Archivi categoria: Categorie di svantaggio

Le categorie di svantaggio del 1991 sono oggi adeguate? In che direzione modificarle? Che rapporto con gli sviluppi normativi europei? Quali politiche di incentivo?

DDL C3056: cosa ne dicono i parlamentari

Il 16 marzo l’XI Commissione ha iniziato l’esame della proposta C3056; di seguito sintetizzate le posizioni dei parlamentari. Nei precedenti due post si sono pubblicati la proposta di legge e la relazione.

Massimo Federiga (Lega Nord) relatore
“Il provvedimento in esame… modificando il comma 1 dell’articolo 4 della richiamata legge n. 381 del 1991, individua – come già rilevato – ulteriori categorie di persone svantaggiate; più specificamente, in parte le nuove categorie sono direttamente mutuate da alcune delle definizioni di lavoratore svantaggiato contenute nell’articolo 2, paragrafo 1, lettera f), del Regolamento (CE) n. 2204/2002. La proposta in esame, ampliando l’ambito dei soggetti considerati persone svantaggiate, estende di conseguenza l’ambito di applicazione delle agevolazioni contributive richiamate in precedenza.Per questo ultimo motivo, ritengo anzitutto opportuno che la Commissione, nell’approfondire i profili di merito del provvedimento, tenga in considerazione la necessità di indicare un’adeguata copertura finanziaria dei maggiori oneri derivanti dagli sgravi contributivi operati. Inoltre, pur valutata positivamente la finalità del provvedimento, che si propone di individuare soluzioni efficaci a gravi problemi occupazionali, tenuto conto dell’attuale particolare momento di crisi, si auspica che sul testo in esame si svolga una seria e approfondita riflessione, che possa condurre ad un testo concretamente applicabile e condiviso dai gruppi; in particolare, si manifestano forti perplessità sulla stessa struttura del testo, che sembrerebbe poter penalizzare – per come esso è formulato – proprio talune tra le categorie più deboli, con ciò rischiando di produrre effetti potenzialmente indesiderati.”

Giulio Santagata, PD
Pur condividendo le finalità del provvedimento, il testo, nella sua attuale formulazione, può prestarsi a interpretazioni potenzialmente distorte, richiedendo, per tale ragione, una opportuna riformulazione. Occorre chiarire che l’ampliamento dell’ambito soggettivo di applicazione della normativa vigente non va ad incidere sulle forme di tutela già riconosciute, a livello percentuale, a determinati soggetti svantaggiati, intervenendo semmai in termini aggiuntivi e non sostitutivi. Preannuncio, quindi, la presentazione di emendamenti al testo, finalizzati sia ad estendere l’ambito soggettivo delle cooperative da coinvolgere in tali forme di inserimento dei lavoratori, sia ad incidere sul versante dei benefici e degli incentivi.”

Delia Murer, PD, presentatrice del testo
“Ritengo opportuno affrontare con assoluta serietà il provvedimento in esame, dal momento che il testo si propone di inserire tra le persone svantaggiate anche coloro che vengono definiti «soggetti deboli», cioè le persone che incontrano difficoltà ad entrare, senza assistenza, nel mercato del lavoro, ricollegandosi a definizioni e qualificazioni giuridiche già fornite in sede comunitaria, rispetto al cui recepimento, peraltro, si registra un ritardo da parte dell’ordinamento italiano. Sono disponibile ad un confronto di merito su eventuali proposte migliorative, ma ritengo comunque necessario intervenire con urgenza sulla materia, visto che a livello regionale si è già provveduto a legiferare nella direzione indicata dal testo in esame “

DDL 3056 sulla modifica delle categorie di svantaggio: la relazione

Di seguito una sintesi della relazione di accompagnamento al DDL 3056 approfondito nel precedente post, che propone la modifica delle categorie di svantaggio previste dalla 381/1991.

