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Un’interrogazione parlamentare sul diritto al lavoro dei disabili

E’ stata presentata il 17 maggio dall’On.Codurelli (PD) una interrogazione parlamentare concernente il diritto al lavoro dei disabili e la normativa italiana in materia. Il nostro Paese è stato deferito alla Corte di giustizia Europea per la mancanza una norma che obblighi i datori di lavoro a prevedere soluzioni ragionevoli per le persone con disabilità, affinché possano avere pari opportunità nell’accesso al lavoro; nonostante la direttiva 2000/78 sia stata recepita con il decreto legislativo 216 del 2003, tale provvedimento non è stato ritenuto adeguato e sufficiente. Infatti, si legge in una nota ufficiale prodotta dalla Commissione europea, a tutt’oggi «l’ordinamento italiano non contiene una norma generale che imponga al datore di lavoro di prevedere soluzioni ragionevoli per i portatori di qualunque tipo di disabilità e per tutti gli aspetti dell’occupazione».

L’interrogazione evidenzia, in particolare, le violazioni alla legge n. 68 del 1999. Solo a Milano e provincia, nel 2010 sono state 400 le imprese che anziché assumere un disabile, in base alla normativa specifica, hanno preferito pagare le multe loro comminate. Nel territorio più industrializzato d’Italia, spetterebbero di diritto ai disabili 18.750 posti di lavoro, quelli che di fatto sono stati assegnati sono solo 6.103. Si stima inoltre che siano finiti solo nelle casse della regione Lombardia 40 milioni di euro, 10 in più rispetto al passato. E tale situazione riguarda anche gli enti pubblici e non solo le aziende private. Risulta ad esempio infatti che la provincia di Cuneo non stia adempiendo alla legge n. 68 del 1999, concernente le norme per il diritto al lavoro dei disabili: mancano infatti 16 persone in base alla legge n. 68 e 2 per le categorie protette.

Le aziende con più di 16 dipendenti hanno l’obbligo di assumere personale disabile, ma molte si fermano alla prima assunzione e poi ricorrono all’esonero, pagando la sanzione giornaliera (51 euro) per ogni posto lasciato libero, come prescritto dalla legge n. 68. Inoltre, oltre a non assumere, appena si può si licenzia il personale disabile. Rispetto a ciò, ricorda l’interrogazione, la Confindustria si giustifica sostenendo che, per quanto sia vero che bisognerebbe garantire loro posti di lavoro, occorre considerare che spesso si generano problematiche di sicurezza legate al fatto che dimenticano di dotarsi delle adeguate protezioni.

L’interrogazione chiede quindi se le istituzioni siano a conoscenza della grave situazione esposta e a fronte di tali violazioni della legge n. 68 del 1999 come intendano intervenire al fine di garantire alle persone con disabilità il diritto al lavoro così come previsto dalla legislazione vigente, dalla convenzione per i diritti dei disabili e dalle direttive europee.

Guerini: cooperazione sociale, giustizia sociale, concorrenza e servizi pubblici locali

Da qualche mese Federsolidarietà è impegnata in un percorso di promozione e  approfondimento sul ruolo delle cooperative per l’inserimento lavorativo ed in questo contesto si colloca anche il seminario che si è tenuto in Veneto a Soave il 7 aprile. E’ stata la seconda tappa del programma formativo di Federsolidarietà Confcooperative nel 2011, che si è incentrata sulla partecipazione dei consorzi di cooperative sociali agli appalti pubblici,  sulla nuova disciplina delle reti di impresa, sulla conoscenza delle società miste tra enti pubblici e imprese e cooperative, sulle modalità con cui garantire la cessione di quote di società pubbliche ai privati. Pubblichiamo una sintesi dell’inervento del presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini.

