queste cose la cooperazione sociale ce le ha nel sangue come nessun altro;
  • i problemi occupazionali emergenti: il mercato del lavoro evolve e mutano le sue criticità; si pensi all’inquadramento delle assistenti familiari o all’inserimento di categorie che si dimostrano particolarmente soggette ad esclusione dal mercato del lavoro, come i giovani alla ricerca del primo impiego, i lavoratori ultraquarantenni dequalificati espulsi dal ciclo produttivo, le donne con problemi rilevanti di conciliazione tra lavoro e impegni di cura. Molte di queste cose la cooperazione sociale le fa e basta, senza essersi mai posto il problema di teorizzarle (ma forse è ora il caso di farlo);
  • il lavoro e l’impresa: nel momento in si riflette sul codice della partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa, su bilanci sociali e responsabilità sociale, si affrontano tematiche che provengono esplicitamente dal mondo cooperativo;
  • le risposte alla crisi e le esigenze di rilancio occupazionale vedono in alcune esperienze di impresa sociale come esempi eccellenti di buone prassi, che vanno studiate, rilanciate e diffuse (tra cui alcune già segnalate in questo blog);
  • una flessibilità che non significa mancato rispetto del lavoratore: il dibattito, per molti versi sconcertante, che ha portato agli accordi di Pomigliano e Mirafiori, impatta su temi (dedizione e coinvolgimento dei lavoratori, flessibilità, concertazione delle politiche di investimento) su cui la cooperazione ha saputo offrire risposte ben lontane da quelle che oggi stanno spaccando ulteriormente la nostra già disarticolata società;

Si potrebbe continuare, ma il senso è chiaro:

  1. vanno individuati i temi centrali del mondo del lavoro; va acquisita e diffusa all’interno del mondo cooperativo la coscienza tali questioni;
  2. va recuperata a livello culturale, attraverso le strutture di rete della cooperazione sociale, la consapevolezza del patrimonio di risposte che il nostro sistema ha in proposito;
  3. vanno, ancor prima che enunciate ricette teoriche, sperimentate sul territorio delle proposte e delle soluzioni, in cui la cooperazione è parte attiva di un dibattito e delle azioni che ne seguono;
  4. va rinnovata l’azione, culturale e politica, di diffusione delle buone prassi e di elaborazione teorica a partire da queste, per riposizionare la cooperazione al centro del dibattito.

Certo significa che chi si occupa di lavoro dovrà forse interloquire di meno con gli assessori ai servizi sociali e un po’ di più con assessori al lavoro, rappresentanze datoriali, sindacati, centri per l’impiego, ecc. Ma se si ha consapevolezza di avere cose interessanti da dire – ed è così – non si tratta di una missione impossibile.

Al centro delle politiche attive del lavoro (1/3)

Questo e i successivi due post sono dedicati ad un articolo di Gianfranco Marocchi e costituiscono un adattamento e aggiornamento del capitolo “Inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro” pubblicato nel 2006 nel Rapporto “Le questioni aperte” e poi in un articolo su impresa sociale.

Distinguiamo due questioni: il fatto che l’inserimento lavorativo sia encomiabile (certamente fuori discussione) ed encomiato (abbastanza fuori discussione) e il fatto che l’azione che le cooperative sociali svolgono si posizioni o meno al centro del dibattito sulle politiche attive del lavoro. Si può essere infatti oggetto di incondizionata ammirazione, ma al tempo stesso rischiare di essere confinati, dal punto di vista della definizione e delle sviluppo delle politiche, in una nicchia. Il rischio maggiore, in questi ultimi anni, è proprio questo.

Partiamo dal dire che a partire dalla metà degli anni ottanta e per un decennio, al contrario, la cooperazione sociale si guadagnò una posizione centrale e strategica nelle politiche (allora non così attive) del lavoro. In un panorama in cui esisteva il lavoro senza crescita e integrazione (il vecchio collocamento obbligatorio della 486/1968) e la crescita senza garanzia di lavoro (formazione professionale), la cooperazione sociale – che offriva insieme reddito, integrazione sociale, crescita personale – ebbe un effetto dirompente. Sviluppatasi a ritmi sostenuti  e (auto)riproducibile attraverso meccanismi di rete, innovativa, imprenditoriale – antitetica all’assistenzialismo – la cooperazione sociale è stata da subito in grado di agire con limitato esborso di risorse pubbliche e di creare cultura intorno alla propria esperienza. E soprattutto, appunto, si è dimostrata innovativa nello scenario degli interventi che a tempo si utilizzavano per supportare il reperimento del lavoro di chi non riusciva a trovare occupazione.