“La recente crisi finanziaria mondiale sta manifestando i suoi effetti anche come gravissima crisi occupazionale, infatti negli ultimi mesi migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro e le previsioni per il futuro non sono affatto positive. Anche nel 2010 (dati del Fondo monetario internazionale) il fenomeno andrà a colpire principalmente le fasce più povere e vulnerabili. Di questi 50 milioni di disoccupati, ben 250.000 saranno a rischio in Italia nei prossimi sei mesi, a partire dalle fasce più deboli (operai, lavoratori prossimi alla pensione, extracomunitari eccetera).
In una situazione così complessa come quella attuale esiste la necessità di elaborare da parte delle forze politiche una nuova teoria economica che cerchi soluzioni ai problemi dell’occupazione; in tale teoria ci si aspetta che lo Stato sia presente con una funzione importante e al tempo stesso strategicamente virtuosa.
In questo quadro si inserisce la presente proposta di legge, che modifica il citato articolo 4 della legge n. 381 del 1991 in base alle nuove previsioni dettate dal regolamento CE già recepite dalla legge della regione Veneto 3 novembre 2006, n. 23, e richiamate dal relativo atto di indirizzo sull’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e delle persone deboli. Ai sensi dell’articolo 3, comma 2, di tale legge per «soggetti deboli» si intendono le persone che abbiano difficoltà ad entrare, senza assistenza, nel mercato del lavoro. Con la presente proposta di legge si chiede, in sintesi, di inserire nelle categorie di svantaggio anche alcune delle tipologie di persone cosiddette «deboli» facendole rientrare nel computo del 30 per cento, necessario per mantenere la qualifica di cooperativa sociale.
Nella fattispecie si chiede di inserire le seguenti categorie: qualsiasi persona che desideri intraprendere o riprendere un’attività lavorativa e che non abbia lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno due anni e, in particolare, qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la formazione, per almeno due anni e, in particolare, qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare vita lavorativa e vita familiare; qualsiasi persona priva di un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado o equivalente, priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi persona con più di cinquant’anni di età priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi disoccupato di lungo periodo, ossia una persona senza lavoro per dodici dei sedici mesi precedenti o per sei degli otto mesi precedenti nel caso di persone con meno di venticinque anni di età; donne straniere vittime della tratta, costrette a prostituirsi, che abbiano deciso di abbandonare la loro condizione di sottomissione e di sfruttamento e che usufruiscono del programma di assistenza e integrazione sociale ai sensi dell’articolo 18 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
La ratio di tale normativa è che riconoscendo la possibilità di effettuare progetti di inserimento lavorativo anche per altre categorie, quelle denominate «deboli», e intensificando la collaborazione con i servizi sociali degli enti locali si consentirebbe di dare una risposta più efficace ai bisogni reali della collettività, sviluppando anche un’azione decisa sulla crisi economica e occupazionale e utilizzando le risorse in modo più efficiente.

I soggetti deboli sono prevalentemente in carico ai servizi sociali e «drenano», in termini di minimo vitale erogato ad personam, ingenti risorse. Mediamente, un comune di 300.000 abitanti eroga oltre 1.200.000 di euro all’anno di contributi per il minimo vitale. Parte di queste risorse vengono assegnate a persone ancora in grado di svolgere un’attività lavorativa e che potrebbero quindi essere tolte dal circuito assistenziale. Basti pensare che, mediamente, circa il 30 per cento degli utenti in carico ai servizi sociali di un comune è compreso nella fascia di età che va dai trentacinque ai cinquantaquattro anni. Individuare per loro uno status che consenta l’inserimento lavorativo sotto il profilo di socio lavoratore svantaggiato di una cooperativa sociale di cui alla lettera b) significa trasformare il sussidio in lavoro, cioè l’unico vero obiettivo perseguibile da ogni amministrazione pubblica.”

DDL C3056: una proposta di modifica delle categorie di svantaggio

L’on Delia Murer (PD) ha presentato presso la Camera dei deputati il PdL 3056, che propone la  modifica delle categorie di svantaggio. Si inizia oggi la pubblicazione di alcuni materiali su questo progetto di legge.