… Con i diversi seminari di presentazione del “Libro verde sulle cooperative sociali di inserimento lavorativo”, ci proponiamo in prima istanza di ribadire la priorità che il sistema della cooperazione di Confcooperative vuole riservare al lavoro e all’occupazione come strategia per lo sviluppo e per la crescita che non si realizza pienamente se non si accompagna anche con l’inclusione sociale e la solidarietà. Occorre che lo ricordiamo sempre ai nostri interlocutori e a noi stessi. Anche quando, come oggi, ci si concentra sugli aspetti giuridici e tecnici, su strumenti e forme istituzionali, noi ci stiamo occupando di realizzare una missione sociale che si chiama emancipazione delle persone attraverso un lavoro dignitoso. Questo è il valore che ci spinge a chiedere le attenzioni specifiche che prendono la forma legislativa o amministrativa di una convenzione o di una “Clausola Sociale”. Per questo, a fianco dell’attività di ricerca e studio, dobbiamo tenere alta la soglia dell’attenzione “politica e motivazionale”. Quello che noi ci proponiamo è di elevare allo stesso piano di priorità il principio di “equità e giustizia sociale”  con quello della ”concorrenza”, che purtroppo in questi anni di celebrazione di un pensiero unico del mercato imperante sono stati disassati! … Dobbiamo convincere i decisori politici che le convenzioni e le clausole sociali non servono ad aprire spazi di mercato alle cooperative sociali, perché altrimenti non si spiegherebbe come gran parte della nostra crescita si realizzi in verità fuori dalle convenzioni, nel mercato: le clausole sociali e le convenzioni servono a ripristinare un equilibrio precompetitivo che riguarda l’assegnazione di una pari dignità tra principio di cittadinanza delle persone e principio di concorrenza tra le imprese.

Intanto, nel contesto politico più generale ci sono due questioni rilevanti che si sono affacciate e di cui occorre tenere conto. La prima è che due mesi fa la Commissione Europeaha lanciato una consultazione attraverso un Libro Verde sulla modernizzazione della politica dell’Unione europea in materia di appalti pubblici finalizzata ad acquisire elementi di informazione e di valutazione in vista della revisione della disciplina europea degli appalti pubblici, e quindi delle direttive n. 17 (settori speciali) e n. 18 del 2004 (settori ordinari). A livello comunitario si è quindi aperto il confronto che auspicavamo sulle diverse problematiche (di carattere giuridico, di efficienza amministrativa, economica e di regolazione del mercato, di valorizzazione delle clausole sociali) che riguardano la materia degli appalti, attraverso una puntuale ricognizione dei problemi emersi con riferimento all’attuazione della normativa europea vigente e alla possibilità di apportare ad essa le correzioni e le integrazioni che risulteranno necessarie ed opportune. Basti a tale proposito citare la ben nota vicenda degli appalti riservati. Federsolidarietà ha contribuito in maniera sostanziale alla costruzione della posizione che Confcooperative proprio oggi, giornata che segna il termine di questa fase di consultazione, sta inviando alla Commissione. In particolare, in relazione ai temi del seminario di oggi, abbiamo messo in evidenza le problematiche, le opportunità e le potenzialità non ancora sfruttate in relazione alla possibilità di prevedere clausole sociali mirate all’inserimento lavorativo delle fasce deboli del mercato del lavoro, alla necessità di alzare le soglie comunitarie, all’importanza di contrastare il dumping sul costo del lavoro e di valorizzare i principi della solidarietà e della sussidiarietà anche in tema di appalti. E, naturalmente, si è messa in evidenza anche la questione relativa ai laboratori protetti e ai programmi di lavoro protetti, in relazione all’esperienza italiana delle cooperative sociali di tipo b). L’orizzonte temporale delle modifiche non è immediato, ma crediamo importante che si sia aperto un dibattito e che questo sia incentrato sulle criticità che anche il sistema della cooperazione sociale in questi anni ha evidenziato. È importante che in questo dibattito europeo la nostra posizione sia affermata e difesa.  L’auspicio è che gli strumenti della sussidiarietà, di cui gli atti del seminario propongono un’ampia analisi, siano adoperati in misura maggiore, a partire dalle opportune modifiche legislative a livello europeo e a livello nazionale.

