Recinti e pecore

Da un contributo di Gianfranco Marocchi

Quante volte abbiamo sentito il ritornello: “La cooperazione sociale non deve diventare il recinto entro cui vengono confinati tutti gli svantaggiati, così deresopnsabilizzando la società…” Chi ha familiarità con i numeri ha ben chiaro come questa affermazione, per quanto basata su valori e preoccupazioni condivisibili, sia immotivata.
I dati (più o meno) noti sono quelli relativi ai disabili, dal momento che l’esistenza del collocamento mirato determina la disponibilità di una qualche forma di raccolta periodica dei dati; ma a maggior ragione possono essere riferiti ad altre categorie di svantaggio. A questo proposito possiamo stimare che nelle cooperative sociali siano occupati un po’ più di 15 mila disabili (difficilmente più di 20 mila); nel resto del sistema economico, pubblico e privato, possiamo ipotizzare che ne siano occupati circa 180 mila. Sono iscritte alle liste del collocamento dei disabili oltre 700 mila persone; questo dato è notevolmente lievitato negli ultimi anni, probabilmente anche per ragioni estranee alla ricerca di lavoro; in ogni caso, anche negli anni immediatamente successivi all’approvazione della legge 68 era superiore alle 250 mila unità.

La cooperazione sociale occupa quindi circa l’8% dei disabili. L’altro 92% lo occupano altri. Detto tra parentesi, un vero miracolo. In fondo la cooperazione sociale rappresenta 2 miliardi di euro scarsi di fatturato su oltre 1600 di pil nazionale, poco più dell’1 per mille. Be’, certo, in media è più labour intensive della media del sistema economico. Infatti – azzardiamo, le indagini non sono così recenti – ci lavorano circa 65 mila persone, quasi il 3 per mille dei circa 23 milioni di occupati italiani. Consideriamo pure questo ultimo dato, non è comunque cosa da poco che il 3 per mille dell’economia assicuri occupazione all’8% dei disabili. È pur sempre 25 volte tanto, e dovendo competere ad armi pari sul mercato.
Ma, miracolo a parte, di qui ad essere un recinto onnicomprensivo ne passa! E poi, anche a volerlo, ce ne vuole un po’ a portare nel recinto le 700 mila persone che ne sono fuori crescendo (nel periodo migliore, fine anni novanta) al ritmo di 1000 unità all’anno (ora molto meno). Nell’attesa, l’idea del recinto ha occupato:

  • preoccupazioni di cooperatori, che su questo hanno costruito libri, articoli, ragionamenti e strategie per contrastarlo (evidentemente riuscendoci);
  • allarmi di sindacalisti, preoccupati che le imprese non siano deresponsabilizzate circa l’inserimento dei disabili;
  • perplessità delle associazioni di disabili, che temono che il recinto mini l’accesso al lavoro come diritto, per relegarlo nell’ambito di una solidarietà solo eventuale;
  • complesse costruizioni da parte del legislatore, che da circa 10 anni studia pesi e contrappesi su meccanismi  quali articolo 12, 12 bis e articolo 14 per evitare appunto il recinto – che comunque, come sopra richiamato, tutti aborriscono.
  • Riserve da parte di enti locali restie a intraprendere o estendere l’utilizzo delle clausole sociali perché l’inserimento dei disabili non deve essere fatto solo dalle cooperative.

Insomma ideali, strategie, politiche, preoccupazioni, legislazione ispirata dalla repulsione dei recinti. Che però, tutti sanno o dovrebbero saperlo, non esistono. Se non ce ne accorgiamo e ci ostiniamo tutti a ragionarci intorno rischiano di esistere solo le pecore.

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