Chi ricorda quella fase ha ben presente come la cooperazione sociale di inserimento lavorativo venne “scoperta” dai media, che inziarono a dedicarle spazio, dagli enti locali, che inaugurarono significative politiche di convenzionamento ai sensi dell’articolo 5 e come guadagnò l’attenzione del legislatore. Un esempio per tutti: a metà degli anni novanta una delle maggiori questioni aperte nelle politiche del lavoro era l’inquadramento dei lavoratori socialmente utili (LSU). A ben vedere, la cooperazione sociale sarebbe potuta non c’entrare più di tanto; in fondo non si trattava di svantaggiati compresi nella 381/1991, di disabili o di tossicodipendenti. Eppure, la norma che mette mano alla questione (D.Lgs 468/1997) mette in mano la soluzione a due soggetti: “I progetti … possono essere promossi dalle amministrazioni pubbliche … dagli enti pubblici economici, dalle societa’ a totale o prevalente partecipazione pubblica e dalle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, e loro consorzi”. Notevole, vero? L’apprezzamento per il lavoro svolto dalla cooperazione sociale, i meriti guadagnati sul campo con gli svantaggiati e soprattutto la sua centralità nel dibattito sulle politiche attive del lavoro, erano tale che il legislatore la individò, accanto ai soggetti pubblici, come l’attore naturale delle azioni per intervenire su una delle maggiori questioni occupazionali di quel momento. Lo stesso legislatore, un anno dopo, nella definizione dei meccanismi di collocamento mirato dei disabili, oltre ad introdurre l’articolo 12 di cui già si è parlato nel blog, riserva un ruolo alla cooperazione sociale nel punto centrale della legge, nelle convenzioni di cui all’articolo 11 che costituiscono il principale strumento operativo dei servizi pubblici per l’impiego.

Non si trattava (solo) di capacità di lobbying dei responsabili del movimento cooperativo. Questa attenzione derivava da un effettivo posizionamento della cooperazione sociale al centro delle politiche del lavoro, accreditata dall’avere inventato, sperimentato, affermato e diffuso una soluzione prima inesistente, capace di mettere insieme occupazione e crescita, imprenditorialità e vantaggio pubblico.

Il seguito della storia domani…

La comunità al lavoro: la cooperazione sociale in campo dove gli ammortizzatori sociali non arrivano

Il blog riceve e segnala una iniziativa realizzata dalla cooperativa Vesti solidale di Cinisello Balsamo in partenariato con la Caritas di Garbagnate Milanese, anche a partire dallo stimolo generato dall’attivazione del Fondo famiglia e lavoro da parte della Chiesa milanese. Il contesto è quello della crisi economica, delle famiglie che rimangono prive di reddito, degli ammortizzatori sociali che non sempre riescono a coprire tutte le necessità di chi si ritrova privo di reddito:

La crisi economica purtroppo non si è esaurita e chi è stato espulso negli scorsi anno dal mondo del lavoro attraversa sul finire del 2010 il momento forse più difficile in quanto non si intravedo possibilità immediate di reinserimento lavorativo ed i periodi previsti dalla legge per la Cassa Integrazione e l’Indennità di disoccupazione stanno ormai esaurendosi. La perdita del posto di lavoro e l’esaurimento degli ammortizzatori sociali (o addirittura l’impossibilità di accedervi) fanno sì che il rischio di perdere la dignità insieme al lavoro diventi una realtà per molti cittadini.

A fronte di questa situazione il progetto “La comunità al lavoro” prevede la possibilità per i cittadini di impegnarsi a versare per 24 settimane un importo che varia dai 5 ai 50 euro, grazie a al quale alcune persone disoccupate, prive di qualsiasi ammortizzatore sociale e con figli minori a carico verranno assunte con regolare contratto di lavoro da parte della Cooperativa Vesti solidale per un periodo massimodi 6 mesi o per il periodo necessario ad accedere agli ammortizzatori sociali. La cooperativa stessa sostiene in parte con proprie risorse il costo del lavoratore. In sostanza, la comunità locale – le famiglie, la cooperativa, la chiesa –  si attiva per dare risposta ad un proprio problema di grande rilevanza. Ad oggi, due mesi dopo la partenza del progetto, sono state raccolte risorse pari a circa 50 mila euro, che testimoniano il capitale fiduciario della comunità e grazie a cui  4 persone già sono state assunte e altre 2 lo saranno entro fine gennaio.

