Inserimento lavorativo, mercato, impresa

Veniamo oggi al quinto dei sei temi proposti come guida della discussione: inserimento lavorativo, mercato, impresa costituiscono un insieme inscindibile, punto di forza che caratterizza la nostra esperienza, ma al tempo stesso luogo di possibili criticità, soprattutto quando il mercato diventa più selettivo.

Ma prima vogliamo segnalarvi che anche oggi è giunto un commento di qualità, da parte di Giovanni Toscano, che si sofferma sul rapporto tra funzione sociale dell’inserimento lavorativo e le politiche pubbliche.

Ritorniamo al tema di oggi. Nella storia della cooperazione sociale ci sono esempi di cooperative che sono riuscite ad affermarsi sul mercato aperto, a concorrere con successo pur avvalendosi del lavoratori che le altre imprese rifiutano. Qual è la formula grazie a cui questo avviene? In che modo queste esperienze sono riproducibili? In quali mercati la cooperazione di inserimento lavorativo può svilupparsi e con quali politiche proprie e delle istituzioni?

Questi successi candidano la cooperazione sociale come soggetto da coinvolgere anche nelle politiche di sviluppo locale (oltre che di integrazione), vista la capacità di creare impresa in condizioni di partenza generalmente ritenute sfavorevoli. Al tempo stesso si avvertono però segnali di fatica, sia da parte di cooperative che lavorano su mercati più esposti alla concorrenza internazionale sia di altre che, su mercati pubblici e privati, hanno avvertito in modo critico la ricerca esasperata di risparmio da parte dei clienti. Diventa in questi casi difficile mantenere l’equilibrio economico e talvolta vi è il rischio che manchino risorse ed energie per adempiere alla propria funzione sociale, che nel risenta la qualità dei percorsi di inserimento lavorativo.

E infine, anche se approfondiremo questo tema in altre occasioni: se le cooperative B sono imprese che operano sul mercato, che rapporti instaurano con il resto del sistema imprenditoriale? E con le cooperative non sociali che spesso operano sui medesimi mercati?

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2 risposte a “Inserimento lavorativo, mercato, impresa

  1. Ringrazio Valerio dell’intervento…condivido molto l’ultima parte: forse è davvero il momento di riordinare le esperienze a partire dalla valorizzazione dell’elasticità del setting organizzativo

    Susanna Rognini
    Coop Soc Il melograno – Pisa

  2. Lo scenario generale di crisi comprende le cooperative B come tutte le altre imprese e rende obsolete scelte e formule imprenditoriali prima efficienti e redditizie. Peraltro la crisi si sta configurando non tanto nel carettere di naturale ciclicità ma come “crisis” strutturale della dinamca dei mercati, quindi, la risposta ad essa non può essere l’attesa speranzosa di un superamento temporale per riprendere da dove si era arrivati.
    In questo caso la crisi o la si subisce soltanto, con epiloghi poco felici o la si utilizza per apprendere nuove strategie di rilancio e sviluppo.
    Noi dovremmo interrogarci su cosa ci sta insegnando questa crisi, su cosa sta morendo e non sarà più valore da assumere e cosa può emergere di nuovo che possa dare speranza alle nuove generazioni; in tutto ciò cosa abbiamo da offrire noi cooperatori per sostanziare il nostro protagonismo con il coraggio dell’innovazione?
    Ad esempio, in rapporto ai mercati, si vanno aprendo nuovi settori di mercato (salute, scuola, ambiente, beni culturali) che se non intercettiamo noi (gestione privata con logica pubblica non lucrativa) saranno occupati dalle imprese private capitaliste. Certo non lo possiamo fare attendendo che via sia una legge che lo prevede con i dovuti finanziamenti per andare sul sicuro. Bisgna porsi seriemente il problema della capitalizzazione delle nostre cooperative, dell’aumento di rating per accedere alle risorse finanziarie per gli investimenti, della reale preparazione della nostra classe dirigente per interesse azioni che assumano il rischio d’impresa in tutte le sue valenze positive e negative; qui non siamo pronti noi e le ooportunità ci sono.
    Sempre in rapporto ai mercati, la moria diffusa di piccole e medie imprese potrebbe risvegliare la possibilità di attuare delle riconversioni produttive in chiave cooperativa, com’è da tradizione cooperativa ma, in particolare i cooperatori sociali hanno timore ad avventurarsi in questa direzione e valgono le considerazioni di cui sopra.
    Rispetto al tema dell’occupazione che rimane la finalità principale delle coop. B, dovremmo renderci conto il nostro vantaggio competitivo nell’inserire i lavoratori che gli altri escludono non è frutto di bravura casuale o di iperprotezionismo normativo nè fiscale. Siamo più efficaci degli altri perchè portatori di un modello di gestione delle risorse umane che andrebbe brevettato. Noi non facciamo progetti di tecnica riabilitativa sulle singole persone (come altri metodi di inserimento lavorativo), noi assumiano la soggettività particolare del lavoratore escluso dal mercato come una variabile indipendente da cui partire per ricercare gli adattamenti tecnico organizzativi che permettano di continuare a garantire la sostenibilità produttiva, a parità di prodotto atteso, dell’intera azione d’impresa. Quindi in realtà, il progetto di inserimento lavorativo di una persona non è “il suo” progetto ma sarà frutto relazionato tra le sue particolarità e l’insieme dell’organismo cooperativo, fino a creare una pressione di conformità alla responsabilità, all’autonomia, alla crescita professionale del singolo che farà da dote al suo inserimento esterno.
    A parità di qualità e quantità del prodotto d’impresa, modifichiamo le forme e i modi del processo produttivo.
    Questo è un modello sistemico, ecologico, che fa della flessibilità accogliente dell’impresa il vero tratto specifico, il vero vantaggio competitivo rispetto alle altre aziende.
    In questo senso scontiamo il ritardo del riconoscimento di valore aggiunto prodotto nell’inserimento lavorativo perchè anche noi, pur di essere riconosciuti dalle istituzioni preposte (tutte più inefficienti e fallimentari di noi ma spesso con più risorse a disposizione anche da sprecare) inseguiamo modelli altri da noi (l’educatore di accompagnamento, il responsabile degli inseriti, la pagella della performance adattiva della persona, ecc), dimenticandoci di valorizzare il vero specifico, fondato sulla capacità dell’intero organico della cooperativa di essere determinante per il risultato. Per questo la mia mai sopita enfasi sulla sottolineatura d’importanza dei lavoratori cosiddetti normodotati e che io definirei “ipreflessibili” quand’anche “funambolici”.

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