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Alternativa Ambiente: l’integrazione con il pubblico e la scommessa sulla rete

Sempre dal seminario di Federsolidarietà Veneto, la buona prassi di Alternativa Ambiente. Nata in stretta integrazione con la pubblica amministrazione, ha visto un significativo sviluppo negli anni novanta. Ora ha reagito alle difficoltà di applicazione delle convenzioni 381/91 con una strategia di rete che coinvolge le altre cooperative del territorio.

Nel 1989 nasce a Treviso la cooperativa Alternativa, che individua la sua  mission nell’accoglienza di persone provenienti dell’area della devianza e dell’emarginazione, finalizzata dapprima ad un percorso riabilitativo occupazionale e successivamente all’inserimento lavorativo; questa attività si sviluppa in stretta interazione con la pubblica amministrazione del territorio. La Cooperativa vede da subito la possibilità di sviluppare le proprie attività d’impresa nell’ambito dei servizi ambientali; inizia da subito con i servizi di raccolta carta, cartone e lattine in alluminio. Questa intuizione dà il via ad una serie di collaborazioni con molti Comuni del territorio e con i primi Consorzi di Comuni, che affidano questi servizi alla Cooperativa principalmente con lo scopo di razionalizzare la raccolta dei rifiuti e contenerne i costi, intraprendendo un sistema di “porta a porta spinto” grazie a cui oggi nell’area la raccolta differenziata si attesta oggi all80% dei rifiuti raccolti. In questo contesto, nei primi anni ’90, nasce e si sviluppa Alternativa Ambiente, cooperativa sociale di tipo B che si sostituisce ad Alternativa per quanto attiene gli inserimenti lavorativi.

Negli anni seguenti il lavoro si sviluppa ulteriormente, grazie al rapporto con enti locali e società di servizi; per la Cooperativa sono questi anni in cui il fatturato cresce in maniera esponenziale, passando dai primi 500 mila euro a quasi 6 milioni di fatturato in poco tempo. Oggi la cooperativa dà lavoro ad oltre 250 persone, con una percentuale di svantaggio che si aggira attorno al 50%. La significativa integrazione con i soggetti pubblici è ben rappresentata dal fatto che nel 2005 il presidente di Alternativa Ambiente viene indicato come presidente della società che assicura i servizi ambientali agli enti locali del territorio.

Oggi Alternativa Ambiente, sotto la regia di Federsolidarietà Treviso, ha costituito, insieme ad altre cooperative del territorio e a due consorzi di cooperative sociali  Intesa e In Concerto come soci sovventori, un consorzio di scopo che si interfaccerà con i consorzi di enti locali e le loro società di servizi. Con questa scelta si intendono affrontare le difficoltà formali emerse circa l’affidamento di commesse a cooperative sociali, soprattutto in questi settori di attività, nonché unire competenze  e risorse significative. Questa scelta porterà infatti ad aggregare un gruppo di cooperative che vanta un fatturato nel settore dei servizi ambientali che complessivamente si aggira attorno ai 7/8 milioni di euro, ma anche una forza lavoro che si attesta attorno alle 300/350 unità, un parco automezzi che supera le 100 unità, una serie di iscrizioni alle categorie merceologiche estremamente ampio ed una serie di certificazioni (ISO 9001, 18000 etc ). Tutto questo rappresenta una reale garanzia anche per eventuali appalti al di fuori del contesto provinciale, rendendo il Consorzio in grado di confrontarsi ad un certo livello con i competitor del mondo profit.

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Veneto: inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro

Si sintetizza di seguito il terzo lavoro realizzato da Federsolidarietà Veneto in preparazione del seminario del 15 marzo, relativamente al tema “inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro”.

Negli ultimi anni la cooperazione sociale ha realizzato una serie di interventi e servizi rivolti a fasce deboli del mercato del lavoro e della popolazione. Interventi e servizi, non solo quelli oggetto dell’attività della cooperazione sociale, vanno distinti in due categorie.

