Le domande giuste da farsi

Proviamo a fare ordine sul tema “categorie di svantaggio” dopo gli ultimi due post, uno sulle assistenti familiari, uno sui giovani in cerca di prima occupazione. Cosa accomuna queste due categorie, entrambe al di fuori dell’ambito classico delle cooperative sociali? In una parola, si può rispondere così: occuparsi di queste persone risponde ad una “attualità” nelle problematiche relative all’esclusione lavorativa, rappresenta una risposta a questioni emergenti su cui istituzioni, media e tessuto sociale si interrogano.

E questo ci rimanda ad una meta – domanda: al di là di ciò che dice (e che in futuro dirà) la legge, come definiamo le priorità di azione? Sulla base si una supposta “vocazione” della cooperazione sociale che “in se stessa” è chiamata ad occuparsi di disabili oppure di ex tossicodipendenti o di altri cittadini? O invece sulla base delle criticità – ovviamente quella effettiva e supportata da analisi serie, non quella contingente o legata alle ondate emotive dei media – a che i diversi fenomeni di esclusione lavorativa assumono nella società? Certo, ciascuna cooperativa, per scelta dei soci, per storia, per propria specializzazione, può scegliere di dedicarsi una certa categoria, ma la cooperazione sociale in quanto tale, se vuole posizionarsi al centro del dibattito sull’esclusione lavorativa, non può prescindere dal rimanere in rapporto con i bisogni sociali nella loro evoluzione. E questo potrà portarci – si ripete, anche al di là di ciò che prevede e prevederà la legge – ad interessarsi di integrazione lavorativa di cittadini immigrati, di assistenti familiari, di due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, delle persone espulse e non ricollocabili con gli strumenti ordinari, ecc. E certamente, delle categorie dell´articolo 4 della legge 381/1991. Magari non di disoccupazione in quanto tale, ma quantomeno di disoccupazione che rimane tale in assenza di interventi specifici, di chi è disoccupato o sotto occupato perché portatore di caratteristiche che lo rendono negativamente discriminato sul mercato del lavoro. Non senza definire priorità sulla base della rilevanza che tali fenomeni di esclusione via via assumono. E necessariamente i gruppi di cittadini che rientrano in questa definizione oggi potrebbero non essere gli stessi né di ieri né di domani.

Non per tutti la risposta sarà la stessa, non per tutti sarà l’inserimento lavorativo in cooperative B, ma non è questo ad essere decisivo: l’importante è concepire la propria mission non come definita in origine una volta per tutte, ma in evoluzione come lo sono i bisogni della nostra società. E come evolvono i destinatari, evolveranno di conseguenza gli strumenti. Diventerà più facile posizionarsi al centro del dibattito e non in una nicchia magari oggetto di universale encomio, ma pur sempre nicchia. E forse anche agire su quella percezione, presente in diversi post e commenti, di essere in fondo lasciati da parte da istituzioni, politica e informazione.

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Una risposta a “Le domande giuste da farsi

  1. Condivido la riflessione in generale, e l’approccio culturale in specifico, perchè riporta il senso del dibattito sulle categorie di svantaggio nella giusta distinzione tra i mezzi ed i fini della cooperazione di inserimento lavorativo.
    Le categorie di svantaggio, per le quali si legittima l’azione delle coop. B formalmente regolata dalle norme, sono frutto dell’interpretazione del bisogno, spesso tardiva ed emergenziale, da parte del sistema di welfare ma, come giustamente sottolineato nell’ultimo contributo, esse mutano nelle loro morfologie e nelle dinamiche territoriali e temporali con priorità poco riducibili a rigide categorie normative con pretese di stabilità.
    Ciò che dobbiamo ricondurre alla definizione normativa deve avere un carattere di contiuità, di stabilità e di coerenza al nostro fine. Più precisamente lavorerei per superare l’idea che le coop. B siano legittimate ad operare con alcune categorie e non con altre, sia perchè la finalità generale delle coop. B è: ” la creazione di occupazione abbassando la soglia di accesso al mercato del lavoro”, al di là della tipologia di attività svolta o della tipologia di persona inserita, sia perchè l’attività stessa di categorizzazione nosografica o clinico-diagnostica delle persone non credo abbia molto a che fare con la cultura del mutualismo solidaristico proprio della storia cooperativa nè, tanto meno, con la cultura anti-istituzionale dei processi di liberazione dalle forme di controllo sociale mascherate da malattie o devianze che il potere dominante ha sempre utilizzato per tutelare la società presuntamente “normale”.
    In generale, rispetto alle norme, dovremmo perseguire il massimo di libertà possibile, non il massimo di definizione specifica possibile, quindi al contrario, meno definiscono, più liberi si è! Per quanto riguarda le categorie di svantaggio, visto che il rapporto tra offerta di lavoro e offerta di svantaggio per la cooperativa è fortemente sbilanciato (molti svantaggi personali e poche opportunità di lavoro) dovremmo concentrarci nella ricerca di agganci normativi e non, per moltiplicare le commesse lavorative favorendoci rispetto alle altre forme d’impresa, più che fare battaglie concettuali sulle categorie di svantaggio che, purtroppo, ci staranno sempre appresso nella loro emergenzialità qualitativa, quantitativa ed anche, definitoria.
    Insomma, dobbiamo portare a casa nuovo lavoro e riconoscimento di ruolo come imprese affidabili e credibili nel mercato del lavoro che oltre aprodurre beni e servizi, generano un valore aggiunto sociale. Questo dev’essere riconosciuto dalle norme per giustificare eventuali vantaggi economici o fiscali, per il resto, categorizzazioni e processi di inclusione sociale ce lo possiamo definire e gestire da noi; non ci servono i maestri della categorizzazione, della specializzazione disfunzionale o del controllo sociale repressivo.

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