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Clausole sociali, un seminario al Ministero dell’Ambiente

La riflessione sulle clausole sociali, avanza, lentamente, anche all’interno della pubblica amministrazione;  Federsolidarietà ha partecipato al seminario ” Criteri Sociali”, promosso dal  Ministero dell’Ambiente.

Al seminario hanno partecipato Mariano Grillo (Direttore Generale Ministero Ambiente), Riccardo Rifici (Ministero dell’Ambiente), Simone Ricotta (ARPAT, Comitato di gestione PAN GPP/SCP) che ha illustrato le esperienze europee d’integrazione di criteri sociali negli appalti pubblici e contributi per una proposta italiana e  Ludovica Agrò (Ministero Sviluppo Economico – PCN Ocse) che ha relazionato sulle linee guida OCSE per le imprese.

Federsolidarietà intervenendo ai lavori in ragione dell’esperienza maturata dalle cooperative sociali di inserimento lavorativo, per dare concreta attuazione alle previsioni dell’art. 69 del Codice degli Appalti sulle clausole, ha proposto in un’ottica di premialità verso le imprese che partecipano agli appalti pubblici, la possibilità inserire apposite clausole sociali come condizioni di esecuzione dell’appalto. Queste previsioni si possono coerentemente declinare in condizioni che favoriscano l’inserimento lavorativo dei soggetti deboli del mercato del lavoro che in ragione della loro situazione psico fisica abbiano degli ostacoli a trovare una occupazione.

I materiali del seminario sono qui allegati; in particolare si segnala, nella “proposta di criteri sociali” elaborata dal Ministero dell’Ambiente, il “Questionario di monitoraggio della conformità a standard sociali minimi”, da pagina 16 in avanti, che rappresenta un esempio di come un soggetto esterno al terzo settore può intendere il tema della verifica sociale dei propri fornitori. Non necessariamente si tratta dei una griglia che premierebbe la cooperazione sociale, quindi va esaminata in quanto indicativa del panorama di competizione che potrebbe crearsi con la diffusione delle clausole sociali.

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Lavori socialmente utili e imprese socialmente utili

Finiamo la carrellata dei classici con questo articolo “Socialmente utile: dallo slogan all’azione di impresa“. Si tratta di un concetto che si ritrova spesso negli articoli di quegli anni. Da una parte i lavori socialmente utili erano invocati da diverse parti come risposta “avanzata” alla crisi occupazionale: richiedevano comunque che i beneficiari si impegnassero in attività lavorative (a suo modo, quindi un misura “attiva”) e comprendevano un beneficio per la comunità locale consistente nel lavoro svolto; d’altra parte si rimarcava come spesso questi cantieri si risolvessero in lavoro fittizio e improduttivo, un sussidio assistenziale mascherato da lavoro.