La prima categoria è formata dagli interventi a sostegno della occupabilità, cioè tutte le iniziative finalizzate a migliorare le competenze trasversali (autonomia di spostamento, elementi essenziali di informatica, uso di semplici attrezzature, conoscenza della normativa, …) e, soprattutto, l’inserimento nelle reti sociali ed economiche portatrici di opportunità di lavoro. In altri termini, i servizi per l’occupabilità hanno l’obiettivo di attrezzare la persona con capacità relazionali, contatti con il mercato attivo, conoscenze sui servizi e sulla normativa, competenze trasversali e tutto ciò che la può rendere più competitiva nelle fasi di transizione verso il lavoro. In questa categoria rientrano i tirocini, la formazione di base, i CLG, … .

La seconda categoria è costituita dai servizi per l’occupazione, cioè i servizi che facilitano e promuovono l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Nel nostro territorio risulta debole l’azione presso le aziende, i CpI non sembrano alimentare a sufficienza i  contatti con le aziende e con gli imprenditori mentre le Agenzie di Somministrazione sono sbilanciate verso gli interessi delle aziende, operando una scelta severa tra i lavoratori, dalla quale escono perdenti tutti quelli che non hanno un profilo socio-professionale solido.

In questa situazione, si vuole proporre un Sistema di Interventi per l’Occupabilità ed il Lavoro che raccorda le esperienze delle cooperative sociali in favore delle fasce deboli del mercato in un continuum di strumenti che possono essere messi in gioco a seconda delle necessità. In altri termini, si propone un dispositivo che comprenda gli strumenti sperimentati separatamente: doti per i lavoratori in CIG e Mobilità in deroga, inserimenti per lavoratori privi di ammortizzatori sociali, tirocini, CLG, PAI, … L’introduzione di un simile dispositivo svilupperebbe una modalità di accesso unitaria, basata sull’incrocio di variabili sociali, familiari, occupazionali finora considerate separatamente, con rischi di confusione anche normativa tra i diversi livelli di svantaggio e di povertà.

A questo proposito si fa riferimento a misure regionali (DGR n. 2472 del 4.08.2009 e DGR n. 427 del 23 febbraio 2010), concepite come contrasto alla crisi economica, relativi alla  realizzazione  di progetti di pubblica utilità attraverso l’utilizzo di lavoratori sprovvisti di ammortizzatori sociali, cofinanziati dalla al 50%. del costo del lavoro. I progetti presentati nel 2009 sono stati 57 e i lavoratori che ne hanno beneficiato sono stati 221, lavoratori che se non fossero stati inseriti nei progetti non avrebbero avuto alcun sostegno del reddito. Successivamente l’intervento è stata riproposto prevedendo l’ampliamento dei beneficiari a persone che sono in carico ai servizi sociali anche da molto tempo e che gli enti locali per finanziare la parte dell’intervento a loro carico possano avvalersi anche di contributi privati.

La proposta emersa dal gruppo di lavoro di Federsolidarietà è che questo tipo di intervento sia in collegamento funzionale con gli sportelli per il lavoro; si tratta di mettere insieme i servizi tesi a rinforzare la capacità di ricerca attiva del lavoro attraverso l’orientamento o le sue competenze in termini di formazione con quelli, previsti dalla citata DGR 427, che offrono una soluzione di breve periodo lavorativo che mette le persone direttamente in condizione di sperimentarsi in un’attività. Essendo questi due servizi attivi e promossi dalla rete delle cooperative sociali e Consorzi soci di Federsolidarietà, ha senso procedere con soluzione di continuità nella costruzione di un’offerta ancora più solida per questi beneficiari, immaginando un cantiere di gestione federativo che valorizzi le specificità e promuova l’efficacia/efficienza.

Le federazioni discutono

Avevano iniziato la Puglia il 20 gennaio scorso, seguita dall’Emilia Romagna (7 febbraio) e dalla Lombardia (10 febbraio).

Ad oggi hanno calendarizzato le proprie discussioni:

  • 7 marzo: seminario di Federsolidarietà Sardegna
  • 14 marzo: seminario di Federsolidarietà Liguria
  • 15 marzo: seminario di Federsolidarietà Veneto

A questi eventi si aggiungono:

Emilia Romagna, le cooperative che resistono alla crisi

I lavori del seminario sul libro verde di Bologna del 7/2 sono stati aperti dal presidente di Federsolidarietà Emilia Romagna Gaetano De Vinco, che nella sua relazione, di seguito sintetizzata, ha evidenziato i dati principali della cooperazione emiliano romagnola.

