Categorie di svantaggio, iniziamo a ragionarci

Bene, proviamo a iniziare la discussione sulle categorie di svantaggio. Quelle citate dall’articolo 4 della 381/1991 oggi mettono certamente in luce un limite. Assomigliano all’ufficio dell’assistente sociale (e non di un centro per l’impiego, sia pur nella sezione “casi critici”) di una ventina di anni anni fa. In cui i minori avevano l’obbligo scolastico a 14 anni, ma gli stranieri non erano così numerosi, in cui gli ex degenti degli O.P. erano una categoria in sé rilevante ma in cui la figura del padre di famiglia che ha iniziato a lavorare a 17 anni e a 42 anni è disoccupato dequalificato, irricollocabile, impensionabile era forse meno sentito nella nostra società.

Nella pratica le cooperative sociali hanno da tempo superato le categorie della 381/1991, hanno accolto donne sole con figli a carico offrendo soluzioni di flessibilità che altre imprese non riescono a concepire, persone espulse dal mercato del lavoro senza professionalità appetibili, stranieri e nomadi e così via. Tutto nella quota “non svantaggiati”, ovviamente, facendosi carico delle criticità che ciò comporta da un punto di vista della produttività e della possibilità di assicurare un adeguato supporto alle persone inserite.

Possibile obiezione: ma se apriamo a tutti gli altri, ai disoccupati di lungo periodo, ai lavoratori ultracinquantenni, alle categorie insomma del Regolamento 800/2008, quello che ha sostituito il 2204/2002, non si determinerà un “effetto spiazzamento” a danno degli inseriti a produttività minore? Chi assumerà una persona con disabilità medio grave, se è messa sullo stesso piano di un cinquantenne disoccupato da sei mesi con capacità produttive integre?

Nell’aprire questa discussione, teniamo presenti due aspetti:

  1. il primo riguarda la storia della cooperazione sociale: diverse ricerche, condotti in tempi diversi da più enti, hanno constatato che la quota di lavoratori svantaggiati potenzialmente più problematici (persone con disabilità e con problemi di salute mentale) è costantemente pari a circa la metà del totale degli svantaggiati. E’ vero che, secondo l’ipotesi di cui sopra, ci si sarebbe potuto aspettare che le cooperative inserissero solo ex tossicodipendenti e detenuti, nella realtà, di fatto, non è stato così;
  2. il secondo riguarda la gradualità del favor legislativo: non è detto che debba essere pari per tutti i lavoratori svantaggiati inseriti, né con riguardo alla fiscalizzazione degli oneri sociali, né alla durata dello svantaggio. Talune categorie potrebbero anche non prevedere fiscalizzazione o prevederla per un’entità o per un periodo limitato, ma essere computabili nella quota complessiva, altre potrebbero richiedere non solo la fiscalizzazione ma un “bonus” su lavoratori non svantaggiati che lavorano in affiancamento; talune categorie potrebbero prevedere uno status di svantaggiato determinato ex ante in una durata molto breve, altre forse andrebbero allungate oltre i termini attuali delle certificazioni, per evitare (vedi il caso di ex tossicodipendenti) spiacevoli richieste di certificazione forse improprie dal punto di vista della cura – riabilitazione, ma del tutto appropriate in un percorso di reinserimento sociale. E così via.

Ma questa è solo l’apertura del dibattito…

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2 risposte a “Categorie di svantaggio, iniziamo a ragionarci

  1. Dopo gli ottimi spunti di Gianfranco Marocchi mi vengono da fare un paio di riflessioni ed una proposta.
    Il favor legislativo per i disabili rispetto alle altre categorie di soggetti svantaggiati è evidente. Sembra quasi che esistano soggetti svantaggiati di serie A e soggetti svantaggiati di serie B. Che poi i risultati siano quelli scarsi indicati dal Marocchi è evidente agli occhi di tutti.
    I motivi dell’”uso” prevalente per i disabili sono da ricondurre probabilmente ai meccanismi di deterrenza della legge 68/99. C’è anche il fatto che il meccanismo di inserimento dei disabili è molto noto e familiare ai centri per l’impiego (collocamento mirato), cosa che non si può dire per gli altri soggetti svantaggiati.
    Con questi ultimi, a partire dalla legge 381/91, i servizi per l’impiego non hanno sempre dimostrato dimestichezza.
    È inutile qui soffermarsi a quanti interventi le coop. sociali B in assoluta autonomia hanno fatto a favore di ragazze madri, di immigrati, di emarginati dalla società ecc.
    Occorre adesso uno slancio successivo, un “piano” nuovo aggiuntivo ed integrato con quello della disabilità.
    Si potrebbero prevedere dei criteri incrementali nel riconoscimento della meritevolezza degli inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati attraverso:
    a) criteri premiali nei bandi di gara per i soggetti (non profit o for profit) che inseriscano lavoratori svantaggiati in aggiunta agli obblighi di legge;
    b) la possibilità di affidamenti diretti alle coop. B che si faccia carico dell’inclusione lavorativa incrementale di lavoratori svantaggiati;
    c) la possibilità da parte delle stazioni appaltanti di istituire bandi di gara riservati alla coop. sociale di tipo B;
    d) rimodellare la durata della fiscalizzazione degli oneri sociali in base alla tipologia e alla durata dell’inserimento lavorativo.
    Sarebbe da auspicare una unica e definitiva declinazione di “lavoratore svantaggiato” che dissipi finalmente ogni dubbio riguardo alla sua formulazione in veste nazionale e comunitaria.
    Ovviamente, e qui riprendo il mio primo intervento, occorrerebbe una collaborazione nelle sedi istituzionali di ampia portata che oggi vedo davvero difficile da realizzarsi.

  2. Sono d’accordo che le categorie di svantaggio debbono essere ampliate. Avendo vissuto il parto della 381/91 e le successive bordate contrarie da parte delle categorie imprenditoriali mi chiedo se è questo il periodo in cui possiamo fare una nuova battaglia. Allora la battaglia fu vinta grazie al clima culturale esistente ma oggi nell’era dell’egoismo esasperato di categoria non corriamo il rischio che la modifica possa essere peggiore dell’attuale legislazione? Io ho una paura pazzesca e rimanderei a tempi migliori.

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