A questo proposito il redazionale di Impresa sociale curato da Stefano Lepri prima richiama una pubblicazione della Fondazione Agnelli, per poi formulare una propria proposta: “[in uno studio della Fondazione Agnelli si afferma che] l’alternativa è tra il sussidio senza lavorare, con tutti i problemi di emarginazione e di inutilità sociale, o un lavoro retribuito in parte con denaro pubblico. Da un punto di vista sociale ed economico, la seconda soluzione appare preferibile, anche se dovesse svolgersi in lavori di pubblica utilità e modestissimo valore aggiunto. Tuttavia va respinta la presa in carico diretta o indiretta (cantieri di lavoro) da parte delle Amministrazioni pubbliche, perché essendo queste, di fatto, prive di reali strumenti di controllo sull’attività lavorativa di queste persone (ivi compresa la possibilità di licenziare chi non lavora, lavora male o è assenteista) il tutto sarebbe destinato a risolversi in alto rischio di nuove sacche di parassitismo sociale. L’unica soluzione che può assicurare una qualche produttività è quella di far assumere queste persone, il cui salario è in gran parte pagato dalla mano pubblica, da imprese: ma che siano imprese (private o cooperative) vere, solide, finalizzate al business e capaci di governare la forza lavoro”. Pur senza negare la possibilità che anche le imprese tradizionali possano essere coinvolte in azioni di riassorbimento di forza lavoro marginale, l’esperienza di questi ultimi vent’anni (che ha visto il sostanziale fallimento delle diverse forme di “collocamento obbligatorio”) porta a credere che tali azioni possano essere meglio condotte da “imprese socialmente utili”, quali sono le cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Nell’articolo seguente Bruno Manghi scrive in proposito: “attraverso un’occupazione di emergenza si può rientrare nel mercato del lavoro. Ciò riguarda una parte dei disoccupati tendenzialmente di lungo periodo. Ma ciò implica che il lavoro d’emergenza sia “ben fatto”, che reinserisca culturalmente nel ciclo produttivo. Occorre insomma che sia organizzato, il che può avvenire solo se una forma d’impresa (sia essa una cooperativa, un’impresa artigiana o industriale) sostituisce il cantiere malamente affidato alla gestione burocratica. I lavori socialmente utili sono quindi quelli che si inseriscono in imprese socialmente utili, capaci comunque di confrontarsi con il mercato e non fornitrici privilegiate di un unico committente. Le imprese sociali si candidano  perfettamente a questo compito.” Insomma, lavori socialmente utile in imprese socialmente utili: “tutto converge verso uno spostamento di risorse a favore delle politiche attive del lavoro (tralascio qui la spinosa questione della formazione professionale).  Ma in tal caso il ruolo pubblico muta e diventa strategico saper misurare gli effetti dell’intervento e cambiare rapidamente le scelte. Anche per questo la dimensione locale risulta l’unica praticabile, e il ruolo del privato sociale diventa prezioso.”

I percorsi di inserimento tra progettazione e continuo adattamento

Il classico di oggi è un articolo di Valerio Luterotti, “La sfida della complessità nell’inserimento lavorativo” pubblicato nel 1992 sul numero 5 di Impresa sociale.  Definisce “L’inserimento lavorativo un processo organizzato di elementi, variabili e soggetti tra loro in relazione di interdipendenza funzionale, per la strutturazione dello status di lavoratore in chi ne è normalmente escluso”.

La cooperazione sociale stava iniziando ad interrogarsi su come conciliare l’estrema individualità e variabilità dei percorsi di inserimento e la necessità di darsi un metodo di lavoro. Nell’articolo “Il progetto diventa la traccia di percorso in cui ogni protagonista si ritrova e si verifica nell’obiettivo prioritario di contribuire a migliorarlo, più che a realizzarlo. … I nostri progetti non sono piani di lavoro procedurali tesi a pianificare la realtà, ma rimarranno “tracce” fino alla fine, come se portassero con sè la consapevolezza della loro relatività, della loro incompletezza … Il nostro progetto si definisce e precisa fino a considerarsi ultimato nel momento stesso in cui l’utente ha finito il suo percorso, … Perchè tutto ciò non si trasformi in caos, è necessario un governo del percorso che abbia individuato i livelli di responsabilità, a tutela della coerenza di fondo, su tutte le fluttuazioni operative del “sistema progetto”, nella garanzia che si definiscano chiaramente i nodi, gli incroci della rete in cui i diversi contributi si incontrano, verificano e se necessario adattano le loro scelte. … In questa metodologia è molto più importante la capacità di leggere “in diretta” la realtà, per potersi costantemente risintonizzare con coerenza su di essa, più che l’abilità di programmarla secondo i sacri crismi di qualsivoglia ortodossia..”.

Dunque un progetto non “ingegneristico”, ma un percorso che si ridefinisce sulla base degli sviluppi e delle esigenze delle persone; ma al tempo stesso non un mero “essere vicini” al disagio, ma un’organizzazione che si struttura per cogliere l’evoluzione delle esigenze e adattarvisi: “fa parte del nostro metodo non ridurre o separare per conoscere, coinvolgere e tenere connessi tutti gli altri soggetti agenti nel problema, elasticizzare, quando è utile i confini di ruolo, privilegiare il lavoro di un gruppo articolando con metodo i livelli di responsabilità, sviluppare inoltre la capacità di adattamento e integrazione con le altre organizzazioni. … La linea del successo passa attraverso la capacità del “sistema cooperativa” di integrare più che mediare, le sue e le altrui risorse, orientandole in una ottica di sviluppo più globale”.

