Al centro delle politiche attive del lavoro (1/3)

Questo e i successivi due post sono dedicati ad un articolo di Gianfranco Marocchi e costituiscono un adattamento e aggiornamento del capitolo “Inserimento lavorativo e politiche attive del lavoro” pubblicato nel 2006 nel Rapporto “Le questioni aperte” e poi in un articolo su impresa sociale.

Distinguiamo due questioni: il fatto che l’inserimento lavorativo sia encomiabile (certamente fuori discussione) ed encomiato (abbastanza fuori discussione) e il fatto che l’azione che le cooperative sociali svolgono si posizioni o meno al centro del dibattito sulle politiche attive del lavoro. Si può essere infatti oggetto di incondizionata ammirazione, ma al tempo stesso rischiare di essere confinati, dal punto di vista della definizione e delle sviluppo delle politiche, in una nicchia. Il rischio maggiore, in questi ultimi anni, è proprio questo.

Partiamo dal dire che a partire dalla metà degli anni ottanta e per un decennio, al contrario, la cooperazione sociale si guadagnò una posizione centrale e strategica nelle politiche (allora non così attive) del lavoro. In un panorama in cui esisteva il lavoro senza crescita e integrazione (il vecchio collocamento obbligatorio della 486/1968) e la crescita senza garanzia di lavoro (formazione professionale), la cooperazione sociale – che offriva insieme reddito, integrazione sociale, crescita personale – ebbe un effetto dirompente. Sviluppatasi a ritmi sostenuti  e (auto)riproducibile attraverso meccanismi di rete, innovativa, imprenditoriale – antitetica all’assistenzialismo – la cooperazione sociale è stata da subito in grado di agire con limitato esborso di risorse pubbliche e di creare cultura intorno alla propria esperienza. E soprattutto, appunto, si è dimostrata innovativa nello scenario degli interventi che a tempo si utilizzavano per supportare il reperimento del lavoro di chi non riusciva a trovare occupazione.

Chi ricorda quella fase ha ben presente come la cooperazione sociale di inserimento lavorativo venne “scoperta” dai media, che inziarono a dedicarle spazio, dagli enti locali, che inaugurarono significative politiche di convenzionamento ai sensi dell’articolo 5 e come guadagnò l’attenzione del legislatore. Un esempio per tutti: a metà degli anni novanta una delle maggiori questioni aperte nelle politiche del lavoro era l’inquadramento dei lavoratori socialmente utili (LSU). A ben vedere, la cooperazione sociale sarebbe potuta non c’entrare più di tanto; in fondo non si trattava di svantaggiati compresi nella 381/1991, di disabili o di tossicodipendenti. Eppure, la norma che mette mano alla questione (D.Lgs 468/1997) mette in mano la soluzione a due soggetti: “I progetti … possono essere promossi dalle amministrazioni pubbliche … dagli enti pubblici economici, dalle societa’ a totale o prevalente partecipazione pubblica e dalle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, e loro consorzi”. Notevole, vero? L’apprezzamento per il lavoro svolto dalla cooperazione sociale, i meriti guadagnati sul campo con gli svantaggiati e soprattutto la sua centralità nel dibattito sulle politiche attive del lavoro, erano tale che il legislatore la individò, accanto ai soggetti pubblici, come l’attore naturale delle azioni per intervenire su una delle maggiori questioni occupazionali di quel momento. Lo stesso legislatore, un anno dopo, nella definizione dei meccanismi di collocamento mirato dei disabili, oltre ad introdurre l’articolo 12 di cui già si è parlato nel blog, riserva un ruolo alla cooperazione sociale nel punto centrale della legge, nelle convenzioni di cui all’articolo 11 che costituiscono il principale strumento operativo dei servizi pubblici per l’impiego.

Non si trattava (solo) di capacità di lobbying dei responsabili del movimento cooperativo. Questa attenzione derivava da un effettivo posizionamento della cooperazione sociale al centro delle politiche del lavoro, accreditata dall’avere inventato, sperimentato, affermato e diffuso una soluzione prima inesistente, capace di mettere insieme occupazione e crescita, imprenditorialità e vantaggio pubblico.

Il seguito della storia domani…

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