La cooperazione sociale emiliano romagnola ha reagito  alla pesante crisi economica di questi ultimi anni: ha continuato a crescere aumentando ulteriormente la propria presenza sul territorio. Nel periodo 2007/2010 a livello aggregato il valore della produzione sviluppato in regione dalle cooperative sociali di Confcooperative è aumentato costantemente con una crescita a due cifre (+12,5%) tra il 2007 ed il 2008 (da 510 a 575 milioni di euro), del 5,6% tra il 2008 e il 2009 (607 milioni) e del 7% nel 2010, quando il volume d’affari ha raggiunto i 650 milioni.

In progressivo aumento anche gli occupati, passati dai 14.600 del 2007 (di cui 10.750 soci lavoratori) ai 17.950 del 2010 (di cui 12.950 soci lavoratori). I soci totali sono saliti da 23.500 a quasi 26.000 unità. Trend in aumento, infine, anche per le cooperative sociali aderenti a Federsolidarietà/Confcooperative Emilia Romagna, passate, nel quadriennio 2007/2010, da 386 a 411 con un aumento pari a circa il 6,5%. Di queste, 149 sono cooperative di tipo B, vale a dire specializzate nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, che nel 2010 hanno raggiunto le 1.486 unità (+12,7% sul 2009). Da segnalare inoltre il dato decisamente positivo riguardante gli ammortizzatori sociali: nel biennio 2009/2010, il periodo in cui la crisi economica si è fatta sentire più pesantemente, anche in Emilia Romagna, all’interno della Federsolidarietà regionale la cassa integrazione ha interessato complessivamente soltanto 9 cooperative per un totale di 110 lavoratori.

Con ciò non vengono nascosti gli elementi di difficoltà: la progressiva diminuzione delle risorse pubbliche, il costante allungamento dei tempi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione, la sempre più onerosa gestione delle procedure, la contrazione dei margini operativi lordi. Tutti questi fattori rappresentano un rischio per la sopravvivenza di centinaia di imprese sociali con particolare riguardo alle cooperative specializzate nell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, che  devono fare i conti inoltre con la tendenza delle industrie a reinternalizzare i servizi a causa della crisi e con la propensione delle società multiservizi a concedere lavoro alle cooperative di inserimento lavorativo solo se queste applicano i contratti in vigore per le aziende di Confindustria.

Quali reti per l’inserimento lavorativo

Oltre al contributo pubblicato ieri, Federsolidarietà Veneto, in preparazione al seminario regionale del 15 marzo, ha prodotto altri due documenti; uno, dedicato alle alleanze, le reti e i rapporti delle cooperative sociali è di seguito riprodotto.

Su quali rapporti puntare

Innanzitutto con i clienti (Enti Pubblici ed Aziende), con gli  Attori pubblici locali, investendo nella co-progettazione (Comuni, Province, Regione), con gli stakeholder che ne condividono obiettivi e intenti (Associazioni e Consorzi, ma anche fondazioni, banche ed istituti di credito). È importante che la cooperazione sociale non viva solo di bandi, ma che cerchi anche un dialogo con fondazioni e bandi per raccogliere fondi da re – investire nelle proprie attività.

Alleanze per la crescita delle persone

Stringere alleanze anche con scuole (provincia, assessorato all’istruzione) già dall’inizio del percorso formativo della persona è importante per non trovarsi poi con ragazzi/adulti di cui non si sa niente o poco e quindi è difficile costruire dei percorsi.

Tre direzioni per costruire reti

1) Contesto della cooperazione: una cooperativa non può restare fine a se stessa (soprattutto le B), dinanzi alle domande e sfide che vengono richieste dal mondo imprenditoriale/produttivo. Fondamentale in questo senso l’importanza della Federazione, una cooperativa è agevolata se è dentro un contesto di consorzio territoriale, e importanti sono anche gli accordi tra consorzi trasversali per territori, non tanto e non solo per materia. La costruzione delle reti, lavoro che va riconosciuto come fondamentale, ha permesso e permette alle cooperative dei nostri territori di avere legami, contatti e opportunità non solo a livello locale ma provinciale o regionale. inoltre si deve tenere presente che la concorrenza l’abbiamo al nostro interno, oltre che al mondo profit.