Il progetto di legge C.3056 (Murer ed altri) modifica la legge 4 novembre 1991, n.381, recante la disciplina delle cooperative sociali, intervenendo sull’articolo 4 della legge, ove vengono indicate le categorie di “persone svantaggiate” la cui presenza, in misura pari ad almeno il 30% del complesso dei soci, è necessaria per la qualificazione della società come cooperativa sociale. La proposta di legge, in particolare, integra l’elenco delle categorie di persone svantaggiate, al fine di ricomprendervi altri “soggetti deboli”, quali:

  • le persone che desiderino intraprendere o riprendere un’attività lavorativa e che non abbiano lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno 2 anni, e, in particolare, i soggetti che abbiano lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare;
  • le persone che abbiano più di 50 anni e siano prive di un posto di lavoro o in procinto di perderlo;
  • i disoccupati di lungo periodo, ossia i soggetti senza lavoro per 12 degli ultimi 16 mesi o, nel caso di giovani con meno di 25 anni di età, per 6 degli 8 ultimi mesi;
  • le persone prive di un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado o equivalente, prive di un posto di lavoro o in procinto di perderlo;
  • le donne straniere vittime della tratta, costrette a prostituirsi, che abbiano deciso di abbandonare la loro condizione di sottomissione e di sfruttamento e che usufruiscano del programma di assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18 del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), imperniato sul rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.

Questa la riformulazione del testo:

1. Il comma 1 dell’articolo 4 della legge 8 novembre 1991, n. 381, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:
«1. Nelle cooperative che svolgono le attività di cui all’articolo 1, comma 1, lettera b), si considerano persone svantaggiate gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, i condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione previste dagli articoli 47, 47-ter e 48 della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni; qualsiasi persona che desideri intraprendere o riprendere un’attività lavorativa e che non abbia lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno due anni, in particolare qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare la vita lavorativa e la vita familiare; qualsiasi persona priva di un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado o equivalente, priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi persona con più di cinquant’anni priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo; qualsiasi disoccupato di lungo periodo, ossia una persona senza lavoro per dodici dei sedici mesi precedenti o per sei degli otto mesi precedenti nel caso di persone con meno di venticinque anni di età; donne straniere vittime della tratta, costrette a prostituirsi, che abbiano deciso di abbandonare la loro condizione di sottomissione e di sfruttamento e che usufruiscono del programma di assistenza e integrazione sociale ai sensi dell’articolo 18 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. Si considerano inoltre persone svantaggiate i soggetti indicati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro della salute e con il Ministro dell’interno, sentita la Commissione centrale per le cooperative disciplinata dall’articolo 4 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 maggio 2007, n. 78».

Tra vecchie e nuove tipologie di svantaggio: cosa sta accadendo nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo

Di Sara Depedri, Euricse
Le cooperative sociali di inserimento lavorativo si occupano da ormai più di vent’anni dell’inserimento di soggetti svantaggiati, ma le tipologie cui esse hanno progressivamente rivolto la loro azione è variato non poco nel tempo. Tali cambiamenti sono stati il risultato di un aumento della domanda di servizi di formazione e inserimento da parte di nuove tipologie di soggetti; di una evoluzione giuridica del concetto di svantaggiato; e di una apertura delle stesse cooperative sociali sostenuta anche dal loro consolidamento e dalla loro crescente stabilità economico-finanziaria.

Per quanto riguarda l’evoluzione della domanda, essa è spiegata dalle crescenti difficoltà sul mercato del lavoro in termini sia di crescente disoccupazione in generale che di razionamento da parte del mercato stesso di alcune tipologie di lavoratori: i giovani con bassa scolarizzazione, gli over-50 che hanno perso il precedente lavoro, le donne a rientro dalla maternità o da periodi di assenza prolungata dal mercato del lavoro, i disoccupati di lungo periodo in generale. A queste nuove tipologie di svantaggiati sul mercato del lavoro hanno prestato attenzione anche recenti politiche e normative. Negli anni la rivisitazione giuridica della definizione di soggetto svantaggiato è infatti stata significativa. Dall’attenzione esclusiva all’invalidità (propria della legge 482/68), si è passati nel 1999 all’inclusione nella categoria dei lavoratori svantaggiati di tutti i soggetti con disabilità fisica o psichica (legge 68). La legge 381/91 istitutiva delle cooperative sociali ha esplicitamente ampliato la categoria degli svantaggiati a tutte le situazioni di emarginazione e disagio sociale, con riferimento particolare ad ex-detenuti e persone affette da dipendenza. Ed in questi ultimi anni il regolamento comunitario 2204 nel 2002 (successivamente sostituito tuttavia dal più blando regolamento 800 del 2008) e il decreto legislativo 155/2006 sull’impresa sociale poi, hanno ritenuto in generale svantaggiati anche le già citate categorie di persone con elevata difficoltà di accesso al mercato del lavoro.

