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Raccontiamo al mondo chi siamo

In un precedente post il blog ha trattato, attraverso un’intervista di Vita a Beppe Guerini e Claudia Fiaschi, il tema dei bilanci sociali. In questi mesi il blog ha presentato molte esperienze di inserimento lavorativo e ha rivendicato il valore sociale della cooperazione sociale e il suo contributo quantitativo e qualitativo ai processi di inclusione sociale e lavorativa del nostro Paese.

I bilanci sociali sono sicuramente uno strumento efficace per rendere evidente e trasparente questo prodotto sociale. E quindi una proposta: le cooperative che lo desiderano possono inviare al blog i propri bilanci sociali, accompagnati da una nota (non più di 4 mila caratteri spazi inclusi) che ne evidenzi gli aspetti principali; a partire dalla prossima settimana il blog inizierà a pubblicarli. Vi aspettiamo numerosi.

Prigioniere della bellezza

Consolida, il consorzio della cooperazione sociale trentina, ha realizzato il libro “Prigioniere della bellezza” frutto di un corso formativo realizzato con le detenute come opportunità di dialogo fra dentro e fuori le mura.

«Sono orgoglioso e onorato di ospitare quest’incontro». Ha esordito con queste parole l’assessore comunale ai servizi bibliotecari Renato Tomasi alla presentazione del libro “Prigioniere della Bellezza” alla Biblioteca comunale di Trento. La pubblicazione (stampa a cura della cooperativa sociale Iter) è il frutto del corso formativo realizzato con le detenute della Casa Circondariale di Rovereto da Con.Solida, (il consorzio della cooperazione sociale trentina), e finanziato dal Fondo Sociale Europeo che raccoglie ricette naturali per la cura del corpo e testimonianze di chi vive il carcere «Un libro che – ha affermato Silvano Deavi, presidente di Con.Solida – è un vero e proprio “prodotto di bellezza”, un’opportunità, per me, di scoprire,come da una vicenda molto semplice come mescolare patate e carote, si possa immaginare il carcere in modo diverso: un carcere che superi il modello maschile dove prevale la regola ferrea e ruvida, per adottarne uno più femminile centrato sulla responsabilità dell’istituzione ma anche di ciascun individuo di prendersi cura di sé e degli altri».

La giornalista Fausta Slanzi che ha coordinato l’incontro, ha citato le parole di Antonella Forgione direttrice del carcere che non ha potuto essere presente, ma che ha sempre sostenuto il progetto. «In carcere – scrive la Forgione nel libro – non si possono portare le scarpe con i tacchi, i collant, lo smalto o altri prodotti cosmetici per la propria cura. Quando si entra questi prodotti vengono ritirati e restituiti solo quando si riacquista la libertà. La detenzione al femminile, quindi, priva e mortifica la bellezza e la vanità delle donne e diventa così violenza sull’identità femminile. Bisognerebbe avere meno paura di dare e più coraggio per tentare».

E in questo, ha ricordato Fausta Slanzi, la formazione è strumento fondamentale non solo per reinserirsi nella società, ma anche per vivere la detenzione con un’altra consapevolezza “Fare formazione in carcere – ha affermato Corrado Dallabernardina, responsabile dell’ambito formazione di ConSolida – non è semplice. Da un lato c’è la fatica fisica dei tempi e delle modalità del tutto inusuali, dall’altro c’è la fatica di mantenere, soprattutto per i docenti, il senso di quello che si sta facendo, adattandosi ad uno spazio in molti sensi ristretto senza rinunciare a trasferire le proprie competenze.

La presentazione è stata poi arricchita dalla dimostrazione pratica da parte di Samira Fatih, estetista e docente del corso, che ha mostrato al numeroso pubblico come sia possibile farsi una maschera economica e naturale sfruttando le proprietà di ingredienti semplici come miele e lievito.