2) Contesto del mercato: nel mercato non esiste il privilegio, nel mercato esiste la convenienza (e la concorrenza). Concetto del bene comune: inteso come bene comune delle cooperative che si alleano e della comunità nella quale si svolge il servizio. I nostri interlocutori nel mercato sono l’ente locale e l’azienda.
2a) Ente Locale: oggi vede nella cooperazione non più un soggetto di collaborazione ma uno strumento da sfruttare per mantenere determinati servizi a costi inferiori. Dando meno valore all’inserimento lavorativo e più valore al massimo ribasso (indipendentemente da chi lo offre). Anche la legislazione specifica che permetterebbe affidamento diretti, è conosciuta solo da alcune parti dell’ente (solitamente quella politica), e non da altre (funzionari, dirigenti). Alcune esperienze soprattutto nei piccoli comuni hanno portato a essere interlocutori ed esecutori di alcuni strumenti e soluzioni con la pubblica amministrazione, per cui riteniamo necessario sempre più essere competenti in termini tecnici per offrire la soluzione.
2b) Aziende profit: sul rapporto con le aziende ultimamente stiamo vedendo l’associarsi in ATI ad aziende per partecipare ad appalti, lavorando insieme su costruire clausole sociali. È un mercato in cui si supera la logica della concorrenza associandosi, non si può chiedere all’azienda di fare il bene sociale. L’imprenditore vede la sua prospettiva profit, il sociale deve proporgli l’abbinamento con il valore sociale, e l’abbinamento deve essere di plusvalore, non di “plusfiga”.  È necessario diffondere un cambio di mentalità per fare questo salto mentale, per essere interlocutori alla pari, per chiedere e avere lavoro secondo nuove prospettive.
2c) Banche e finanza: non facciamo sviluppo finanziario, facciamo pochi mutui, abbiamo paura. Le cooperativa sociali hanno soldi fermi, non hanno un progetto di sviluppo finanziario. Rispetto alla finanza è necessario cambiare mentalità all’interno della cooperativa, nella quale vengono messe in atto e prese scelte di massima garanzia perché la scelta poi ricade su tutta la base sociale, questa non è una mentalità imprenditoriale, non c’è rischio di impresa, che è elemento fondamentale nella scelta e nel fare azioni finanziarie.

3) Contesto dell’inserimento lavorativo: manca forse una riprogettazione di tutta la filiera. La fase di formazione vera e propria propedeutica all’inserimento lavorativo, dobbiamo lasciarlo ad altri (es. coop. Tipo A), perché deve arrivare in B già “produttivo”, sia esso normodotato o svantaggiato. Inoltre bisogna rafforzare le relazioni con i servizi per l’inserimento  lavorativo, con le scuole, come enti di collegamento per la cooperazione, con gli Enti di formazione.

15 marzo, tocca al Veneto

Federsolidarietà Veneto ha fissato per il 15 marzo il proprio seminario di discussione sul Libro Verde, che approfondirà il tema “Inserimento lavorativo, mercato, impresa“. Di seguito è riportato un documento elaborato su questo argomento dalla Federazione Veneta in preparazione all’incontro.

Inserimento lavorativo, mercato, impresa

Prima di tutto è necessario soffermarsi sulle caratteristiche di intervento delle cooperative d i tipo b:

  • quelle orientate maggiormente a un lavoro di accoglimento e transito in cooperativa (e quindi più vicine all’intervento alla persona e più attente quindi agli strumenti di politiche attive del lavoro – modello emiliano);
  • quelle caratterizzate da una più marcata attenzione al mercato (modello veneto – lombardo).

Tra le caratterizzazioni di queste ultime c’è una netta distinzione tra quelle che operano sostanzialmente nel mercato dei servizi o produzione per l’ente pubblico (la maggioranza) e quelle che operano nel mercato, evidenziando che tale caratterizzazione qualifica ulteriormente la capacità di far sintesi tra le regole di mercato e l’accoglienza lavorativa delle persone svantaggiate. Si è comunque registrato che esperienze significative di collaborazioni con clienti committenti privati siano più facili e duraturi con le aziende grosse e con marchi importanti con cui poter tradurre con numeri significativi il collocamento di persone svantaggiate; più stentata la situazione registrata tra le piccole realtà che stanno soffrendo la crisi generalizzata e che spesso si trovano a dover ricostruire offerte di servizi per continuare nella sopravvivenza.