Ma soprattutto, i dati portano alla luce una diversa risposta che le cooperative sociali hanno cercato di dare alla domanda emergente di formazione e inserimento al lavoro da parte delle nuove categorie di svantaggiati.

Secondo la ricerca ICSI2007 realizzata da un network di università coordinato dall’Università di Trento su un campione di 99 cooperative sociali di tipo B di tutta Italia, nel 2006 il 13,2% del totale degli svantaggiati inseriti nelle cooperative intervistate rientrava in categorie diverse da quelle identificate dalla 381/91 e molte cooperative rivolgevano i loro servizi in particolare ai giovani con difficoltà occupazionali (11,7%) e ai disoccupati di lungo periodo (10%). A questa percentuale si aggiunge un 13% circa di lavoratori appartenenti alle categorie connesse al cosiddetto disagio sociale e a difficoltà di ingresso sul mercato del lavoro, quali immigrati, giovani con difficoltà occupazionali, disoccupati di lungo periodo, donne fuoriuscite dal mercato del lavoro. Un dato significativo che è l’effetto di un progressivo ampliamento dell’offerta di servizi di inserimento al lavoro. Le stesse cooperative sociali intervistate hanno dichiarato nel 55% dei casi di avere aumentato negli ultimi anni le tipologie di svantaggio cui esse rivolgono la loro azione.

Accanto a queste ben individuabili categorie di lavoratori svantaggiati, sono tuttavia presenti in cooperativa sociale anche altri numerosi lavoratori con caratteristiche di svantaggio rispetto al mercato del lavoro ma inquadrati contrattualmente come lavoratori ordinari (o normodotati). La realizzazione di procedure di raggruppamento (cluster) sui dati della stessa indagine ICSI2007 hanno messo in evidenza come due terzi dei lavoratori ordinari assunti dalle cooperative sociali e intervistati nell’indagine abbiano un basso titolo di studio, come il 39% provenga dalla disoccupazione (il 47% tra i lavoratori con la scuola dell’obbligo) e comunque come un terzo del totale ammetta di non avere alternative occupazionali, dato anche il basso titolo di studio e le difficoltà precedenti sul mercato del lavoro e nonostante un’età media non eccessivamente elevata (pari a 43 anni). La presenza di questa classe di lavoratori non pone alcun dubbio: le cooperative sociali svolgono un ruolo importante anche nell’assumere tramite gli strumenti tradizionali di impiego anche lavoratori che possono essere a tutti gli effetti considerati svantaggiati o emarginati sul mercato del lavoro.

Questi dati permettono di avere una quantificazione degli effetti occupazionali; ma interessante è osservare anche la qualità delle posizioni lavorative offerte. In termini contrattuali e reddituali, le posizioni lavorative offerte ai lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro si presentano stabili (l’81% è assunto con contratto a tempo indeterminato) ed i salari discreti (poco più di 1000 Euro in media per i lavoratori a full-time) e spesso i contratti rispondono alle esigenze di flessibilità oraria richieste soprattutto dalle lavoratrici (il 35% ha un part-time per propria scelta). Forti sono inoltre soprattutto le loro motivazioni non economiche al lavoro: anche se sicuramente l’esigenza di avere uno stipendio rappresenta un motivo fondamentale per aver deciso di lavorare nella cooperativa (punteggio medio assegnato di 5 su scala da 1 a 7), è molto sentita anche la scelta dell’organizzazione per la natura sociale del lavoro  e per la condivisione dei suoi ideali e valori. La soddisfazione dei lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro è inoltre elevata sia per il lavoro nel suo complesso che per gli aspetti contrattuali, che per le relazioni con colleghi e superiori e per l’utilità sociale del lavoro.

I benefici psicologici per i lavoratori svantaggiati inquadrati dalla 381/91 sono invece quantificabili soprattutto in  termini di crescita personale e professionale. Un’indagine condotta su lavoratori con problemi psichiatrici (Zaniboni et.al) ha recentemente mostrato che la maggior parte dei lavoratori svantaggiati intervistati ha beneficiato nel periodo di inserimento di un forte e continuo supporto sociale (per il 76%), ha una manifestata diminuzione della sintomatologia (per il 60% circa), ha aumentato la propria efficacia lavorativa (67%) e produttività (66%) con una conclusiva significativa manifesta volontà di continuare la propria attività lavorativa (dato dichiarato dall’87% degli intervistati).