Nell’incontro sono stati ricordati anche altri percorsi formativi: quello che sta nascendo con L’Ufficio per il Sistema bibliotecario trentino e quello realizzato da Radio Dolomiti. È intervenuto a raccontare l’esperienza Corrado Tononi, direttore della radio. “Per noi entrare in carcere e costruire insieme ad alcuni detenuti un programma radiofonico, è stata una grande esperienza. Si dice che la radio rende liberi, e in questo caso ne abbiamo avuto la dimostrazione.”

Infine, Silvano Deavi ha ricordato anche l’altro strumento di inclusione sociale che la cooperazione utilizza all’interno del carcere: il lavoro. Oltre al laboratorio di assemblaggio che da 5 anni è gestito dalla cooperativa Kaleidoscopio in collaborazione con la cooperativa Alpi, partiranno a giugno altri due progetti che coinvolgeranno i detenuti: la lavanderia, della cooperativa Le Coste, e la digitalizzazione degli archivi del Servizio provinciale Acque realizzata dalla cooperativa Kinè.

Veneto, cooperativa Primavera: l’innovazione è imparare dalle buone prassi, realizzarle e diffonderle

Tra gli interventi raccolti nel corso del seminario di Federsolidarietà Veneto vi è anche quello di Paolo Tosato della cooperativa Primavera, che è sotto riportato in sintesi.

Cercare di offrire nuovi spunti e nuove idee per le cooperative sociali di tipo B rischia di essere semplicemente un esercizio mentale che facciamo credendoci degli innovatori mentre per lo più siamo cooperatori che hanno percorso delle strade, in gran parte già percorse da altri, imparando dagli errori altrui e valorizzando invece le felici intuizioni. Non ho difficoltà ad ammettere che gli strumenti che ci hanno permesso, pur in periodi di crisi, di aumentare le attività e di far partire nuovi settori, state mutuate da altre realtà; senza mezzi termini direi che abbiamo copiato la progettualità del Consorzio InConcerto, e lo spirito d’impresa nel settore edile di alcune cooperative bresciane che ci hanno offerto la loro esperienza. Non credo conseguentemente che trovare nuove strade sia il nostro fine, credo che l’innovazione fine  a se stessa risulta essere una perdita di tempo, credo che la prima innovazione sia riscoprire il nostro essere cooperative sociali. Per questo veniamo preferiti ad altre forme d’impresa per questo ci distinguiamo e questo è il nostro valore aggiunto.

Questo non significa sottovalutare gli aspetti tecnici del nostro lavoro. Crescere in termini di competenze e di imprenditorialità sono passaggi fondamentali e dirimenti rispetto al futuro delle nostre realtà, ma sono sforzi inutili se non mettiamo preliminarmente in chiaro che la cooperazione sociale fa bene il proprio lavoro mantenendo l’obbiettivo sulla promozione della persona e sul sostegno alle fasce deboli. Questo significa fare quello che gli altri non fanno, prima di tutto perché siamo quello che gli altri non sono.

Sicuramente dobbiamo puntare all’eccellenza, e per questo dobbiamo in spirito cooperativo addestrarci tutti a valorizzare, senza rivalità ed invidie, all’interno del nostro mondo le esperienze migliori e porle a sistema, imparare da queste perché alzino la qualità del nostro essere imprese. Come in una gara ciclistica la fuga di alcuni alza la velocità media del gruppo, così nel sistema della cooperazione sociale le punte di eccellenza devono essere da stimolo per tutti per  crescere e per affrontare un mercato che ha posto come valore fondamentale per il proprio esistere la libera competizione fra tutti gli attori economici. E per competere dobbiamo fare bene il nostro lavoro ma farlo in modo diverso, portando un valore aggiunto che altri non possono portare.