Un secondo aspetto che riteniamo importante evidenziare oggi riguarda una questione apparentemente lontana: i referendum abrogativi popolari che si terranno il prossimo 12 e  13 giugno. Uno dei tre referendum, riguarda proprio la riforma della nuova disciplina dell’art. 23 bis del decreto-legge 112/2008 sugli affidamenti dei servizi pubblici locali. Il quesito referendario, che nella traduzione semplicistica dei notiziari è stato focalizzato sulla questione dell’acqua, propone l’abrogazione di tutta la normativa sugli affidamenti dei servizi pubblici locali, sulle cui criticità e opportunità saranno in parte concentrati i lavori di oggi. Il referendum impone ai cittadine scelte nette: si o no. Da una parte l’abrogazione di questa norma elimina all’origine le criticità determinate dalle dibattute sentenze che appunto escludevano i servizi pubblici locali dall’ambito di applicazione delle convenzioni ex art. 5 della legge 381 del 1991. Dall’altra, ovviamente, interrompe il processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e, quindi, la possibilità di dare maggiore mobilità e spazi di inserimento in alcuni settori in cui operano le cooperative. Senza ovviamente inoltrarci sul terreno delle scelte e dei posizionamenti di voto che, ovviamente, lasciamo che si svolga nelle sedi opportune, si presenta però un occasione per sviluppare un ragionamento più articolato sul tema dei beni comuni o dei servizi pubblici, che attribuisce ulteriore efficacia e attualità agli interventi di questa giornata. Noi crediamo che i beni comuni, l’acqua, le infrastrutture, le reti di distribuzione, i servizi sociali del territorio devono trovare un equilibrio nelle modalità di gestione che non possono trovare una sintesi in slogan quali “pubblico è bello” oppure “privatizzazioni e libera concorrenza”. Lo sanno bene i cooperatori sociali che in questi anni hanno sviluppato modelli integrati di gestione dei beni comuni, buone prassi di sussidiarietà, in sintesi quello che è previsto dall’art. 1 della legge 381: una modalità privata, non profit e multistakeholder, di perseguire l’interesse generale della comunità.  Saremmo certamente preda di un delirio di onnipotenza o quanto meno di un inopportuno velleitarismo, se volessimo candidare la cooperazione sociale alla gestione di tutti i servizi pubblici, in particolare quelli più complessi, dalla cura dell’ambiente, alla manutenzione della rete idrica e delle infrastrutture. Tuttavia, forse, potremmo proporre un modello che, a partire dalla funzione pubblica riconosciuta a organizzazioni private impressa nella legge istitutiva della cooperazione sociale, che quest’anno celebra il ventennale, candidi imprese sociali, private per organizzazione e pubbliche per funzione, alla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Una riproposizione del modello della forma cooperativa in se potrebbe esser un validissimo strumento per sottrarre dalla polarizzazione tutto privato-tutto pubblico la riflessione sui beni pubblici. In fondo, come  abbiamo visto troppe volte, una azienda totalmente pubblica (pensiamo alle ASL o alle AO inLombardia) che ha a capo un manager che di pubblico a solo la nomina poi governa in forma del tutto monocratica, né più né meno che se fosse appunto il manager di un impresa ordinaria.

Fish: a rischio migliaia di posti di lavoro per disabili

Da alcuni giorni Fish ha diffuso il seguente comunicato.