Un mondo che offre quindi possibilità occupazionali a tipologie di soggetti diversi, rispondendo ad aspettative e bisogni sempre più diversificati, ma con la capacità di rispondere motivando, supportando nella crescita, e soddisfacendo. Offrendo quindi servizi efficaci nel loro complesso.

Dal macro al micro, dati dal seminario di Milano

Nel seminario di Milano del 10 febbraio è intervenuta Sara Depedri, dell’Università degli Studi di Trento, che ha presentato alcune slide in cui si riassumono dati delle ricerche di Euricse e di altri enti. Nei prossimi giorni saranno pubblicati alcuni articoli che approfondiscono nel merito i temi, per cui ci si limita oggi e illustrare la struttura della presentazione ed alcuni dati.

Viene proposta in primo luogo un’analisi macro (slide 5-7), in cui sono richiamati i principali dati sul numero di svantaggiati inseriti, sulle categorie di svantaggio e, per quanto possibile, sull’evoluzione di questi numeri. L’ultima indagine sull’universo delle cooperative risale al 2005 (Istat) e documentava l’inserimento di oltre 39 mila persone svantaggiate, oltre il 54% dei lavoratori delle cooperative di tipo B.

Le successive slide sono dedicate ad aspetti micro; si inizia con l’analisi dell’organizzazione, dove emerge l’orientamento a aumentare e differenziare le categorie di svantaggio inserite, la prevalenza di rapporti a tempo indeterminato e lo stretto rapporto con i servizi pubblici invianti. La grande maggioranza delle cooperative lavora attraverso progetti individualizzati e prevede un tutor nonché, in più della metà dei casi, un responsabile sociale degli inserimenti lavorativi. Rispetto agli esiti dei percorsi di inserimento, nella maggior parte dei casi la scelta tra integrazione stabile in cooperativa e inserimento all’esterno è fatta sulla base delle caratteristiche di ciascuna persona e della ricettività del mercato.

I dati esposti consentono quindi di individuare come tra i lavoratori non certificati come svantaggiati vi è un gruppo, caratterizzato da bassa istruzione, provenienza dalla condizione di disoccupazione e età non più giovane che è portatrice di caratteristiche che espongono al rischio di esclusione di lungo periodo dal mercato del lavoro.

Le ultime slide, (dalla 20 in poi) sono dedicate ad aspetti motivazionali e mettono il luce le diverse sfumature economiche, relazionali di altro genere alla base della scelta di operare nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Venerdì si è parlato di inserimento lavorativo a Torino e a Firenze… Oggi si parla di Libro Verde in Sardegna

Le domande giuste da farsi

Proviamo a fare ordine sul tema “categorie di svantaggio” dopo gli ultimi due post, uno sulle assistenti familiari, uno sui giovani in cerca di prima occupazione. Cosa accomuna queste due categorie, entrambe al di fuori dell’ambito classico delle cooperative sociali? In una parola, si può rispondere così: occuparsi di queste persone risponde ad una “attualità” nelle problematiche relative all’esclusione lavorativa, rappresenta una risposta a questioni emergenti su cui istituzioni, media e tessuto sociale si interrogano.