Non ho difficoltà ad affermare che in un momento di crisi occupazionale le cooperative sociali, A e B indistintamente, non si possono chiamare fuori. L’occupazione, il lavoro ed il reddito, nella nostra società, sono fondamenti indispensabili per il benessere della persona. Credo che siamo chiamati  ad intervenire la dove c’è un bisogno reale e dove la nostra sussidiarietà può davvero fare la differenza. Creare posti di lavoro stabili in un momento in cui le altre forme d’impresa perdono occupazione ci dà finalmente la possibilità di distinguere e di affermare una volta ancora, e credo con maggiore forza, che la cooperazione sociale è una forma d’impresa che può davvero cambiare in meglio la società. Ed è questo che dobbiamo mettere in mano ai nostri rappresentanti di Federsolidarietà perché venga messo a valore nelle sedi opportune e ci consenta di trarre vantaggi per tutto il sistema. …

Purtroppo, e dispiace dirlo, talvolta il limite delle cooperative è quello di saper cooperare. Le difficoltà nel mettere insieme realtà diverse sono enormi e a volte non basta nemmeno la necessità ad indurre i cooperatori a trovare le strade per superare le difficoltà. Probabilmente su questo aspetto è necessario un impegno particolare dell’associazione di rappresentanza, impegno volto a far comprendere innanzitutto come il novanta per cento delle nostre realtà da solo non ha le dimensioni per competere nel prossimo decennio in un mercato che continua ad alzare la soglia minima di sopravvivenza ed in secondo luogo a formare cooperatori prima che manager, persone interessate al benessere della persona prima che buoni contabili, perché le capacità tecniche, seppur indispensabili, si possono imparare, le capacità umane e l’essere cooperatori invece è un modo di essere e per questo va formato.

Cento Orizzonti, profit e non profit scommettono insieme

Tra le esperienze presentate nel seminario di Federsolidarietà Veneto vi è quella del consorzio Cento Orizzonti. Si tratta di un consorzio stabile, nato per sviluppare una forte struttura centralizzata per l’analisi e lo sviluppo delle progettualità e di controllo dell’operatività, valorizzando al tempo stesso le realtà territoriali, in alcuni specifici settori di attività:

  • prenotazione telefonica delle visite;
  • gestione documentale;
  • archiviazione;
  • gestione di sportelli;
  • gestione di call center.

Si tratta di attività che se ben gestite hanno un forte impatto territoriale e un notevole riconoscimento sociale; è un settore particolare, non presidiato da  “società pubbliche”. Anche la cooperazione era assente; si trattava di servizi a gestione pubblica che ad un certo punto hanno inziato a rappresentare uno spazio di mercato libero (poi velocemente riempitosi), che Cento Orizzonti ha in parte occupato con un ruolo da protagonisti. Cento Orizzonti ha quindi una sola mission: “portare a casa lavoro per i suoi associati”: questo per creare e consolidare occupazione, soprattutto a favore di persone svantaggiate. Come ovvia conseguenza vi è quella di difendere gli investimenti dei soci.

Gli aspetti di particolare interesse sono la scelta societaria (Cento Orizzonti è un consorzio stabile) è il fatto che Cento Orizzonti abbia come propri associati per il 50% soggetti for profit e per il 50% cooperative sociali.

Rispetto alla forma societaria, la soluzione è stata adottata dopo averne scartato le altre che sarebbero risultati paralizzanti sul piano della partecipazione alle gare. Di fatto, in sede di gara in caso di RTI ogni volta sarebbe stato necessario acquisire la documentazione di tutte le cooperative, mentre nel caso di consorzi non stabili o cooperativi sarebbe necessario organizzare volta per volta forme di avvalimento.

La collaborazione con il profit nasce dalla consapevolezza che le cooperative sociali avevano bisogno di supporto per la parte tecnologica e avevano, da sole, minore capacità di investimento, oltre che una certa inesperienza. Il profit ha inoltre messo in mostra la capacità di investire sul fronte commerciale in misura che non sarebbe sostenibile per le sole cooperative sociali. Da parte loro le cooperative sociali hanno invece il valore aggiunto del radicamento territoriale diffuso, quello che manca alle imprese profit di medie e grosse dimensioni: la capacità di intercettare umori, informazioni, conoscenze del territorio, combinata  con la capacità di creare un interfaccia diretto con le istituzioni pubbliche locali, che consente di raggiungere mercati o nicchie di mercati che altri competitor non possono raggiungere.