Lavori socialmente utili e imprese socialmente utili

Finiamo la carrellata dei classici con questo articolo “Socialmente utile: dallo slogan all’azione di impresa“. Si tratta di un concetto che si ritrova spesso negli articoli di quegli anni. Da una parte i lavori socialmente utili erano invocati da diverse parti come risposta “avanzata” alla crisi occupazionale: richiedevano comunque che i beneficiari si impegnassero in attività lavorative (a suo modo, quindi un misura “attiva”) e comprendevano un beneficio per la comunità locale consistente nel lavoro svolto; d’altra parte si rimarcava come spesso questi cantieri si risolvessero in lavoro fittizio e improduttivo, un sussidio assistenziale mascherato da lavoro.

A questo proposito il redazionale di Impresa sociale curato da Stefano Lepri prima richiama una pubblicazione della Fondazione Agnelli, per poi formulare una propria proposta: “[in uno studio della Fondazione Agnelli si afferma che] l’alternativa è tra il sussidio senza lavorare, con tutti i problemi di emarginazione e di inutilità sociale, o un lavoro retribuito in parte con denaro pubblico. Da un punto di vista sociale ed economico, la seconda soluzione appare preferibile, anche se dovesse svolgersi in lavori di pubblica utilità e modestissimo valore aggiunto. Tuttavia va respinta la presa in carico diretta o indiretta (cantieri di lavoro) da parte delle Amministrazioni pubbliche, perché essendo queste, di fatto, prive di reali strumenti di controllo sull’attività lavorativa di queste persone (ivi compresa la possibilità di licenziare chi non lavora, lavora male o è assenteista) il tutto sarebbe destinato a risolversi in alto rischio di nuove sacche di parassitismo sociale. L’unica soluzione che può assicurare una qualche produttività è quella di far assumere queste persone, il cui salario è in gran parte pagato dalla mano pubblica, da imprese: ma che siano imprese (private o cooperative) vere, solide, finalizzate al business e capaci di governare la forza lavoro”. Pur senza negare la possibilità che anche le imprese tradizionali possano essere coinvolte in azioni di riassorbimento di forza lavoro marginale, l’esperienza di questi ultimi vent’anni (che ha visto il sostanziale fallimento delle diverse forme di “collocamento obbligatorio”) porta a credere che tali azioni possano essere meglio condotte da “imprese socialmente utili”, quali sono le cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Nell’articolo seguente Bruno Manghi scrive in proposito: “attraverso un’occupazione di emergenza si può rientrare nel mercato del lavoro. Ciò riguarda una parte dei disoccupati tendenzialmente di lungo periodo. Ma ciò implica che il lavoro d’emergenza sia “ben fatto”, che reinserisca culturalmente nel ciclo produttivo. Occorre insomma che sia organizzato, il che può avvenire solo se una forma d’impresa (sia essa una cooperativa, un’impresa artigiana o industriale) sostituisce il cantiere malamente affidato alla gestione burocratica. I lavori socialmente utili sono quindi quelli che si inseriscono in imprese socialmente utili, capaci comunque di confrontarsi con il mercato e non fornitrici privilegiate di un unico committente. Le imprese sociali si candidano  perfettamente a questo compito.” Insomma, lavori socialmente utile in imprese socialmente utili: “tutto converge verso uno spostamento di risorse a favore delle politiche attive del lavoro (tralascio qui la spinosa questione della formazione professionale).  Ma in tal caso il ruolo pubblico muta e diventa strategico saper misurare gli effetti dell’intervento e cambiare rapidamente le scelte. Anche per questo la dimensione locale risulta l’unica praticabile, e il ruolo del privato sociale diventa prezioso.”