E questo ci rimanda ad una meta – domanda: al di là di ciò che dice (e che in futuro dirà) la legge, come definiamo le priorità di azione? Sulla base si una supposta “vocazione” della cooperazione sociale che “in se stessa” è chiamata ad occuparsi di disabili oppure di ex tossicodipendenti o di altri cittadini? O invece sulla base delle criticità – ovviamente quella effettiva e supportata da analisi serie, non quella contingente o legata alle ondate emotive dei media – a che i diversi fenomeni di esclusione lavorativa assumono nella società? Certo, ciascuna cooperativa, per scelta dei soci, per storia, per propria specializzazione, può scegliere di dedicarsi una certa categoria, ma la cooperazione sociale in quanto tale, se vuole posizionarsi al centro del dibattito sull’esclusione lavorativa, non può prescindere dal rimanere in rapporto con i bisogni sociali nella loro evoluzione. E questo potrà portarci – si ripete, anche al di là di ciò che prevede e prevederà la legge – ad interessarsi di integrazione lavorativa di cittadini immigrati, di assistenti familiari, di due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, delle persone espulse e non ricollocabili con gli strumenti ordinari, ecc. E certamente, delle categorie dell´articolo 4 della legge 381/1991. Magari non di disoccupazione in quanto tale, ma quantomeno di disoccupazione che rimane tale in assenza di interventi specifici, di chi è disoccupato o sotto occupato perché portatore di caratteristiche che lo rendono negativamente discriminato sul mercato del lavoro. Non senza definire priorità sulla base della rilevanza che tali fenomeni di esclusione via via assumono. E necessariamente i gruppi di cittadini che rientrano in questa definizione oggi potrebbero non essere gli stessi né di ieri né di domani.

Non per tutti la risposta sarà la stessa, non per tutti sarà l’inserimento lavorativo in cooperative B, ma non è questo ad essere decisivo: l’importante è concepire la propria mission non come definita in origine una volta per tutte, ma in evoluzione come lo sono i bisogni della nostra società. E come evolvono i destinatari, evolveranno di conseguenza gli strumenti. Diventerà più facile posizionarsi al centro del dibattito e non in una nicchia magari oggetto di universale encomio, ma pur sempre nicchia. E forse anche agire su quella percezione, presente in diversi post e commenti, di essere in fondo lasciati da parte da istituzioni, politica e informazione.

Inserirsi nel mercato del lavoro, lo svantaggio dei giovani

Un interessante spunto sul dibattito sull’inserimento lavorativo dall’ultimo rapporto Censis di qualche giorno fa: la crisi ha scaricato i suoi effetti su una sola componente del mercato del lavoro, quella giovanile. Nel 2009 tra gli occupati di 15-34 anni si sono persi circa 485.000 posti di lavoro (-6,8%) e nei primi due trimestri del 2010 se ne sono bruciati quasi altri 400.000 (-5,9%). Di contro, se si esclude la fascia immediatamente successiva, dei 35-44enni, dove pure si è registrato un decremento del livello di occupazione (-1,1% tra il 2008 e il 2009 e -0,7% nel 2010), in tutti gli altri segmenti generazionali, non solo l’occupazione ha tenuto, ma è risultata addirittura in crescita. Sono 2 milioni e 200 mila i giovani (15-34 anni) che non studiano, non lavorano, non cercano occupazione. A questo proposito si puo’ evidenziare che la disciplina dell’Impresa Sociale (D. Lgs. 155/06) aveva individuato tra le categorie svantaggiate  proprio questo segmento dell’occupazione, in aggiunta a quelli previsti dalla legge 381 del 1991: “qualsiasi giovane che abbia meno di 25 anni o che abbia completato la formazione a tempo pieno da non più di due anni e che non abbia ancora ottenuto il primo impiego retribuito regolarmente”. A fronte di un problema sociale di tali dimensioni, pare oltremodo opportuna la proposta del Libro Verde di Federsolidarietà di  avviare un ragionamento sull’introduzione di nuove categorie di svantaggio “temporanee”, cui riservare inquadramento e incentivi non necessariamente analoghi a quelli previsti per le attuali categorie menzionate dall’art. 4 della 381/1991.

Categorie di svantaggio, iniziamo a ragionarci

Bene, proviamo a iniziare la discussione sulle categorie di svantaggio. Quelle citate dall’articolo 4 della 381/1991 oggi mettono certamente in luce un limite. Assomigliano all’ufficio dell’assistente sociale (e non di un centro per l’impiego, sia pur nella sezione “casi critici”) di una ventina di anni anni fa. In cui i minori avevano l’obbligo scolastico a 14 anni, ma gli stranieri non erano così numerosi, in cui gli ex degenti degli O.P. erano una categoria in sé rilevante ma in cui la figura del padre di famiglia che ha iniziato a lavorare a 17 anni e a 42 anni è disoccupato dequalificato, irricollocabile, impensionabile era forse meno sentito nella nostra società.