Alternativa Ambiente: l’integrazione con il pubblico e la scommessa sulla rete

Sempre dal seminario di Federsolidarietà Veneto, la buona prassi di Alternativa Ambiente. Nata in stretta integrazione con la pubblica amministrazione, ha visto un significativo sviluppo negli anni novanta. Ora ha reagito alle difficoltà di applicazione delle convenzioni 381/91 con una strategia di rete che coinvolge le altre cooperative del territorio.

Nel 1989 nasce a Treviso la cooperativa Alternativa, che individua la sua  mission nell’accoglienza di persone provenienti dell’area della devianza e dell’emarginazione, finalizzata dapprima ad un percorso riabilitativo occupazionale e successivamente all’inserimento lavorativo; questa attività si sviluppa in stretta interazione con la pubblica amministrazione del territorio. La Cooperativa vede da subito la possibilità di sviluppare le proprie attività d’impresa nell’ambito dei servizi ambientali; inizia da subito con i servizi di raccolta carta, cartone e lattine in alluminio. Questa intuizione dà il via ad una serie di collaborazioni con molti Comuni del territorio e con i primi Consorzi di Comuni, che affidano questi servizi alla Cooperativa principalmente con lo scopo di razionalizzare la raccolta dei rifiuti e contenerne i costi, intraprendendo un sistema di “porta a porta spinto” grazie a cui oggi nell’area la raccolta differenziata si attesta oggi all80% dei rifiuti raccolti. In questo contesto, nei primi anni ’90, nasce e si sviluppa Alternativa Ambiente, cooperativa sociale di tipo B che si sostituisce ad Alternativa per quanto attiene gli inserimenti lavorativi.

Negli anni seguenti il lavoro si sviluppa ulteriormente, grazie al rapporto con enti locali e società di servizi; per la Cooperativa sono questi anni in cui il fatturato cresce in maniera esponenziale, passando dai primi 500 mila euro a quasi 6 milioni di fatturato in poco tempo. Oggi la cooperativa dà lavoro ad oltre 250 persone, con una percentuale di svantaggio che si aggira attorno al 50%. La significativa integrazione con i soggetti pubblici è ben rappresentata dal fatto che nel 2005 il presidente di Alternativa Ambiente viene indicato come presidente della società che assicura i servizi ambientali agli enti locali del territorio.

Oggi Alternativa Ambiente, sotto la regia di Federsolidarietà Treviso, ha costituito, insieme ad altre cooperative del territorio e a due consorzi di cooperative sociali  Intesa e In Concerto come soci sovventori, un consorzio di scopo che si interfaccerà con i consorzi di enti locali e le loro società di servizi. Con questa scelta si intendono affrontare le difficoltà formali emerse circa l’affidamento di commesse a cooperative sociali, soprattutto in questi settori di attività, nonché unire competenze  e risorse significative. Questa scelta porterà infatti ad aggregare un gruppo di cooperative che vanta un fatturato nel settore dei servizi ambientali che complessivamente si aggira attorno ai 7/8 milioni di euro, ma anche una forza lavoro che si attesta attorno alle 300/350 unità, un parco automezzi che supera le 100 unità, una serie di iscrizioni alle categorie merceologiche estremamente ampio ed una serie di certificazioni (ISO 9001, 18000 etc ). Tutto questo rappresenta una reale garanzia anche per eventuali appalti al di fuori del contesto provinciale, rendendo il Consorzio in grado di confrontarsi ad un certo livello con i competitor del mondo profit.

Consorzio In Concerto: integrazione e flessibilità per l’inserimento lavorativo

Il seminario di Federsolidarietà Veneto ha offerto la possibilità di conoscere numerose esperienze imprenditoriali eccellenti; oggi il blog si dedica al  consorzio In Concerto, riproducendo di seguito una sintesi della relazione presentata durante il seminario.