“Si profilano sempre più drammatiche le opportunità di lavoro per le persone con disabilità. Con un fumoso articolo, la Legge 126/10 ha disposto che le aziende con più di 50 dipendenti siano prioritariamente obbligate all’assunzione di orfani e di superstiti delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. Tale priorità, che colma gli obblighi di assunzione, andrà a scapito della riserva prevista dalla Legge 68/1999 a favore delle persone con disabilità. Una sperequazione che è apparsa ai più tanto incredibile da richiedere una immediata interpretazione autentica che salvaguardasse i diritti di tutte le fasce disagiate. Ma le risposte alla specifica interrogazione parlamentare (On. Schirru e altri, n. 5-03384, Seduta n. 367) sono state ambigue e dilatorie. E gli impegni di soluzione non sono stati mantenuti. Nel frattempo, a causa di questi ritardi, sono ogni ora più a rischio migliaia di posti di lavoro. Sono imminenti i bandi di assunzione nella Pubblica Amministrazione (si calcola saranno circa 10.000 posti), ma alle quote di riserva le persone con disabilità saranno ammesse solo dopo gli orfani e i superstiti delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, il cui numero è ben superiore alle persone con disabilità candidate a lavorare.”

La soluzione prospettata da Fish è rappresentata da una Proposta di Legge – la n° 3720 per la quale la Fish ha proposto un percorso accelerato, organizzando tra l’altro un sit-in di protesta a Roma il 18 gennaio scorso. Le criticità ad oggi permangono senza che emergano spiragli per  soluzioni immediate.

Svantaggiati e soci, riscopriamo la 381/1991

Ecco oggi un altro intervento di Flaviano Zandonai, ricercatore, segretario di Iris network, blogger su Vita con Fenomeni, da sempre attivo nei dintorni della cooperazione sociale

Siamo entrati nell’anno del ventennale della 381. Credo che questo libro verde, e il dibattito che si è animato intorno ad esso, possa essere un bel modo di festeggiare il compleanno della legge sulla cooperazione senza indulgere troppo nella nostalgia per i bei tempi andati. Si può riguardare al testo della legge non solo per chiedere emendamenti e modifiche, ma anche per riscoprire gli elementi fondanti e soprattutto le sfide che sono alla base delle pratiche d’impresa sociale finalizzate all’inclusione attraverso il lavoro. Del resto è una legge che ha fatto scuola, non solo in Italia, dimostrando che si può istituzionalizzare un’innovazione sociale senza ingessarla, anzi dando un’ulteriore spinta allo sviluppo. Gli stimoli dunque non mancano. Alcuni sono arcinoti: basti pensare allo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità per quanto riguarda la promozione umana e l’integrazione sociale dei cittadini. Ma c’è un’altra previsione che spesso rimane in secondo piano, ma che, a mio avviso, è altrettanto rilevante in termini di dichiarazione di identità e di missione. E si tratta di un riferimento proprio alle cooperative di tipo B. Articolo 4 comma 2: “Le persone svantaggiate (…), compatibilmente con il loro stato soggettivo, devono essere socie della cooperativa”. E’ un passaggio molto diretto, che supera la distinzione tra “produttore” e “fruitore”, introducendo la figura del prosumer: chi consuma il servizio contribuisce, almeno in parte, alla sua produzione partecipando alla gestione dell’impresa. Rimane da capire fino a che punto questa previsione sia affettivamente attuabile. E quale effetto abbiano avuto le progettualità, come Jeremie in Lombardia, che hanno incentivato l’assunzione dello status di socio anche da parte dei lavoratori svantaggiati. Certamente ci sono difficoltà applicative legate allo stato soggettivo di queste persone e alle caratteristiche dei percorsi di inserimento (durata, modalità di gestione, esito, ecc.). E’ altrettanto vero però che si tratta di un’opportunità per marcare il carattere distintivo di questa esperienza, dotando i suoi operatori sociali di uno strumento in più. Perché in una cooperativa di tipo B l’inclusione si realizza attraverso il lavoro, ma anche attraverso un esercizio consapevole dei diritti (e dei doveri) di proprietà.

