Tra vecchie e nuove tipologie di svantaggio: cosa sta accadendo nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo

Di Sara Depedri, Euricse
Le cooperative sociali di inserimento lavorativo si occupano da ormai più di vent’anni dell’inserimento di soggetti svantaggiati, ma le tipologie cui esse hanno progressivamente rivolto la loro azione è variato non poco nel tempo. Tali cambiamenti sono stati il risultato di un aumento della domanda di servizi di formazione e inserimento da parte di nuove tipologie di soggetti; di una evoluzione giuridica del concetto di svantaggiato; e di una apertura delle stesse cooperative sociali sostenuta anche dal loro consolidamento e dalla loro crescente stabilità economico-finanziaria.

Per quanto riguarda l’evoluzione della domanda, essa è spiegata dalle crescenti difficoltà sul mercato del lavoro in termini sia di crescente disoccupazione in generale che di razionamento da parte del mercato stesso di alcune tipologie di lavoratori: i giovani con bassa scolarizzazione, gli over-50 che hanno perso il precedente lavoro, le donne a rientro dalla maternità o da periodi di assenza prolungata dal mercato del lavoro, i disoccupati di lungo periodo in generale. A queste nuove tipologie di svantaggiati sul mercato del lavoro hanno prestato attenzione anche recenti politiche e normative. Negli anni la rivisitazione giuridica della definizione di soggetto svantaggiato è infatti stata significativa. Dall’attenzione esclusiva all’invalidità (propria della legge 482/68), si è passati nel 1999 all’inclusione nella categoria dei lavoratori svantaggiati di tutti i soggetti con disabilità fisica o psichica (legge 68). La legge 381/91 istitutiva delle cooperative sociali ha esplicitamente ampliato la categoria degli svantaggiati a tutte le situazioni di emarginazione e disagio sociale, con riferimento particolare ad ex-detenuti e persone affette da dipendenza. Ed in questi ultimi anni il regolamento comunitario 2204 nel 2002 (successivamente sostituito tuttavia dal più blando regolamento 800 del 2008) e il decreto legislativo 155/2006 sull’impresa sociale poi, hanno ritenuto in generale svantaggiati anche le già citate categorie di persone con elevata difficoltà di accesso al mercato del lavoro.

Ma soprattutto, i dati portano alla luce una diversa risposta che le cooperative sociali hanno cercato di dare alla domanda emergente di formazione e inserimento al lavoro da parte delle nuove categorie di svantaggiati.

Secondo la ricerca ICSI2007 realizzata da un network di università coordinato dall’Università di Trento su un campione di 99 cooperative sociali di tipo B di tutta Italia, nel 2006 il 13,2% del totale degli svantaggiati inseriti nelle cooperative intervistate rientrava in categorie diverse da quelle identificate dalla 381/91 e molte cooperative rivolgevano i loro servizi in particolare ai giovani con difficoltà occupazionali (11,7%) e ai disoccupati di lungo periodo (10%). A questa percentuale si aggiunge un 13% circa di lavoratori appartenenti alle categorie connesse al cosiddetto disagio sociale e a difficoltà di ingresso sul mercato del lavoro, quali immigrati, giovani con difficoltà occupazionali, disoccupati di lungo periodo, donne fuoriuscite dal mercato del lavoro. Un dato significativo che è l’effetto di un progressivo ampliamento dell’offerta di servizi di inserimento al lavoro. Le stesse cooperative sociali intervistate hanno dichiarato nel 55% dei casi di avere aumentato negli ultimi anni le tipologie di svantaggio cui esse rivolgono la loro azione.

Accanto a queste ben individuabili categorie di lavoratori svantaggiati, sono tuttavia presenti in cooperativa sociale anche altri numerosi lavoratori con caratteristiche di svantaggio rispetto al mercato del lavoro ma inquadrati contrattualmente come lavoratori ordinari (o normodotati). La realizzazione di procedure di raggruppamento (cluster) sui dati della stessa indagine ICSI2007 hanno messo in evidenza come due terzi dei lavoratori ordinari assunti dalle cooperative sociali e intervistati nell’indagine abbiano un basso titolo di studio, come il 39% provenga dalla disoccupazione (il 47% tra i lavoratori con la scuola dell’obbligo) e comunque come un terzo del totale ammetta di non avere alternative occupazionali, dato anche il basso titolo di studio e le difficoltà precedenti sul mercato del lavoro e nonostante un’età media non eccessivamente elevata (pari a 43 anni). La presenza di questa classe di lavoratori non pone alcun dubbio: le cooperative sociali svolgono un ruolo importante anche nell’assumere tramite gli strumenti tradizionali di impiego anche lavoratori che possono essere a tutti gli effetti considerati svantaggiati o emarginati sul mercato del lavoro.

Questi dati permettono di avere una quantificazione degli effetti occupazionali; ma interessante è osservare anche la qualità delle posizioni lavorative offerte. In termini contrattuali e reddituali, le posizioni lavorative offerte ai lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro si presentano stabili (l’81% è assunto con contratto a tempo indeterminato) ed i salari discreti (poco più di 1000 Euro in media per i lavoratori a full-time) e spesso i contratti rispondono alle esigenze di flessibilità oraria richieste soprattutto dalle lavoratrici (il 35% ha un part-time per propria scelta). Forti sono inoltre soprattutto le loro motivazioni non economiche al lavoro: anche se sicuramente l’esigenza di avere uno stipendio rappresenta un motivo fondamentale per aver deciso di lavorare nella cooperativa (punteggio medio assegnato di 5 su scala da 1 a 7), è molto sentita anche la scelta dell’organizzazione per la natura sociale del lavoro  e per la condivisione dei suoi ideali e valori. La soddisfazione dei lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro è inoltre elevata sia per il lavoro nel suo complesso che per gli aspetti contrattuali, che per le relazioni con colleghi e superiori e per l’utilità sociale del lavoro.

I benefici psicologici per i lavoratori svantaggiati inquadrati dalla 381/91 sono invece quantificabili soprattutto in  termini di crescita personale e professionale. Un’indagine condotta su lavoratori con problemi psichiatrici (Zaniboni et.al) ha recentemente mostrato che la maggior parte dei lavoratori svantaggiati intervistati ha beneficiato nel periodo di inserimento di un forte e continuo supporto sociale (per il 76%), ha una manifestata diminuzione della sintomatologia (per il 60% circa), ha aumentato la propria efficacia lavorativa (67%) e produttività (66%) con una conclusiva significativa manifesta volontà di continuare la propria attività lavorativa (dato dichiarato dall’87% degli intervistati).

Un mondo che offre quindi possibilità occupazionali a tipologie di soggetti diversi, rispondendo ad aspettative e bisogni sempre più diversificati, ma con la capacità di rispondere motivando, supportando nella crescita, e soddisfacendo. Offrendo quindi servizi efficaci nel loro complesso.

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Una risposta a “Tra vecchie e nuove tipologie di svantaggio: cosa sta accadendo nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo

  1. Molto interessante e condivisibile

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