1994, già si parlava di chi sono i lavoratori svantaggiati

Continuiamo la carrellata sui “classici” dell’inserimento lavorativo. Si tratta di un articolo di Carlo Borzaga del 1994 “Impresa sociale e occupazione“, pubblicato sul numero 13 di impresa sociale, di cui di seguito si riproduce un estratto.

Si possono infatti individuare due concetti di “forza lavoro svantaggiata”: un concetto generale, proprio di chi assume a riferimento il mercato del lavoro, secondo cui sono svantaggiati tutti coloro che hanno difficoltà ad accedere al lavoro retribuito indipendente dalla loro volontà, e un concetto invece di natura assistenziale, secondo cui è svantaggiato colui le cui difficoltà a trovare occupazione sono le stesse che lo rendono utente dei servizi assistenziali. Quest’ultimo concetto è quello fatto proprio dalla 381 che, in sostanza, limita l’intervento delle cooperative di inserimento lavorativo a handicappati, carcerati, ex tossicodipendenti e minori a rischio. Tutte situazioni che devono essere conclamate e certificate. Anche se questa definizione fa parte della storia della cooperazione sociale e da essa deriva, non possiamo non evidenziarne i limiti. Ricorderò brevemente solo i principali:

  1. questa definizione di svantaggio è stata superata dalla legislazione più recente sul lavoro, dove il concetto di svantaggio è stato utilizzato per definire tutta la forza lavoro con oggettive difficoltà di inserimento (sono definiti svantaggiati, ad esempio, anche i lavoratori iscritti alle liste di mobilità);
  2. questa concezione assistenziale di svantaggio è incoerente con una realtà dove la cause di svantaggio sul mercato del lavoro, che portano alla disoccupazione di lungo periodo e al suo concentrarsi in determinate categorie di persone, sono molto più ampie di quelle indicate nella 381: l’età, la scarsa socializzazione, le carenze di formazione e qualificazione;
  3. costringendo le cooperative ad operare con persone che presentano situazioni di svantaggio del tutto particolari e gravi, si riducono a priori le possibilità di successo nel perseguimento degli obiettivi e quindi l’efficacia complessiva, sociale, dell’intervento (riassunta dal numero di persone inserite stabilmente nel mercato del lavoro).

Se proviamo ad uscire dalla logica troppo assistenziale che domina, oltre alla legge, anche molte cooperative di inserimento e guardiamo più in generale al mercato del lavoro e alle sue dinamiche, vediamo che la cooperazione sociale non è solo uno strumento per recuperare all’attività lavorativa persone con problemi gravi, ma può essere lo strumento per fare formazione sul lavoro ad un numero elevato e crescente di persone, anche giovani, che non sono in possesso di livelli di formazione e qualificazione adeguati e che non possono acquisirli rientrando nelle tradizionali istituzioni formative, dove hanno già sperimentato il fallimento. Se guardiamo alla cooperazione sociale da questo punto di vista più ampio, si apre un nuovo ambito di sviluppo e la cooperazione sociale di inserimento lavorativo diviene, a pieno titolo, un soggetto in grado di gestire alcune specifiche misure di politica del lavoro. Qualche riconoscimento di questo tipo c’è già stato e mi riferisco in particolare alle norme sulla cooperazione sociale contenute nel decreto sull’occupazione, trasformato in legge qualche mese fa; ma si tratta ancora poco più che di timidi assaggi, che per diventare operativi hanno bisogno di essere portati avanti con più consapevolezza da tutto il movimento cooperativo e dalle forze sociali… Se si escludono alcune esperienze locali, poco conosciute, non è ancora stata presa seriamente in considerazione l’idea di coinvolgere in modo sistematico la cooperazione, e in particolare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo, nella gestione di una parte di queste iniziative di creazione di occupazione temporanea per forza lavoro svantaggiata. Eppure, con tutti i limiti, le difficoltà e i fallimenti, la cooperazione sociale è tra le poche esperienze ad avere maturato qualche competenza nella gestione di forza lavoro debole. Essa si è imposta come “impresa socialmente utile”, condizione per garantire “utilità sociale” all’attività produttiva concretamente svolta. È necessario … che venga superata, anche tra i cooperatori, la visione riduttiva, assistenziale, dell’attività delle cooperative di inserimento lavorativo e che a questo superamento faccia riscontro un allargamento immediato, per decreto, della definizione di lavoratore svantaggiato della 381. Una seconda difficoltà è rappresentata dalla ancor limitata e lacunosa cultura della gestione di questo tipo di imprese sociali; molte cooperative sono ancora portatrici di una idea “artigianale” della professionalità, che si acquisisce esclusivamente lavorando, mentre oggi il recupero dei lavoratori deboli, specie se giovani, deve passare attraverso una consapevole e organizzata attività formativa. Rimangono infine i problemi della limitatezza delle risorse per gli investimenti e per lo sviluppo e della precarietà di molti contratti con la pubblica amministrazione, condizionata sia dalla scarsità delle risorse che dalla mancanza di progettualità e di idee chiare su quale debba essere, anche nell’inserimento lavorativo, il rapporto tra pubblico e privato.

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