20 gennaio 2010, Roma: cooperazione sociale e servizi pubblici locali

Si tiene domani 20 gennaio 2011 il seminario “Pubblici poteri e cooperazione sociale. Servizi pubblici locali e governance delle politiche” organizzato da Federsolidarietà al Palazzo della Cooperazione di Roma: un momento di analisi delle riforme dei servizi pubblici locali che vedranno la luce proprio nel 2011 e di confronto sugli scenari che si aprono per le cooperative sociali di inserimento lavorativo. Il titolo evoca un confronto tra alcuni principi: la sussidiarietà, la solidarietà e la concorrenza. Valori che recentemente (troppo spesso) la dottrina e la giurisprudenza vedono come contrapposti. Come declinare coerentemente il principio di concorrenza con l’azione della cooperazione sociale? E’ possibile una reale attuazione del principio di sussidiarietà, che valorizzi il ruolo delle cooperative sociali nei servizi di interesse generale quali organizzazioni che “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” loro assegnato dall’art. 118 della Costituzione? I lavori saranno aperti dal presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini, a cui seguiranno le relazioni tecniche sugli affidamenti di servizi alle cooperative sociali di tipo b), sulla riforma dei servizi pubblici locali, sulle clausole sociali. Accanto a questi interventi saranno presentate le buone prassi territoriali e del nostro sistema consortile.

1991, le cooperative sociali come risposta a bisogni che le politiche del lavoro non riescono a soddisfare

Uscito sul numero 1 di Impresa sociale – siamo nel marzo 1991, quindi ancora in periodo pre 381 – l’articolo di Carlo Borzaga “Politiche del lavoro e inserimento lavorativo dei soggetti deboli: l’esperienza italiana” è di grande interesse anche oggi. Ovviamente le politiche del lavoro hanno avuto da allora ad oggi innumerevoli sviluppi di cui l’articolo non può tenere conto, ma l’aspetto di attualità è costituito dal collocare le “iniziative promosse dalla società civile”, tra cui la cooperazione sociale entro l’evoluzione delle politiche attive del lavoro. La cooperazione sociale – allora, pre 381/1991, ancora vista come articolata in cooperative integrate e cooperative di solidarietà sociale – ed altre iniziative della società civile sono viste come una risposta ai limiti della legislazione sul collocamento obbligatorio e ai primi interventi realizzati su scala regionale. Fa un certo effetto leggere oggi questa descrizione della cooperazione sociale: “Ancora in crescita, l’esperienza delle cooperative  di solidarietà sociale sembra quella più idonea adun recupero di soggetti deboli con difficoltà occupazionali dovute prevalentemente a carenze di professionalità e a lunghe esperienze di disoccupazione o di emarginazione”.

Queste le conclusioni dell’articolo: “Alle incertezze e alle evidenti e gravi lacune delle politiche del lavoro nazionali, e in particolare di quelle a sostegno dei soggetti deboli, ha risposto l’iniziativa regionale e locale e la società civile. Anche in questo caso è risultata confermata l’idea che da alcuni anni va facendosi strada che le politiche del lavoro sono tanto più efficaci, quando sono gestite su scala locale, partendo dai bisogni reali e facendo leva sulle risorse esistenti nei diversi contesti territoriali. Tra queste risorse, le politiche per l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli dispongono oggi, accanto alle imprese tradizionali, delle “imprese sociali” rappresentate dalle cooperative integrate e di solidarietà sociale. Le risorse per favorire l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli sono quindi oggi maggiori di quelle degli anni ’60 e ’70 ed è necessario utilizzarle tutte secondo le loro specifiche finalità. Tra cooperative ed enti locali si sono già instaurate forme di collaborazione innovative e interessanti. Esse vanno potenziate, soprattutto favorendo, nelle cooperative la crescita della consapevolezza degli obiettivi e, negli enti pubblici, la convinzione che più che sugli incentivi, sempre modesti (vista le limitatezza delle risorse finanziarie) è utile far leva sull’affidamento di quote di domanda pubblica di beni e servizi.”