1991, le cooperative sociali come risposta a bisogni che le politiche del lavoro non riescono a soddisfare

Uscito sul numero 1 di Impresa sociale – siamo nel marzo 1991, quindi ancora in periodo pre 381 – l’articolo di Carlo Borzaga “Politiche del lavoro e inserimento lavorativo dei soggetti deboli: l’esperienza italiana” è di grande interesse anche oggi. Ovviamente le politiche del lavoro hanno avuto da allora ad oggi innumerevoli sviluppi di cui l’articolo non può tenere conto, ma l’aspetto di attualità è costituito dal collocare le “iniziative promosse dalla società civile”, tra cui la cooperazione sociale entro l’evoluzione delle politiche attive del lavoro. La cooperazione sociale – allora, pre 381/1991, ancora vista come articolata in cooperative integrate e cooperative di solidarietà sociale – ed altre iniziative della società civile sono viste come una risposta ai limiti della legislazione sul collocamento obbligatorio e ai primi interventi realizzati su scala regionale. Fa un certo effetto leggere oggi questa descrizione della cooperazione sociale: “Ancora in crescita, l’esperienza delle cooperative  di solidarietà sociale sembra quella più idonea adun recupero di soggetti deboli con difficoltà occupazionali dovute prevalentemente a carenze di professionalità e a lunghe esperienze di disoccupazione o di emarginazione”.

Queste le conclusioni dell’articolo: “Alle incertezze e alle evidenti e gravi lacune delle politiche del lavoro nazionali, e in particolare di quelle a sostegno dei soggetti deboli, ha risposto l’iniziativa regionale e locale e la società civile. Anche in questo caso è risultata confermata l’idea che da alcuni anni va facendosi strada che le politiche del lavoro sono tanto più efficaci, quando sono gestite su scala locale, partendo dai bisogni reali e facendo leva sulle risorse esistenti nei diversi contesti territoriali. Tra queste risorse, le politiche per l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli dispongono oggi, accanto alle imprese tradizionali, delle “imprese sociali” rappresentate dalle cooperative integrate e di solidarietà sociale. Le risorse per favorire l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli sono quindi oggi maggiori di quelle degli anni ’60 e ’70 ed è necessario utilizzarle tutte secondo le loro specifiche finalità. Tra cooperative ed enti locali si sono già instaurate forme di collaborazione innovative e interessanti. Esse vanno potenziate, soprattutto favorendo, nelle cooperative la crescita della consapevolezza degli obiettivi e, negli enti pubblici, la convinzione che più che sugli incentivi, sempre modesti (vista le limitatezza delle risorse finanziarie) è utile far leva sull’affidamento di quote di domanda pubblica di beni e servizi.”

Eurostat e l’inattività delle italiane

In questi giorni Eurostat ha rilasciato i dati aggiornati sui tassi di attività, la quota di persone cioè che si pongono sul mercato del lavoro. Dati positivi, visto l’incipit: “nel 2009 il numero di persone inattive a raggiunto un nuovo minimo del 28.9% nell’Unione Europea, continuando il trend degli scorsi anni. Questo positivo sviluppo è largamente dovuto all’incrementata partecipazione delle donne al mercato del lavoro…”.

Vediamo sinteticamente alcuni degli elementi emersi:

  • i dati sull’Italia evidenziano un tasso di inattività superiore a quello degli altri grandi paesi europei e ciò è chiaramente legato ai minori tassi di attività femminili;
  • in generale in Europa “tra le donne tra i 25 e i 54 anni i tassi di inattività salgono per le donne che hanno figli sotto i sei anni: 31.3% di inattive contro il 19.4% di coloro che non ce l’hanno”, dinamica opposta a quella riscontrabile tra gli uomini;
  • ci sono circa 16 milioni di europei in qualche modo interessati al lavoro (non si sta parlando quindi, ad esempio, di studenti interessati solo a studiare) che per diversi motivi non lo cercano o non ritengono di poter lavorare, fenomeno che comprende aspetti diversi, dalla sfiducia rispetto alle proprie possibilità alla constatazione di proprie situazioni familiari che non consentono di lavorare.

La cooperazione sociale è pienamente inserita nei tentativi di risposta a questa situazione; per l’alta componente di lavoro femminile, legata certo alla tradizione del lavoro di cura, ma anche, come diverse ricerche hanno dimostrato, alla capacità di mettere in atto strategie di flessibilità organizzativa non comuni in altre imprese; per la partecipazione a progetti che combinano servizi per l’impiego e supporti per alleviare i compiti di cura familiare, ad esempio con voucher per l’acquisto di prestazioni; per una sensibilità dimostrata dalle cooperative di inserimento lavorativo ad inserire donne con carichi familiari in quella quota di svantaggio non riconosciuto che è stata più volte riscontrata. Sicuramente una esperienza da valorizzare adeguatamente nel libro bianco.