Gli strumenti per governare i percorsi di inserimento: ancora un classico

Continuiamo con i classici. Quello di oggi, benchè pubblicato come semplice “appunto di lavoro” è tra i contributi che hanno maggiormente influenzato generazioni di cooperatori di inserimento lavorativo. Si tratta di un contributo di Valerio Luterotti e Felice Scalvini pubblicato nel 1993 sul numero 9 di impresa sociale che, dopo avere richiamato alcuni concetti fondamentali, propongono alcuni strumenti pratici per la gestione dei percorsi di inserimento e in specifico:

  1. un modello per la redazione del progetto iniziale
  2. una scheda di valutazione e verifica dello sviluppo professionale della persona inseritadell’inserito;
  3. una griglia che collega lo sviluppo professionale all’eventuale applicazione di un salario di ingresso
  4. un modello per i verbali delle verifiche periodiche.

Questa proposta ha costituito un termine di confronto per moltissimi cooperatori che hanno cercato di definire metodologie del percorso di inserimento basate su criteri il più possibile oggettivi e verificabili. Certo vi possono essere opinioni diverse sull’opportunità di utilizzo del salario di ingresso, sul fatto che gli indicatori più utili siano effettivamente quelli proposti nell’articolo e non altri, sulle modalità di verifica e così via, ma ciò non fa che testimoniare la rilevanza di un contributo assunto a punto di partenza per innumerevoli varianti e sviluppi. Si riproduce di seguito la scheda di valutazione dello sviluppo professionale (punto 2), forse in assoluto la parte più conosciuta di questo contributo.

Verso il ventennale della 381/1991

Si avvicina il 2011: il ventennale della legge 381 del 1991 sulle cooperative sociali. Nei prossimi giorni proporremo quindi un salto indietro nel tempo, all’approvazione della legge 381/91 e all’origine legislativa delle cooperative sociali di tipo b).

Nella prima proposta di legge dell’On. Salvi del 1981 le cooperative di inserimento lavorativo non erano contemplate. Lo saranno nella seconda proposta presentata nel 1984 e successivamente nel 1987 nella X legislatura del Parlamento con la denominazione “cooperativa di produzione e lavoro intergrata”. Altre proposte di legge erano state presentate (dei parlamentari DC Garavaglia e Cristofori, del socialista Borgoglio che proponeva di riconoscere solo le cooperative integrate, del comunista Grilli) e in commissione al Senato venne approvato un testo unificato cosiddetto “Salvi – Vecchi”.

In relazione alle cooperative sociali di inserimento lavorativo i nodi da sciogliere erano diversi: gli onorevoli Sapienza e Migliasso proponevano di dare alle “cooperative di produzione e lavoro integrate” una specifica disciplina distinta date le loro peculiarità, l’On. Borruso proponeva invece una integrazione tra le cooperative di solidarietà e sociale e quelle integrate in quanto “l’inserimento nel mondo produttivo appare improponibile se non viene realizzato preventivamente il reinserimento sociale” e poi il nodo sulla presenza dei soci volontari che divideva le due centrali cooperative.

Rispetto ad una situazione di stallo rispetto ad alcune questioni aperte si creò un comitato ristretto che lavorò per due anni sino all’approvazione, nella primavera del 1991, di un disegno di legge (relatore On. Azzolini) da parte della Commissione lavoro della Camera dei Deputati. Al Senato nell’estate del 1991 giunse un testo sostanzialmente modificato che venne quindi approvato il 23 ottobre 1991: la nascita della legge 381.

Nei prossimi giorni riproporremo alcuni “classici” di quegli anni che hanno contribuito a fondare, da un punto di vista culturale, l’idea di cooperazione di inserimento lavorativo.