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2011 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 16.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 6 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Arrivederci al Libro bianco

Dopo circa 9 mesi di attività, si sospende la fase di pubblicazione dei contenuti sul blog, che comunque rimane aperto per eventuali commenti. Nel corso dell’estate la mole di osservazioni e proposte, veramente molte, che hanno riempito questi mesi di consultazione online sarà alla base della redazione della bozza di Libro bianco, che sarà discussa in settembre dagli organi di federazione, con l’obiettivo di giungere alla sua presentazione in occasione del decennale della 381/1991, il 15-16 novembre prossimo.

Grazie agli oltre 100 articolisti e commentatori, ai 12 mila visitatori, e ai quasi duemila cooperatori che in questi mesi hanno preso parte ai seminari territoriali di discussione del libro verde. Un esperimento riuscito di partecipazione dei cooperatori ad un momento importante di rilancio culturale dei temi dell’inserimento lavorativo. Arrivederci su questo spazio e sul sito istituzionale di Federsolidarietà tra qualche settimana con il Libro bianco.

40% in giro per l’Italia

Già si è parlato in questo blog di 40%, il film prodotto dalla Cooperativa Arcobaleno di Torino che racconta storie quotidiane di inserimento lavorativo.

In questi giorni 40% è in giro per l’Italia

  • 25 maggio a Fossano, ore 21.00 – Cinema i Portici – Via Roma 74
  • 27-28-29 maggio a Genova, ore 20.30 – Cinema Eden – Via Pavia 4, Genova Pegli
  • 31 maggio 1e 2 giugno a Ciampino (Roma) ore 20.30 – Cinema Il Piccolissimo – Via L. Ariosto, 2 Ciampino
  • 8 giugno a Rimini ore 20.30 – Cinema Tiberio – Chiostro Chiesa San Giuliano Martire, Via San Giuliano16.

Il film si avvale a parte alcune eccezioni come Luciana Littizzetto, di attori esordienti e degli stessi lavoratori della cooperativa. Si tratta di una commedia neo realista dai risvolti ironicamente noir, che ha ottenuto dalla Commisione di Revisione Cinematografica presso la Direzione Cinema del Ministero dei Beni e Attività Cuturali il riconoscimento della qualifica di “film per ragazzi” per i suoi messaggi positivi ed educativi. Un ottimo strumento per valorizzare il lavoro di chi, come le cooperative sociali, si preoccupa di produrre beni comuni.

Visitate il sito per seguire le date di programmazione in sala.

 

La cooperazione sociale non sta più a guardare

Vita ha oggi pubblicato un’intervista al Presidente di Federsolidarietà Beppe Guerini significativamente intitolata “Servizi pubblici e società in house. La cooperazione sociale non sta più a guardare: «Pronti a scendere in campo»“.

Nell’articolo Guerini spiega il punto di vista della Federazione: “Vogliamo convincere i decisori che le convenzioni e le clausole sociali non servono ad aprire spazi di mercato, ma a ripristinare un equilibrio: la pari dignità tra principio di cittadinanza delle persone e principio di concorrenza tra le imprese. Le cooperative vivono nel mercato e di mercato, hanno bisogno della competitività, ma la concorrenza deve essere giocata fra eguali. Enfatizzare solo il principio di concorrenza a scapito dell’inclusione sociale significa decidere che la cittadinanza e l’eguaglianza sono principi sacrificabili. La Commissione Europea ha lanciato una consultazione sulla modernizzazione della politica dell’Ue in materia di appalti pubblici in vista della revisione della disciplina inerente. Abbiamo messo in evidenza problematiche e opportunità: le clausole sociali mirate all’inserimento lavorativo delle fasce deboli, la necessità di alzare le soglie comunitarie, l’importanza di contrastare il dumping sul costo del lavoro e di valorizzare solidarietà e sussidiarietà negli appalti.”

A questo proposito nella stessa pagina compare anche un intervento di Aldo Coppetti, che affronta un delicato quale la collocazione delle clausole sociali nei procedimenti di gara: esse possono non rimanere confinate nelle condizioni di esecuzione, ma “possono essere inserite anche in fase di selezione dell’offerta economicamente più vantaggiosa, a condizione che tali criteri non abbiano un’incidenza discriminatoria tra gli operatori economici, siano collegati all’oggetto dell’affidamento e sia garantita un’adeguata trasparenza, mettendo i concorrenti in condizione di conoscere preventivamente i criteri sociali e/o ambientali fin dalla pubblicazione del bando.”