Si è annotato successivamente il sostanziale fallimento dell’applicazione degli art. 12, 12 bis e 14, suffragato dai dati generali emersi tra quelli consegnati e questo a causa di evidenti variazioni di mercato, dall’aumento delle aziende in crisi, dalle deroghe ottenute, ecc. Si ritiene possano esserci ancora buone opportunità da esplorare spingendosi nei territori ove operano le grandi aziende, che, come detto prima, riescono con maggior facilità a comprendere il valore e il vantaggio complessivo di operazioni di questo tipo. Permane la necessità comunque di rivedere gli attuali schemi di applicazione particolarmente gravosi e la forte resistenza delle associazioni di rappresentanza delle persone invalide. Inoltre le Provincie, che hanno competenza in ciò, non supportano adeguatamente tali iniziative.

Molto spazio è stato dato all’approfondimento circa il concetto di sostenibilità aziendale che naturalmente può trovare diversa declinazione all’interno di ogni realtà. In sostanza si evidenzia la necessità di dare un indirizzo (il più persuasivo possibile) alle cooperative (soprattutto quelle piccole e piccolissime) nel mirare o individuare strategie di crescita, accorpamento, fusione tra varie realtà, al fine di poter organizzare con competenza, qualità e conseguente competitività la propria proposta di produzione di beni o servizi.

Tali risultati sono raggiungibili anche attraverso la partecipazione in Consorzi, con l’accortezza però che sia ben chiara e condivisa la natura imprenditoriale degli stessi (consorzi di scopo o di sole tipo b) e che abbiano un’adeguata autonomia dagli ambiti politici di rappresentanza associativa garantita invece all’interno delle federazioni.

Meno marcata la discussione sul concetto di territorialità e su quali debbano essere le strategie imprenditoriali di crescita in altri mercati o territori, ovvero il rispetto delle altre realtà cooperative che già operano in altre zone ove viene bandita una gara o si viene invitati alla partecipazione per una selezione o per un’eventuale sostituzione delle stesse. Qui il dibattito sulla concorrenza tra le tipo b è completamente aperto, serve buon senso ma rigore, va premiato chi ha saputo predisporre un’organizzazione di servizio migliorativa e all’avanguardia, ma non possono essere abbandonate quelle più indietro in tale percorso. Si torna all’invito precedente, mettere cioè tutte le cooperative nella condizione di poter crescere e migliorare, prima che il mercato e la selezione voluta (ad esempio negli enti pubblici) attraverso le gare agiscano inesorabilmente.

Si è rilevata inoltre la necessità di proseguire nel lavoro di riconoscimento dell’allargamento delle categorie di svantaggio, vista il perdurare della critica situazione economica che di fatto crea continuamente nuovi disoccupati cui spesso siamo chiamati a dare risposte di lavoro. Fasce deboli da sempre presenti nella nostra società e queste nuove povertà sono in forte aumento: vanno definite le misure a sostegno a queste persone.

Il caso Ravenna, dal SIIL al Patto per il Lavoro

Tra gli interventi proposti nel semianrio di Bologna sul Libro Verde, vi è stato quello di Massimo Caroli che segue queste tematiche per conto di Federsolidarietà Emilia Romagna. Il suo intervento, qui disponibile in forma completa, ha utilizzato l’esempio del consorzio Fare Comunità di Ravenna per evidenziare alcune strategie da mettere in atto sul fronte dell’inserimento lavorativo.

Oggi il consorzio gestisce il SIIL (Sostegno Integrato Inserimento Lavorativo) che grazie al lavoro di 23 operatori ha in questi anni realizzato circa 300 progetti di inserimento lavorativo all’anno, con un a media annuale di 80 assunzioni, per un totale di 700 nel periodo 2001-2009. Questi risultati sono stati ottenuti agendo su diversi fronti:

  • sostegno alle imprese per assolvere gli obblighi della legge 68/99;
  • progettazione di percorsi d’inserimento più idonei e maggiormente gratificanti per i lavoratori disabili e per le imprese;
  • periodi di formazione  e tirocini preparatori;
  • sostegno agli inserimenti con personale specializzato nella mediazione al lavoro.