Il Consorzio In Concerto nasce nel 2002, ed è il completamento di un percorso sociale virtuoso, acceso dalla cooperativa socio assistenziale L’Incontro nel 1991, fondata nello stesso anno e di cui, quest’anno, si festeggia il ventennale. La cooperativa L’Incontro, dopo le prime esperienze di educazione e riabilitazione delle persone con disabilità psichiatrica attraverso attività lavorative, capisce l’indispensabile necessità per queste persone di avere accesso, dopo la prima fase di permanenza nei COD (Centri Occupazionali Diurni), al mercato del lavoro. Per questo la cooperativa stessa dà vita ad alcune cooperative di inserimento lavorativo, aggregandole poi, attraverso lo strumento consortile.

Tra gli aspetti più rilevanti dell’attività consortile, va evidenziato come In Concerto agisca  da  “referente  e  garante  contrattuale”  nei  confronti  dei  principali  clienti pubblici e privati, assicurando così agli associati il vantaggio competitivo delle offerte in “Global Service” che  si  configura  più  sovente  nell’offerta di  servizi  di  assistenza  alla persona, congiuntamente a servizi di lavanderia, pulizie, catering e trasporti, cura del verde  e  manutenzioni,  i  quali  a  loro  volta  sono  forniti  da  cooperative  sociali  che accolgono  soci-lavoratori  svantaggiati (a questo proposito In Concerto parla di  “Social Global Service”).

In Concerto ha quindi una struttura fortemente integrata, ma anche fortemente flessibile, che facilita i processi di acquisizione di risorse finanziarie necessarie allo sviluppo, oltre che le economie di scala con i servizi trasversali. Ciò ha rappresentato un chiaro vantaggio nell’affrontare le criticità della crisi industriale, laddove  la diversificazione produttiva ha premiato le cooperative dei servizi che hanno continuato a crescere, mentre tutte le cooperative dell’area industriale hanno scelto, come era giusto ed ovvio, di non ridurre il personale, ma la loro altrettanto ovvia perdita è stata coperta dalla solidarietà di rete. Oltre a ciò diversi posti di lavoro sono stati garantiti dalla mobilità interna temporanea tra le cooperative, gestita attraverso un protocollo concordato con il Sindacato e la cui progettazione è stata condivisa con Veneto Lavoro.

Un ambiente produttivo così variegato  presenta molteplici opportunità per gli inserimenti lavorativi di persone svantaggiate, sia dall’esterno che dall’interno (dai COD). Molto spesso, inoltre, il Consorzio gestisce direttamente, quale soggetto promotore, tirocini appositamente calibrati alla tipologia di disagio e/o di svantaggio.

Gorizia, un’alleanza per l’inserimento lavorativo e l’integrazione sociale

Una delle buone prassi presentate il 20 gennaio nel seminario di Roma riguarda un complesso di interventi attivati dal consorzio Il Mosaico di Gorizia – Udine in partenariato con le Aziende Sanitaria Locali, che hanno come oggetto interventi di integrazione sociale e lavorativa in particolare di persone con problematiche di salute mentale.

Il punto di partenza è costituito dal Progetto Riabilitativo Personalizzato (PRP) che è redatto congiuntamente da Consorzio e Azienda sanitaria. Il PRP è uno strumento di programmazione degli interventi riabilitativi stabiliti a partire dai reali bisogni della persona in carico, cui sono assegnate un insieme di risorse anche economiche (Budget di salute); dunque ogni PRP è accompagnato da una “dote” che permette l’attuazione del progetto stesso. L’insieme di questi budget costituisce quindi il budget dell’intero intervento, consentendo di porgrammare e sostenere gli interventi e gli investimento che si sonocomunemente decisi.

Il progetto si articola su tre assi principali: quello della salute / socialità, quello del lavoro e della casa. Rispetto al lavoro, dal confronto tra partner è derivato l’orientamento ad investire su determinati settori che sono stati ritenuti particolarmente appropriati per favorire l’inserimento lavorativo; ciò ha avuto come esito la costituzione di alcune cooperative sociali ad oggetto plurimo, in particolare su settori aperti al mercato (una trattoria, un laboratorio con negozio annesso, un’azienda agricola, oltre alla gestione di un parco naturale e recentemente di un maneggio). Oggi sono occupate circa 80 persone svantaggiate in queste attività.