Il secondo tema proposto da Guerini è legato a uno dei referendum del giugno prossimo e riguarda la riforma dell’art. 23 bis del decreto-legge 112/2008 sugli affidamenti dei servizi pubblici locali. Si parla dell’acqua, osserva Guerini, ma in realtà si propone l’abrogazione della normativa sugli affidamenti dei servizi pubblici locali e questo potrebbe modificare il processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e, quindi, la possibilità di dare maggiore mobilità e spazi di inserimento in alcuni settori in cui operano le cooperative.” Quindi le proposte: affinché acqua, infrastrutture, reti di distribuzione e servizi sociali siano inquadrate entro modalità di gestione equilibrate, diverse da slogan quali “pubblico è bello” oppure “privatizzazioni e libera concorrenza”: “Vorremmo candidare le imprese sociali come formula di partecipazione democratica in grado di garantire la funzione pubblica nella gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali”, afferma ancora il presidente Guerini.

Bilanci sociali per documentare il prodotto sociale delle cooperative B

Sul settimanale Vita sono state pubblicate la scorsa settimana queste due interviste al Presidente di Federsolidarietà Giuseppe Guerinie a Claudia Fiaschi, presidente del Consorzio CGM-Welfare Italia sul bilancio sociale.

“Redigere il bilancio sociale – afferma Guerini – oltre che una forma di completamento della responsabilità che le cooperative sociali si assumono per “onorare” il principio della mutualità allargata, è anche un vantaggio precompetitivo: le nostre cooperative sociali sono imprese di comunità che devono non solo dialogare con una serie di attori del territorio (utenti, altre organizzazioni non profit, amministrazioni pubbliche) ma, per essere autenticamente multistakeholder, devono anche coinvolgerli”.

“L’obiettivo di fondo – evidenzia Claudia Fiaschi a proposito della redazione del bilancio sociale della rete di CGM  -era quello di rendere evidente il valore aggregato di questa forma specifica che è la cooperativa che però non lavora da sola e si costituisce in rete». Siamo dalle parti dell’intangibile, insomma. Intangibile però essenziale”.

Guerini nell’articolo ricorda che “Federsolidarietà, fra l’altro, negli ultimi tempi ha ulteriormente sviluppato la piattaforma online per a redazione gratuita, per le proprie aderenti, del bilancio sociale. Si tratta di uno strumento innovativo ce stiamo ulteriormente affinando sulla base dei primi due anni di lavoro”. In particolare, quest’anno nella piattaforma on line è stato ulteriormente sviluppato il set di parametri relative alle funzioni di inserimento lavorativo che rendono la piattaforma aggiornata alle esigenze di rendicontazione sociale delle cooperative sociali di tipo B. Si accede alla Piattaforma dal sito di Federsolidarietà oppure seguendo questo link.

Perché l’AVCP sbaglia

Si pubblica di seguito un contributo pervenuto al blog da Gianfranco Marocchi sulla questione AVCP, che segue il precedente post con l’articolo del presidente di Federsolidarietà Guerini.

Aveva iniziato nel luglio scorso, l’AVCP, a diffondere sugli organi di stampa dichiarazioni allarmanti: svariati miliardi di commesse affidate attraverso un’appliacazione illegittima dell’articolo 5 della legge 381/1991, che secondo l’Autorità era tra l’altro comunemente utilizzata a sproposito per affidare servizi socio assistenziali. Forse non si può proprio pretendere che nel nostro Paese che alti funzionari pubblici parlino con una qualche cognizione di causa, certo che quel numero sembrava un tantino esagerato, ad esempio perché più alto del fatturato complessivo dell’intera cooperazione B in Italia. L’uscita, per quanto estemporanea, ha avuto l’effetto di gettare nel panico decine di amministratori locali propensi all’utilizzo delle convenzioni, che invece che essere considerati paladini di una concezione avanzata dell’amministrazione, si sono visti porre sul banco degli imputati, come furbetti in cerca di scorciatorie per aggirare il mercato e la concorrenza. Quante convenzioni, per questa ragione, non sono state stipulate? Quante persone con difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro sono rimaste a casa?