Nella pratica le cooperative sociali hanno da tempo superato le categorie della 381/1991, hanno accolto donne sole con figli a carico offrendo soluzioni di flessibilità che altre imprese non riescono a concepire, persone espulse dal mercato del lavoro senza professionalità appetibili, stranieri e nomadi e così via. Tutto nella quota “non svantaggiati”, ovviamente, facendosi carico delle criticità che ciò comporta da un punto di vista della produttività e della possibilità di assicurare un adeguato supporto alle persone inserite.

Possibile obiezione: ma se apriamo a tutti gli altri, ai disoccupati di lungo periodo, ai lavoratori ultracinquantenni, alle categorie insomma del Regolamento 800/2008, quello che ha sostituito il 2204/2002, non si determinerà un “effetto spiazzamento” a danno degli inseriti a produttività minore? Chi assumerà una persona con disabilità medio grave, se è messa sullo stesso piano di un cinquantenne disoccupato da sei mesi con capacità produttive integre?

Nell’aprire questa discussione, teniamo presenti due aspetti:

  1. il primo riguarda la storia della cooperazione sociale: diverse ricerche, condotti in tempi diversi da più enti, hanno constatato che la quota di lavoratori svantaggiati potenzialmente più problematici (persone con disabilità e con problemi di salute mentale) è costantemente pari a circa la metà del totale degli svantaggiati. E’ vero che, secondo l’ipotesi di cui sopra, ci si sarebbe potuto aspettare che le cooperative inserissero solo ex tossicodipendenti e detenuti, nella realtà, di fatto, non è stato così;
  2. il secondo riguarda la gradualità del favor legislativo: non è detto che debba essere pari per tutti i lavoratori svantaggiati inseriti, né con riguardo alla fiscalizzazione degli oneri sociali, né alla durata dello svantaggio. Talune categorie potrebbero anche non prevedere fiscalizzazione o prevederla per un’entità o per un periodo limitato, ma essere computabili nella quota complessiva, altre potrebbero richiedere non solo la fiscalizzazione ma un “bonus” su lavoratori non svantaggiati che lavorano in affiancamento; talune categorie potrebbero prevedere uno status di svantaggiato determinato ex ante in una durata molto breve, altre forse andrebbero allungate oltre i termini attuali delle certificazioni, per evitare (vedi il caso di ex tossicodipendenti) spiacevoli richieste di certificazione forse improprie dal punto di vista della cura – riabilitazione, ma del tutto appropriate in un percorso di reinserimento sociale. E così via.

Ma questa è solo l’apertura del dibattito…

Le categorie di svantaggio della 381/1991 sono attuali?

La discussione sulle categorie di svantaggio è nata insieme alla 381/1991. Sin da subito vi sono stati infatti studiosi e operatori che hanno ritenuto le categorie dell’articolo 4 della 381/1991 più un appropriate a descrivere bisogni socio assistenziali che condizioni di esclusione dal mercato del lavoro.

Un ulteriore elemento di complessità è costituito dall’intersecarsi tra la definizione di svantaggio della 381/1991, le definizioni connesse alle politiche di incentivo all’occupazione e le definizioni europee del 2002 (Regolamento 2204/2002, art. 2, lettera f) e del 2008 (Regolamento Comunitario 800/2008, articolo 2, punti 18-19-20).

Va tra l’altro segnalato che le categorie previste dal Regolamento Comunitario 2204/2002 sono anche entrate a far parte della sistema normativo italiano sia perché citate in occasione di programmi regionali a finanziamento europeo, sia perché fatte proprie dal d.lgs. 276/2003 (art. 2, comma 1, lettera k).

In ogni caso, anche prescindendo dal dibattito normativo, va segnalato come nei fatti la cooperazione sociale si sia in questi anni resa protagonista di azioni volte a favorire il reinserimento di una pluralità di categorie anche non previste dalla legge 381/1991 quali donne sole con figli a carico, casi sociali, immigrati, ecc.

Il dibattito è oggi quanto mai urgente anche in considerazione dell’evoluzione dei bisogni sociali in questi vent’anni e coinvolge sia le categorie di svantaggio che la graduazione delle politiche di incentivo sia dal punto di vista della durata che dell’intensità dell’aiuto. Su questo blog sono benvenute idee e proposte in merito.