E’ ora in via di costituzione un “Patto per il lavoro” con la partecipazione di CCIAA, AUSL  RA, Sindacati, consorzi di cooperative sociali del terrtiorio, 18 Comuni Provincia, INAIL, AICCON. Il “Patto” ha lo scopo di promuovere la responsabilità sociale di tutti i portatori di interessi, a partire dalle imprese, e di favorire processi quali:

  • adozione di clausole sociali o ambientali all’interno degli appalti;
  • adesione a codici di condotta da parte delle imprese con cui le autorità pubbliche entrano in relazione;
  • sostegno e promozione di forum di imprese responsabili.

Per ottenere ciò è necessario ri-articolare, in modo originale, il campo dell’azione pubblica, tradizionalmente organizzato rigidamente per settori e quindi con grandi difficoltà ad intervenire su questioni che si svolgono in contesti sempre più complessi e articolati e che coinvolgono una pluralità d’attori. E’ al contrario necessario porre al centro l’integrazione tra ambiti e settori di intervento per trovare “soluzioni” nuove e originali.

Toscana: un protocollo per valorizzare l’inserimento lavorativo

Nel corso del Convegno del 20 gennaio, Federsolidarietà Toscana ha presentato un interessante esperienza di partenariato nel campo dell’inserimento lavorativo. (scarica le slide PowerPoint)

La possibilità di convenzionamento previste dalla 381/1991 erano già state oggetto di implementazione con la LR 87/1997, cui erano seguiti successivi atti per definire i criteri di selezione. Tre anni dopo la LR 22/2000, nel riordinare il Servizio Sanitario Regionale, ricordava che per “la gestione di servizi socio sanitari, assistenziali ed educativi, nonché per la fornitura di beni e servizi, le Aziende sanitarie possono avvalersi delle cooperative sociali ai sensi della legge 381/91”. L’aspetto però che merita particolare attenzione è il recente protocollo di intesa tra Regione, ASL e Centrali cooperative, maturato a partire da una riflessione sugli interventi in tema di salute mentale. Nell’ambito del protocollo, approvato con apposita DGR, sono stati realizzati un’indagine sui centri diurni per la salute mentale, un gruppo di lavoro su schema di convenzione tipo per inserimenti di casi psichiatrici, un  gruppo di lavoro sulle competenze della figura di tutor aziendale e una ricerca sull’inserimento lavorativo in cooperative B e in associazioni di familiari e utenti.


scarica le slide PowerPoint

Tra i contenuti del Protocollo, siglato nel 2010, vi sono:

  • il riconoscimento del ruolo della cooperazione sociale di tipo B quale soggetto “in grado di favorire uno sviluppo economico e sociale centrato sui valori dell’integrazione, dell’inclusione sociale e delle pari opportunità”
  • il riconoscimento delle “convenzioni” come strumento finalizzato alla creazione di opportunità di lavoro per persone svantaggiate;
  • la valorizzazione dello strumento degli affidamenti diretti e delle clausole  di esecuzione sociale;

Per il funzionamento del protocollo viene costituito un gruppo tecnico composto dai rappresentanti delle parti sottoscriventi con funzione di elaborare proposte e procedure specifiche, promuovere vigilare e monitorare l’attività in atto nonché l’entità degli affidamenti annuali di beni e servizi e l’efficacia degli interventi programmati. Le ASL e le aree vaste prevedono di affidare l’8% dell’importo delle forniture di beni e servizi attraverso convenzioni ex articolo (importi sotto soglia) o con l’adozione di clausole socialinelle gare di appalto sopra soglia. Le cooperative sociali di tipo B garantiscono progetti individuali per ogni soggetto inserito, piena collaborazione con i Servizi invianti per il monitoraggio ed una particolare attenzione per i soggetti con disagio mentale.