Il lavoro è un tassello di un progetto più ampio, che, oltre agli aspetti di cura e supporto psicologico e psichiatrico, comprende un’azione specifica per assicurare l’autonomia abitativa, garantita attraverso la disponibilità di 20 appartamenti che si aggiungono a 35 posti presso strutture comunitarie.

L’asse sulla socialità prevede l’attivazione ed il sostegno di una iniziative finalizzate a facilitare e rendere prassi quotidiana la frequentazione di contesti di relazione comunitaria. Facilitata forse dalla distribuzione demografica (comuni piccolissimi, spesso anche frazioni) punta anche ad intervenire rispetto alla rimozione dello stigma ancora presistente rispetto ai temi della malattia mentale.

Provincia di Catania e Idea Agenzia per il Lavoro, un accordo per l’occupazione

Anche questa buona prassi è stata presentata nel seminario di Roma del 20 gennaio; riguarda una sinergia tra la Provincia di Catania, il Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro e il suo socio locale Laire per realizzare percorsi di integrazione lavorativa e sociale delle persone deboli. Sulla base dell’accordo,  la Provincia si è impegnata a:

  • coinvolgere Idea Lavoro in tutti i tavoli per le politiche del lavoro e facilitare l’instaurarsi di collaborazioni con altri EEPP (es. ASL, DAP, Università, etc.) e tutti gli altri interlocutori pubblici e privati;
  • facilitare  il contatto tra Idea Agenzia per il lavoro e le aziende, in specie quelle in obbligo L 68/99, fornendo l’elenco delle aziende;

Le parti hanno fatto ricorso alla forma del Protocollo di Intesa; il primo accordo è stato stipulato nel 2002, poi, considerati gli esiti positivi, nel luglio 2010 è stato firmato un secondo Protocollo d’Intesa che ha fra i suoi obiettivi anche quello di favorire l’applicazione dell’art 12 bis L 68/99.

Il protocollo può documentare risultati concreti, sia sul fronte dei tirocini che degli avviamenti al lavoro veri propri; di seguito i dati sino al 2008.

tirocini formativi

avviamenti al lavoro

totale
2002 16 26 42
2003 12 15 27
2004 30 10 40
2005 33 105 138
2006 44 74 118
2007 158 134 292
2008 166 25 191
459 389 848

Il protocollo ha inoltre previsto la collaborazione con l’Università di Catania per l’elaborazione e l’implementazione di metodiche sull’inserimento lavorativo da cui sono nate alcune pubblicazioni.

Qualche volta le cooperative B fanno fatica

Nel seminario di Federsolidarietà Puglia del gennaio scorso, accanto alle esperienze di successo, è stata raccontata anche un’esperienza difficile, che merita di essere raccontata per riflettere sul tema del mercato in cui opera una cooperativa sociale di tipo B.

Una cooperativa sociale salentina aveva deciso, dato i buoni esiti che stava riscuotendo sul mercato, di fare degli investimenti realizzando due settori produttivi a livello industriale, una dedicato alla cartotecnica e l’altro alla legatoria, superando ed abbandonando il livello artigianale. A causa del cambiamento del mercato, che si è manifestato al termine della realizzazione degli investimenti, la cooperativa ha iniziato a subire una forte crisi. Il settore della cartotecnica, infatti, si è trovato a competere con l’ingresso sul mercato dei prodotti asiatici; lo stesso è avvenuto per il settore della legatoria, dove nonostante l’abbattimento degli oneri sociali per l’assunzione dei soggetti svantaggiati, la cooperativa non è stata in grado di competere con i prezzi dei prodotti offerti dai mercati asiatici. L’esperienza si è risolta con la vendita della struttura ad un’impresa profit e l’abbandono del sogno e progetto di inserimento lavorativo attuato in forma cooperativa.