Ciò detto, sull’onda dell’annunciato scandalo, l’Autorità si disponeva ad un severo controllo per individuare e censurare l’illegalità: avrebbe avviato un’indagine per esaminare, contratto per contratto, l’effettiva sussistenza dei requisiti per l’applicazione dell’articolo 5 della 381/1991. Ora è uscito un primo (unico?) report di tale attività, che si è focalizzato su 291 affidamenti da parte di ASL e sul alcune leggi regionali. Bene, il report è in grado di documentare in modo certo l’illegittimità di 2 (due!) affidamenti diretti ex art. 5, lo 0,7% di quelli esaminati, in quanto concernenti importi superiori a quelli delle soglie comunitarie; per i quali quindi le amministrazioni avrebbero dovuto utilizzare le clausole sociali con competizione aperta a tutte le imprese (comma 4 dell’articolo 5 della 381, anziché il comma 1). Detto per inciso, in nessun caso è stato documentato un utilizzo dell’art. 5 della legge 381/1991 per affidare servizi socio assistenziali, aspetto che nelle dichiarazioni di luglio pareva essere il più diffuso degli scandali. Ci sarebbe da attendersi un’Autorità che si profonde in scuse pubbliche.

Al contrario. Dove non arrivano i dati, partono le considerazioni. L’argomentazione sottostante è che per quanto formalmente corrette (l’Autorità lo ammette), molte procedure di affidamento presentino anomalie. Ad esempio potrebbero riguardare periodi temporali più lunghi, che farebbero diventare l’importo sopra soglia o potrebbero aggregare un certo numero di servizi, con il medesimo risultato. Certo, potrebbero. In nessuno dei casi viene sostanzialmente documentato un’inoppugnabile frazionamento, ma si fa comprendere che in alcuni casi forse potrebbe esserci. Infatti, in via conclusiva l’autorità afferma (con quale autorità? in base a quale compito istituzionale?) “un sistema che preveda di anno in anno la sottoscrizione di una convenzione con la medesima cooperativa per l’erogazione del medesimo servizio… sia comunque in contrasto con la normativa nazionale e comunitaria in materia di contratti pubblici”. Insomma, un’Autorità che, in materia complessa e articolata, sceglie per sé l’insolito ruolo di interprete autentica della normativa (!). L’Autorità quindi non esita a prendere posizione rispetto alla controversa questione della possibilità di affidare taluni servizi caratterizzabili come servizi pubblici locali, escludendo in modo estensivo l’utilizzabilità della 381/1991. E poi ancora se la prende con la pratica dei rinnovi, evidenziandone l’illegittimità. Viene poi dedicato spazio alla discussione di affidamenti in ambito socio assistenziale; per qualche imprecisato motivo, in questo festival dell’approssimazione, vi è stato chi ha risposto alla richiesta di inviare convenzioni ex art. 5 fornendo documentazioni di gara sui servizi alla persona; e l’AVCP, invece di cestinarle, ha ritenuto di commentarle,  con considerazioni che meriterebbero un approfondimento ad hoc, ma che comunque sono estranee all’argomento oggetto di indagine.

Sintetizzando: a parte due violazioni esplicite, e tralasciando il molto materiale non rilevante rispetto al problema in questione, emergono alcuni casi che – laddove fossero effettivamente presenti dei vizi procedurali – potrebbero essere assimilabili a pratiche border line che molte pubbliche amministrazioni mettono  in atto – 381/1991 o meno – con interlocutori di ogni tipo e per tutti i tipi di affidamento a fronte di proprie fatiche amministrative o come modalità per semplificare le procedure di gara. Rinnovi e frazionamenti, laddove esistenti, sono male pratiche, ma non peculiari dell’applicazione della 381/1991; non a caso, forse, la Commissione Europea, nel Libro Verde sulla modernizzazione della politica dell’UE in materia di appalti pubblici, chiede esplicitamente se si ritenga opportuno introdurre modalità semplificate. Ma veniamo ora alla questione principale: perché? Perché questo accanimento dell’AVCP?

Forse la risposta sta in uno degli spropositi contenuti nella relazione, che in realtà è ben indicativo della filosofia sottostante. Dice l’Autorità a pagina 6 che, quando si riflette sugli affidamenti 381/1991, non si deve considerare la finalità dell’inserimento lavorativo in quanto “l’ambito è comunque quello degli appalti in quanto la tutela del diritto al lavoro dei disabili è garantita da altri strumenti previsti dall’ordinamento, quale è il sistema delle assunzioni obbligatorie di cui alla legge 68/99”. In sostanza: le convenzioni sono in primo luogo appalti, servono alle amministrazioni per procurarsi beni e servizi attraverso procedure  semplificate e in quanto tali da restringersi a casi di eccezionalità non derogabile.