Ancora su art. 12, 12 bis e art.14: un’opinione

Premessa: nel blog sono ospitati contributi, come questo, che non rappresentano la posizione di Federsolidarietà Confcooperative, ma che si ritengono utili per alimentare e sviluppare la discussione. Si pubblica qui la seconda parte di un intervento di Gianfranco Marocchi, che a partire da un precedente post (“recinti e pecore”) sviluppa il tema degli inserimenti attraverso gli articoli 12 e 12bis della legge 68/1999 e dell’art. 14 del D.Lgs 276/2003

A pagina 106 della relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999 si trova il numero di persone con disabilità avviate al lavoro tramite convenzione art. 12 (quello vecchio, sono dati 2007 e quindi anteriori al 12 bis che risale a dicembre di quell’anno) e articolo 14. Poniamo pure che il 12 bis abbia avuto un successo (?) paragonabile all’articolo 14. Dopo circa un decennio dalla loro introduzione, queste normative nella migliore delle ipotesi hanno riguardato forse l’1% delle persone svantaggiate inserite in  cooperativa sociale. Scontiamo le percentuali sui disabili in cerca di occupazione – quindi l’impatto effettivo degli strumenti in questione rispetto all’entità del problema su cui si propongono di intervenire – perchè il numero di zeri da mettere dopo la virgola diventa imbarazzante.

Certo va tributato ogni rispetto a chi, con lodevoli sforzi concertativi (probabilmente non senza un notevole mal di fegato nel convincere gli interlocutori di non essere in nessun senso malintenzionato), è riuscito a costruire le condizioni per creare qualche decina di opportunità occupazionali per persone con disabilità attraverso queste convenzioni. Anche un solo posto di lavoro è cosa massimamente degna. Ma così non va. O c’è un cambio di marcia o è meglio lasciar stare.

Già si è argomentato che recinti, deresponsabilizzazione delle imprese, cooperative sociali che assorbono tutta l’esclusione lavorativa, ecc. sono favole diffuse per ignoranza dei numeri o per interesse. I complessi e inevitabilmente macchinosi sistemi di “precauzioni” che caratterizzano questi strumenti riparano da rischi inesistenti. A questo punto delle due l’una: se si valuta – cooperative, sindacati, politica, associazioni di disabili – questo genere di strumenti potenzialmente interessanti, deregoliamoli per 5 anni. Completamente. No limiti di quote di copertura, no limiti su grado di disabilità, no limiti temporali, ecc. Dopo 5 anni, numeri alla mano, si potranno valutare i pro e i contro ed eventualmente apportare correttivi laddove dovessero insorgere distorsioni. Se invece i nostri interlocutori non sono convinti, se sindacati e diretti interessati – le associazioni di disabili – vedono in tutto ciò rischi persistenti, lasciamo stare. Serenamente. Se siamo noi gli unici a crederci, non ne vale la pena. Quasi che la cooperazione avesse, per caparbietà ideologica, un qualche interesse nel forzare l’introduzione di uno strumento che – non sappiamo se per limiti intrinseci o per la diffidenza da cui è circondato – non convince i nostri stakeholder e presenta i dati numerici sopra richiamati. Non spendiamo più lì energie (già ne abbiamo dedicate abbastanza rispetto ai risultati sopra esposti, non è probabilmente la battaglia prioritaria su cui giocare il nostro credito presso le istituzioni) e dedichiamoci a sviluppare le azioni grazie a cui inseriamo il 99% delle persone svantaggiate che lavorano presso le nostre cooperative.

Articolo 12, 12 bis, articolo 14: parliamone

E’ da una quindicina d’anni che si parla, nel nostro Paese, dello “scambio” tra ridimensionamento (eventualmente temporaneo) dell’obbligo di assunzione di persone con disabilità da parte delle aziende e la destinazione di commesse a cooperative sociali che grazie a ciò possono creare possibilità lavorative aggiuntive.