L’esperienza ha insegnato, innanzitutto, la necessità di orientare la cooperativa alla stregua di una qualsiasi altra tipologia di impresa presente sul mercato ed operante nello stesso settore produttivo ma anche l’opportunità di usare chiavi di lettura del mercato simili a quelle del mondo profit, capaci di leggere i cambiamenti in atto e prevenirne le eventuali conseguenze. Allo stesso tempo, si è evidenziata l’urgenza di avviare delle strategie di collaborazione ed azioni innovative con il mondo delle imprese profit, che possano supportare i processi e progetti avviati dalle cooperative sociali, valorizzando il contenuto della mission aziendale di queste ultime.

Dalla Puglia, un’esperienza e alcune domande

Si pubblica oggi un’altra delle esperienze raccontate durante il seminario di Federsolidarietà Puglia del 24 gennaio, quella della cooperativa Tasha; se ne sintetizza di seguito l’intervento, in cui vengono poste alcune questioni generali relative agli esiti dei percorsi di inserimento nelle cooperative B.

Tasha è una cooperativa di tipo B che da oltre 10 anni realizza servizi di gestione del randagismo canino. L’attività è iniziata  con tre soci lavoratori mentre oggi i soci lavoratori e dipendenti sono oltre 20. Nei primi anni le attività di inserimento lavorativo riguardavano soprattutto tossicodipendenti ed alcolisti, oggi invece sono inseriti anche soggetti in trattamento psichiatrici, disabili fisici, ex detenuti e molte persone che hanno gravi situazioni socio economiche; gurda con favore la possibilità di ampliamento delle categorie svantaggiate secondo i regolamenti comunitari. La cooperativa ha ottenuto un contratto di servizio con l’amministrazione comunale per quindici anni per realizzare e gestire il canile sanitario di Bitonto e l’anagrafe regionale oltre che a realizzare un progetto di PET therapy con un gruppo di utenti psichiatrici.

Un problema su cui è stata richiamata l’attenzione dei presenti attiene la fase di conclusione del progetto individualizzato e alla possibilità di successiva ricollocazione. Al termine del progetto, secondo l’esperienza della cooperativa, ci si trova ad un bivio: espellere gli svantaggiati (che rischiano di ricadere nell’esclusione) garantendosi una ciclicità delle persone inserite o inserire definitivamente tali soggetti nel proprio processo produttivo con il rischio di non poter più rispettare il vincolo del 30% e eliminando la possibilità di realizzare un turn over finalizzato alla “formazione on the job”. O in alternativa la cooperativa deve assicurarsi delle nuove commesse crescendo in maniera esponenziale. Ciò in un sistema economico-produttivo attualmente in forte crisi, rende veramente difficoltoso ricollocare in contesti produttivi ordinari. Così accade che molte persone a fine percorso tornano in carico ai servizi sociali locali e i risultati del percorso di inserimento lavorativo sono vanificati dai disagi legati alla perdita del reddito.

Altro problema è quello legato all’inserimento di lavoratori non più giovani, con famiglie o persone a carico e/o con passai problemi problemi di dipendenza, oppure ex detenuti. La pubblica amministrazione in questi casi  quando non può più rilasciare, da un certo momento in avanti, la documentazione che ne attesta lo stato di svantaggio, mettendo ancora una volta la cooperativa di fronte al bivio di cui sopra; senza tener conto del fatto che anche gli sgravi contributivi vengono azzerati e che se si scende al di sotto del 30 % con il numero degli inseriti la cooperativa rischia di perdere l’iscrizione all’Albo regionale con conseguenze chiaramente abbastanza gravi per la gestione delle convenzione e dei servizi in carico alla cooperativa. Questa problematica si accentua ancora di più quando i soci fondatori o il gruppo promotore della cooperativa è costituito da persone svantaggiate di queste categorie che si organizzano in una forma di mutuo aiuto attraverso un’attività imprenditoriale e poi nel corso del tempo perdono i requisiti previsti per essere riconosciuti svantaggiati.