Che questa sia uno sproposito è abbastanza evidente (le convenzioni sono “finalizzate   a   creare   opportunità di lavoro per le persone svantaggiate”, dice l’art. 5 della legge 381/1991, esistono proprio per questo secondo la legge, più chiaro di così!), ma questo abbaglio ben spiega l’impostazione dell’Autorità.

Una cosa sarebbe partire da un corretto inquadramento del problema: “il legislatore intende assicurare l’inserimento di persone svantaggiate sul mercato del lavoro e lo fa introducendo specifiche normative circa l’affidamento di commesse pubbliche, affinché esse siano utilizzate come strumento per perseguire l’integrazione sociale e lavorativa”. Ciò ovviamente non esclude la necessità di interrogarsi su circostanze e limiti dell’applicazione di tale norma, ma a partire dalla finalità – esplicitamente fatta propria dal legislatore – di assicurare l’inserimento lavorativo. Un’altra è svuotare di finalità gli affidamenti articolo 5, per cui tale norma si situa in un luogo di senso imprecisato (un favor alla cooperazione sociale? Un favor alle PA per appaltare più semplicemente? Una delle tante normative accatastate nei nostri codici,  sopravvivenza di regalie accordate all’una o all’altra lobby, da superare in omaggio al principio di concorrenza?). In questo secondo caso, evidentemente, diventa prioritario limitarne il danno, restringendone quanto possibile l’applicazione. Una 381 (mal)tollerata, anziché una 381 motore di crescita e cambiamento sociale. 30 mila persone svantaggiate che oggi lavorano, i benefici sociali ed economici che ne conseguono, non sono bilanciati con altre istanze: semplicemente spariscono!

Detto per inciso. Una ricerca dell’Ires Piemonte su un campione di 200 affidamenti dimostrò due anni fa in modo documentato che anche in una grande regione del nord circa due terzi degli affidamenti (in questo caso nell’ambito dei servizi alla persona) erano basati su bandi contenenti aspetti di illegittimità. Bandi con basi d’asta sotto costo; in alcuni casi intermediazione di manodopera o comunque mortificazione della progettualità. In fondo si trattava di una ricerca che ha avuto una certa rilevanza pubblica e realizzata da un prestigioso Istituto. Come mai nessuna indagine in proposito? Come mai nel luglio scorso l’Autorità ha ritenuto di esporsi immediatamente con dichiarazioni pubbliche di grande portata, che non potevano che subito determinare conseguenze dannose per i lavoratori più deboli, senza prima accurate verifiche e sulla base di notizie frammentarie, di cui nei fatti in buona parte è emerso un debole riscontro; mentre è rimasta inattiva quando un autorevole Istituto terzo ha evidenziato diffuse problematicità nelle procedure di affidamento, reali e documentate, a  danno della cooperazione sociale?

In conclusione. Probabilmente vi sono molti buoni motivi per auspicare un progressivo aumento di rilevanza per le clausole sociali in senso europeo: consentono di uscire dalla logica che vede il sociale confinato nel “piccolo” e nel “residuale” e soprattutto sarebbero un modo di affermare che il mercato in quanto tale, e non sue ristrette frazioni, deve uniformarsi a criteri di responsabilità circa l’inclusione sociale e lavorativa delle persone a rischio di esclusione; ma questo non può avvenire in contrapposizione all’utilizzo dell’articolo 5 della 381/1991 – sia che esso sia agito attraverso convenzionamento diretto che attraverso procedura comparativa tra cooperative sociali. È possibile ragionare sugli strumenti, sui rapporti tra questi e il resto dell’impianto normativo che regola gli affidamenti pubblici, ma ciò va fatto con l’attenzione a contemperare principi diversi che godono di uguali tutele. In fondo forse giova ricordare che accanto alla sempre celebrata  religione della concorrenza, esistono principi diversi, con cui va trovato un equilibrio. Siamo pur sempre in un Paese in cui “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e in cui “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Insomma, in cui un’iniziativa della società civile per includere nel mercato del lavoro chi altrimenti vi rimane escluso dovrebbe godere di qualche attenzione. Ma questa è solo la Costituzione.