Il tema è sempre stato molto dibattuto: ha suscitato spesso reazioni contrarie dei sindacati e di taluni soggetti di rappresentanza delle persone con disabilità, timorosi che ciò possa determinare una deresponsabilizzazione delle imprese e una minaccia alla certezza del diritto al lavoro. Di fatto, ciò si è tradotto, in sede legislativa, nell’introduzione di un una serie di cautele (solo per una quota dell’obbligo – solo per un tempo definito – solo per categorie la cui occupabilità è particolarmente difficile – solo a seguito di procedure concertative e regolative complesse – solo se dopo l’impresa poi assume la persona in questione, ecc.) cui senz’altro possono essere riconosciuti intenti meritevoli, ma che di fatto rischiano di introdurre un percorso ad ostacoli che deprime l’effettiva fruibilità di tali strumenti.

E la cooperazione sociale? Se in una certa fase ha guardato con interesse a tali strumenti – una possibile alternativa, sul versante dei rapporti imprenditoriali, alle sempre maggiori fatiche incontrate sul fronte delle clausole sociali con gli enti locali – è da capire in che misura sia oggi effettivamente interessata a tali strumenti. Certo vi sono elementi attrattivi, il rapporto con le imprese, appunto, la possibilità di specializzare la cooperazione sul rafforzamento delle capacità lavorative già prevedendo un successivo percorso di transizione… Ma d’altra parte, in quanti casi questo modello si è effettivamente realizzato? Forse bisognerebbe partire da qui, dal verificare i casi in cui questi strumenti sono stati utilizzati e con quali risultati. In sostanza: chi li ha effettivamente e concretamente messi in atto, cosa ne dice? servono? A che condizioni? E’ invece meglio lasciar perdere? Anche in questo caso, il dibattito è aperto.

10 dicembre, a Roma: “Pubblici poteri e cooperazione sociale. Servizi pubblici locali e governance delle politiche”

Non sono stati, per dirla tutta, mesi facili questi ultimi. Qualche esempio? Le osservazioni delle Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici circa i casi in cui l’utilizzo di convenzioni ai sensi dell’articolo 5 può essere censurabile (vedi circolare FedersolidarietàIntervista al presidente Guerini); il persistere di confusione in materia contrattuale in taluni settori praticati da molte cooperative di inserimento lavorativo; e la necessità di porre sotto attenzione lo sviluppo della giurisprudenza sull’applicazione della 381/1991 ad affidamenti nel campo dei servizi pubblici locali.

Proprio partendo da questo ultimo aspetto si è ritenuto il caso di fare il punto della situazione, sia relativamente agli aspetti tecnici che a quelli politici. Sugli aspetti tecnici, certamente, perché quando la discussione riguarda legislazione e giurisprudenza non si può prescindere da una analisi tecnica delle fonti normative, per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti. Sugli aspetti politici, perché se i nostri interlocutori perdono il senso ultimo degli strumenti normativi che hanno accompagnato lo sviluppo dell’inserimento lavorativo, è più facile che emergano interpretazioni limitative; magari giuridicamente poco fondate, ma insidiose perché vengono collocate in quadro concettuale scorretto.

Detto in modo esplicito: se si dimentica che la cooperazione di inserimento lavorativo è uno strumento straordinario (già tanto si è detto in questo blog in proposito) per assicurare il diritto al lavoro e all’integrazione sociale a persone che altirmenti ne rimangono sono escluse, le previsioni normative che facilitano questo straordinario risultato sociale rischiano di essere percepite come innaturali privilegi ottenuti da una sorta di “lobby della cooperazione” a tutela del proprio posizionamento di mercato. Se i nostri interlocutori perdono il senso del lavoro che svolgiamo, le cooperative B si trasformano da partner prezioso nel perseguire un interesse pubblico a gruppo di pressione da accontentare compatibilmente con le pretese di altri gruppi e con le dottrine in materia di libertà di impresa.

Certo, la riaffermazione politica non assorbe il dato tecnico, che va comunque approfondito: semplicemente i due aspetti devono andare insieme. Ci proviamo, come Federsolidarietà, con il seminario

Pubblici poteri e cooperazione sociale. Servizi pubblici locali e governance delle politiche
10 dicembre 2010
Roma, Palazzo della Cooperazione, via Torino 146

Qui il programma dei lavori e la nota sul sito di Federsolidarietà.