Lavori socialmente utili e imprese socialmente utili

Finiamo la carrellata dei classici con questo articolo “Socialmente utile: dallo slogan all’azione di impresa“. Si tratta di un concetto che si ritrova spesso negli articoli di quegli anni. Da una parte i lavori socialmente utili erano invocati da diverse parti come risposta “avanzata” alla crisi occupazionale: richiedevano comunque che i beneficiari si impegnassero in attività lavorative (a suo modo, quindi un misura “attiva”) e comprendevano un beneficio per la comunità locale consistente nel lavoro svolto; d’altra parte si rimarcava come spesso questi cantieri si risolvessero in lavoro fittizio e improduttivo, un sussidio assistenziale mascherato da lavoro.

A questo proposito il redazionale di Impresa sociale curato da Stefano Lepri prima richiama una pubblicazione della Fondazione Agnelli, per poi formulare una propria proposta: “[in uno studio della Fondazione Agnelli si afferma che] l’alternativa è tra il sussidio senza lavorare, con tutti i problemi di emarginazione e di inutilità sociale, o un lavoro retribuito in parte con denaro pubblico. Da un punto di vista sociale ed economico, la seconda soluzione appare preferibile, anche se dovesse svolgersi in lavori di pubblica utilità e modestissimo valore aggiunto. Tuttavia va respinta la presa in carico diretta o indiretta (cantieri di lavoro) da parte delle Amministrazioni pubbliche, perché essendo queste, di fatto, prive di reali strumenti di controllo sull’attività lavorativa di queste persone (ivi compresa la possibilità di licenziare chi non lavora, lavora male o è assenteista) il tutto sarebbe destinato a risolversi in alto rischio di nuove sacche di parassitismo sociale. L’unica soluzione che può assicurare una qualche produttività è quella di far assumere queste persone, il cui salario è in gran parte pagato dalla mano pubblica, da imprese: ma che siano imprese (private o cooperative) vere, solide, finalizzate al business e capaci di governare la forza lavoro”. Pur senza negare la possibilità che anche le imprese tradizionali possano essere coinvolte in azioni di riassorbimento di forza lavoro marginale, l’esperienza di questi ultimi vent’anni (che ha visto il sostanziale fallimento delle diverse forme di “collocamento obbligatorio”) porta a credere che tali azioni possano essere meglio condotte da “imprese socialmente utili”, quali sono le cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Nell’articolo seguente Bruno Manghi scrive in proposito: “attraverso un’occupazione di emergenza si può rientrare nel mercato del lavoro. Ciò riguarda una parte dei disoccupati tendenzialmente di lungo periodo. Ma ciò implica che il lavoro d’emergenza sia “ben fatto”, che reinserisca culturalmente nel ciclo produttivo. Occorre insomma che sia organizzato, il che può avvenire solo se una forma d’impresa (sia essa una cooperativa, un’impresa artigiana o industriale) sostituisce il cantiere malamente affidato alla gestione burocratica. I lavori socialmente utili sono quindi quelli che si inseriscono in imprese socialmente utili, capaci comunque di confrontarsi con il mercato e non fornitrici privilegiate di un unico committente. Le imprese sociali si candidano  perfettamente a questo compito.” Insomma, lavori socialmente utile in imprese socialmente utili: “tutto converge verso uno spostamento di risorse a favore delle politiche attive del lavoro (tralascio qui la spinosa questione della formazione professionale).  Ma in tal caso il ruolo pubblico muta e diventa strategico saper misurare gli effetti dell’intervento e cambiare rapidamente le scelte. Anche per questo la dimensione locale risulta l’unica praticabile, e il ruolo del privato sociale diventa prezioso.”

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