AVCP, tanto rumore per nulla?

Nel luglio scorso, a partire da alcuni specifici fatti di cronaca, l’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici (AVCP) aveva diffuso sui mezzi di stampa una posizione fortemente critica sull’utilizzo delle convenzioni ex articolo 5 della 381/1991, adombrando il sospetto che esse fossero impropriamente utilizzate per affidare servizi socio assistenziali in deroga da procedure di evidenza pubblica o comunque fossero viziate da palesi irregolarità. A tal fine l’Autorità ha realizzato un’indagine sugli affidamenti operati da un campione di ASL.

Il testo, pur non ancora ufficialmente pubblicato, ha già dato origine ad alcuni commenti rilevabili su organi di informazione e su internet. Purtroppo, come spesso accade, prevale ancora una lettura ideologica e scandalistica dei dati dell’Autorità, che, al contrario di quanto appare in fonti secondarie, evidenziano invece la scarsa fondatezza delle critiche diffuse l’estate scorsa: si veda ad esempio l’articolo di Italia Oggi e la puntuale replica del presidente di Federosolidarietà Beppe Guerini: “L’analisi… evidenzia solo 2 irregolarità su 291 contratti… a fronte di irregolarità quasi nulle sono occupati nelle sole cooperative sociali aderenti a Federsolidarietà circa 15 mila soggetti svantaggiati

Nei prossimi giorni ulteriori commenti sull’argomento.

Cento Orizzonti, profit e non profit scommettono insieme

Tra le esperienze presentate nel seminario di Federsolidarietà Veneto vi è quella del consorzio Cento Orizzonti. Si tratta di un consorzio stabile, nato per sviluppare una forte struttura centralizzata per l’analisi e lo sviluppo delle progettualità e di controllo dell’operatività, valorizzando al tempo stesso le realtà territoriali, in alcuni specifici settori di attività:

  • prenotazione telefonica delle visite;
  • gestione documentale;
  • archiviazione;
  • gestione di sportelli;
  • gestione di call center.

Si tratta di attività che se ben gestite hanno un forte impatto territoriale e un notevole riconoscimento sociale; è un settore particolare, non presidiato da  “società pubbliche”. Anche la cooperazione era assente; si trattava di servizi a gestione pubblica che ad un certo punto hanno inziato a rappresentare uno spazio di mercato libero (poi velocemente riempitosi), che Cento Orizzonti ha in parte occupato con un ruolo da protagonisti. Cento Orizzonti ha quindi una sola mission: “portare a casa lavoro per i suoi associati”: questo per creare e consolidare occupazione, soprattutto a favore di persone svantaggiate. Come ovvia conseguenza vi è quella di difendere gli investimenti dei soci.

Gli aspetti di particolare interesse sono la scelta societaria (Cento Orizzonti è un consorzio stabile) è il fatto che Cento Orizzonti abbia come propri associati per il 50% soggetti for profit e per il 50% cooperative sociali.

Rispetto alla forma societaria, la soluzione è stata adottata dopo averne scartato le altre che sarebbero risultati paralizzanti sul piano della partecipazione alle gare. Di fatto, in sede di gara in caso di RTI ogni volta sarebbe stato necessario acquisire la documentazione di tutte le cooperative, mentre nel caso di consorzi non stabili o cooperativi sarebbe necessario organizzare volta per volta forme di avvalimento.

La collaborazione con il profit nasce dalla consapevolezza che le cooperative sociali avevano bisogno di supporto per la parte tecnologica e avevano, da sole, minore capacità di investimento, oltre che una certa inesperienza. Il profit ha inoltre messo in mostra la capacità di investire sul fronte commerciale in misura che non sarebbe sostenibile per le sole cooperative sociali. Da parte loro le cooperative sociali hanno invece il valore aggiunto del radicamento territoriale diffuso, quello che manca alle imprese profit di medie e grosse dimensioni: la capacità di intercettare umori, informazioni, conoscenze del territorio, combinata  con la capacità di creare un interfaccia diretto con le istituzioni pubbliche locali, che consente di raggiungere mercati o nicchie di mercati che altri competitor non possono raggiungere.

