Quali modelli di sviluppo per la cooperazione B

Anche se non si dispone di informazioni recentissime, le ultime rilevazioni di Federsolidarietà (2007) mettevano in mostra dati così riassumibili:

  • la crescita del numero di cooperative B nel decennio ha mostrato tassi superiori alle cooperative A;
  • questo è avvenuto soprattutto nelle regioni meridionali;
  • si è realizzato soprattutto attraverso la nascita di una molteplicità di unità cooperative di dimensioni molto piccole.

Da un certo punto di vista questi dati derivano da dinamiche fisiologiche: è normale che si abbiano tassi di crescita maggiori per il tipo di cooperazione (quella B) e nelle zone (sud Italia) dove fino a qualche anno fa era relativamente meno presente. Ed è normale che le cooperative nei primi anni della propria vita abbiano dimensioni inferiori. Ciò però non esime dal porsi alcuni interrogativi rispetto alle prospettive di sviluppo. Fare cooperazione B non è mai stato facile, ma oggi forse più dei ieri si scontra con una minore sensibilità delle amministrazioni, troppo concentrate a far quadrare i conti e con le difficoltà sul mercato che caratterizzano anche il resto del sistema imprenditoriale.

Forse, in questo frangente, è particolarmente importante evitare improvvisazioni. Se 10 o 15 anni fa un po’ di coraggio e buona volontà – più un convenzionamento articolo 5 in un mercato meno selettivo – potevano essere sufficienti, oggi lo scenario è diverso. Si tratta di riuscire a sopravvivere e a svilupparsi con le proprie forze avvalendosi, come si è visto,  in quota venti – trenta volte maggiore rispetto alle altre imprese di forza lavoro che queste rifiutano ritenendola improduttiva. Di confrontarsi con situazioni di mercato in cui determinate lavorazioni conto terzi soffrono della concorrenza di paesi emergenti, in cui i concorrenti profit in ambiti tradizionali della cooperazione sociale come verde, ecologia, pulizie affilano le armi per non perdere quote di mercato. La strategia di crescita va impostata tenendo conto della necessità di competere con professionalità, reputazione, investimenti in un contesto competitivo. E difficilmente questo si accorda con modelli eccessivamente diffusi.

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2 risposte a “Quali modelli di sviluppo per la cooperazione B

  1. credo, però, che le B soprattutto al sud, possano ancora dare un grosso contributo all’occupazione e alla valorizzazione delle persone. Federsolidarietà dovrebbe dialogare di più con gli altri settori per dare maggiori occasioni di sviluppo alle B. Confcooperative è la + individualista di tutti i modelli!

  2. Purtroppo in linea generale credo che non si sia capito che il futuro avrebbe bisogno di aggregazioni non di polverizzazione.
    A volte dietro ad ottimi propositi si cela un aspetto culturale ed antropologico votato all’individualismo e “all’orticello” e questo credo che non faccia molto bene alla solidità dell’intero sistema delle cooperative sociali.

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