Questo protocollo non elimina da solo le difficoltà che in questi anni si sono fatte sempre più diffuse (maggiore ricorso al massimo ribasso, percezione di alcuni enti degli affidamenti ex articolo 5 come “poco trasparenti”, difficoltà a comprendere il ruolo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo), ma rappresenta un evidente segnale di positiva valorizzazione delle cooperative sociali nelle politiche per l’integrazione e l’occupazione.

Un forum per l’inclusione sociale in Liguria

Dopo due post sui dati, oggi il blog presenta un articolo di taglio diverso. Si tratta di uno strumento segnalatoci dai cooperatori liguri ed attivato nell’ambito del progetto  europeo  Med More & Better Jobs Network, che ha come obiettivo creare e consolidare una rete di enti, parti sociali, sistema delle imprese e associazioni del terzo settore finalizzati al miglioramento complessivo della occupabilità dei soggetti svantaggiati dell’area trasfrontaliera marittima tra Italia e Francia.

Nell’ambito del progetto è stato creato un Forum, curato da Agenzia Liguria Lavoro e attivo da circa un mese,  che si propone di contribuire a creare una rete tra tutti coloro che si occupano di inclusione sociale e lavorativa in Liguria: enti pubblici e privati, centri per l’impiego, operatori dei sistemi integrati lavoro/formazione/sociale, cooperative sociali. L’intento è quello di mettere a confronto esperienze, prassi, normative e idee tra operatori del settore che, assorbiti dall’emergenza del lavoro quotidiano, hanno spesso poco tempo e poche occasioni di scambio. E’ inoltre possibile seguire le attività del progetto attraverso una newsletter.

Fa piacere constatare che sul tema dell’inserimento lavorativo si è in tanti a riflettere, con l’auspicio che quanto viene elaborato in questa rete locale possa contribuire ad arricchire il nostro blog.

Clausole sociali, le soluzioni in Piemonte

Storicamente il Piemonte ha sperimentato soluzioni per introdurre le clausole sociali nelle prassi degli enti che affidano beni e servizi. Già nel 1994 la LR 18, applicativa della 381/1991, disponeva che “Per il perseguimento delle finalità indicate all’articolo 5 della legge n. 381/91, gli Enti pubblici prevedono la destinazione di una quota degli stanziamenti, per forniture di beni e servizi, per le convenzioni di cui al comma 1 dell’articolo 5″.

Nel 1998 vi fu la prima versione del Regolamento che impegnava il comune di Torino a destinare quote di affidamenti all’inserimento lavorativo; a seguito di successive formulazioni, nel 2005 è stato approvato il vigente Regolamento n° 307 che prevede di destinare il 3% degli affidamenti di beni e servizi attraverso strumenti contrattuali che assicurino l’ inserimento occupazionale di persone svantaggiate e persone disabili, con ciò includendo sia i tradizionali affidamenti sotto soglia ex articolo 5 della legge 381/1991, sia delle vere e proprie clausole sociali in senso europeo.

Infine, La Legge Regionale 12/2008, all’articolo 40 prevede che: “Le direzioni regionali e le aziende sanitarie regionali destinano alle convenzioni di cui all’articolo 5 della legge 381/1991 e ad altre forme di affidamenti con clausole sociali quali quelle previste dall’articolo 52 del d.lgs 163/2006, una quota non inferiore all’1,5 per cento del volume degli affidamenti dell’anno per l’acquisto di beni o servizi. Entro la suddetta percentuale e compatibilmente con il tipo di attività da prestare, le direzioni regionali e le aziende sanitarie regionali possono definire una quota di inserimenti di persone con disabilità intellettiva, disabilità fisica con limitata autonomia e malattia mentale.” Al di là di alcune incongruenze con normative regionali successivamente approvate, si tratta di una delle formulazioni più stringenti sul tema, ancorché nella maggior parte dei casi nei fatti disattesa.

Già, perché accanto alle norme, serve la volontà di applicarle, il presidio dell’apparato amministrativo, la convinzione di perseguire un effettivo interesse generale. In questi anni, come documentato in un precedente post, l’applicazione delle clausole sociali in Piemonte ha incontrato, insieme a risultati positivi (vedi pag.2 della relazione al regolamento 307)  significative difficoltà.

Servono le leggi, serve la cultura dell’inserimento lavorativo, la volontà politica di farlo veramente, il coraggio amministrativo. Tutti insieme, uno solo non basta.