La collana Kairos, per parlare di inserimento delle persone con disabilità

Oggi e in alcuni prossimi post sarà presentata una collana di pubblicazioni realizzata da LAIRE, consorzio specializzato in interventi di politiche attive del lavoro parte della rete di Solco Catania e da un ampio partenariato locale, relativa all’inserimento lavorativo di persone con disabilità. La collana Kairos conta oggi tre volumi, pubblicati negli ultimi due anni e presentati pubblicamente nella loro unitarietà in un seminario il 25 marzo scorso a Roma, con la presenza di Federsolidarietà – Confcooperative nella persona del direttore Enzo De Bernardo.

La collana Kairos è  frutto dell’integrazione fra un attore pubblico, l’ASP 3 di Catania, e uno del privato sociale, il Consorzio LAIRE,  coinvolti insieme nell’azione di promozione dell’inclusione socio – lavorativa dei disabili. Ad essi si aggiunge il contributo di un Ente di formazione, lo CSATI (Centro Studi ed Applicazione sulle Tecnologie dell’Informazione), di autori qualificati, di Sol.Co Catania e di altri soggetti pubblici e privati che hanno collaborato all’elaborazione della collana. Dunque, accanto al contenuto, questo prodotto è di grande interesse per il fatto di essere scaturito dalla capacità di una pluralità di attori del territorio di ragionare insieme, mettendo all’ordine del giorno comune il tema dell’inclusione lavorativa dei disabili. Premessa essenziale alla strutturazione della collana è stata  una ricerca – azione volta a:

  •  conoscere  la realtà socio – lavorativa dei disabili attraverso una sistematica raccolta di informazioni effettuata tramite ricerche ad hoc coinvolgenti soggetti pubblici e privati;
  • individuare le buone prassi e le esperienze eccellenti  al fine di definire forme di collaborazione stabili pubblico – privato con la presenza sempre maggiore di soggetti provenienti dal terzo settore, che diano adeguate risposte ai bisogni del territorio  e permettano, attraverso una costante analisi e progettazione di iniziative e metodologie comuni, la validazione di un modello congiunto di intervento;
  • individuare nuovi ambiti d’intervento per rispondere alle necessità del territorio fornendo concrete opportunità di inserimento sociale e lavorativo ai soggetti disabili.

Si è dedicata una particolare attenzione ai casi in cui tali azioni di mettono in rappoto con i Piani di Zona territoriali. Il punto di partenza è quindi quello di considerare la personacon disabilità viene posta al centro e consierata come portatrice di risorse, vincoli, aspirazioni, interessi, potenzialità diverse,  sulla quale impostare le attività di ricerca del lavoro, di rimotivazione, orientamento, e riqualificazione. I tre volumi sono così articolati:

  • Volume 1 : Inclusione socio lavorativa dei soggetti portatori di disagio psicosociale
  • Volume 2: Le politiche attive del lavoro per i soggetti portatori di disagio psicosociale
  • Volume 3:  L’Inserimento dei disabili oggi

 

 

Inclusione sociale e lavorativa di persone senza dimora

Si è tenuto 29 marzo 2011 presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini, a Roma,  il workshop finale del progetto “C’è in gioco la povertà” intitolato “PERSONE SENZA DIMORA. VERSO PERCORSI DI INCLUSIONE SOCIALE E LAVORATIVA WORKSHOP”, organizzato da Associazione Amici di Flavio Cocanari, lì rappresentata dal presidente Mario Conclave. Sono interventuti, oltre al Ministero del lavoro e delle poliche sociali e ai rappresentanti della Provincia e del Comune di Roma, le Ferrovie dello Stato S.p.A.con Amedeo Piva, il presdiente della Fio.Psd Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora Paolo Pezzana, che ha approfondito il tema dei servizi per l’inclusione lavorativa delle persone senza fissa dimora, Dino Giornetti del CAF-CISL Nazionale, Augusto D’Angelo della Comunità di S. Egidio.

Il workshop è stata un’occasione di scambio e di approfondimento tra i soggetti pubblici e privati che intervengono nelle politiche e nelle pratiche di inclusione sociale e lavorativa delle persone in grave marginalità sociale per condividere informazioni, esperienze e riflessioni per il superamento delle politiche assistenzialistiche verso pratiche e interventi progettuali ed integrati di inclusione sociale e di accesso al lavoro per Persone Senza Dimora.
Federsolidarietà ha partecipato con Emilio Emmolo con un intervento che ha presentato il Libro Verde e lanciato i temi del dibattito sull’allargamento delle categorie di svantaggio, la revisione degli incentivi, la valorizzazione della coooperazione sociale.