La cooperazione sociale per l’inserimento lavorativo: non solo cooperative B

La cooperazione sociale di tipo B è solo uno degli strumenti con cui la cooperazione sociale può agire per l’inserimento lavorativo delle fasce deboli.  Una molteplicità di strumenti, infatti, si sono sviluppati in questi 15 anni nell’ambito delle politiche attive del lavoro: collocamento privato, somministrazione e poi tirocini, bilanci di competenze, orientamento, outplacement, in generale quindi i servizi per l’impiego, e così via. Probabilmente la cooperazione sociale può dire qualcosa di originale anche caratterizzando secondo la propria vocazione questi strumenti. Qual è oggi il ruolo delle cooperative sociali in questi servizi? In che modo è possibile pensare a svilupparli? Quali sono gli interlocutori con cui rapportarsi? Forse questi ambiti sono in buona parte inesplorati sia dal movimento cooperativo sia da parte delle istituzioni. Altro aspetto riguarda le azioni specifiche che grazie alle proprie peculiarità la cooperazione sociale può proporre in questi ambiti: dal supporto alle imprese per l’adempimento agli obblighi relativi al diritto al lavoro dei disabili, al corretto inquadramento delle assistenti familiari, dal collocamento degli svantaggiati delle cooperatrive B a fine percorso ai servizi dei Centri per l’impiego destinati a persone con particolari situazioni di fragilità e svantaggio.

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3 risposte a “La cooperazione sociale per l’inserimento lavorativo: non solo cooperative B

  1. Considero l’aspetto delle politiche del lavoro come un quadro prioritario entro cui disegnare il nuovo ruolo della cooperazione sociale B perchè oltre ad alzare il tiro della loro missione (azione di regia, di 2° livello rispetto all’azione della singola coop. B, di sistema rispetto ai sistemi economici locali per quanto riguarda la creazione di nuova occupazione), propone un’azione innovativa non solo difensiva. Candidarsi al ruolo di regia delle politiche del lavoro nei contesti locali significa sdoganarsi dalle gabbie più o meno protette entro le quali siamo inseriti che, se non riuscissimo a trasformarle in strumento di cambiamento delle regole del gioco, sono destinate a trasformarsi in riserve indiane visitate con curiosità folkloristica dagli imprenditori “normali” e funzionari politici in cerca di emozioni inconsuete.
    Insieme alla necessaria azione difensiva della 381, dell’art. 5 e degli altri risultati già raggiunti, peraltro oggi sotto attacco dal mercato e dalla politica, dobbiamo incalzare con nuove propositività ampliando l’ambito di azione del nostro agire. Per questo, la necessità di collocarci ad un ruolo di secondo livello, in regie di sistemi pluralizzando l’arena degli interlocutori ma anche la capacità di intessere reti e filiere produttive intercooperative su singoli prodotti per moltiplicare la capacità competitiva sul mercato. Il tema del sotto soglia, seppur lo dobbiamo difendere fino al limite, non sarà mai garanzia del nostro futuro; dobbiamo orientarci noi al sopra soglia prima che ce lo impongano altri e lo possiamo fare solo se le singole cooperative fanno sistema con quelle analoghe per proporre al mercato intere filiere di prodotto per intercettare contratti o appalti di ampie dimensioni nazionali e non solo (energia e ambiente, mercato del verde, gestione dei servizi per la collettività, ecc.). Cioè, da un lato dobbiamo difendere l’acquisito ma al contempo dobbiamo innovare il nostro modo di essere nel mercato secondo parole chiave molto precise: a) integrazione tra cooperative non solo sociali, b) maggior dimensionamento dell’azione produttiva (non vuol dire cooperative grandi ma grandi sistemi di cooperative connesse con contratti di rete), c) elevazione del livello tecnologico, logistico e commerciale del nostro potenziale (ccop. B), d) formazione dirigenti e “lavoratori “normodotati nelle coop. B.
    Avremo un futuro se riusciremo ad industrializzare i processi produttivi e commerciali mantenendo la centralità relazionale tra le persone nelle singole unità produttive. I ritardi in questo senso sono solo nostri, perchè siamo da tempo tutti consapevoli che la scommessa dello sviluppo delle B si gioca nella nostra capacità di divenire protagonisti nel mercato del lavoro più che in quello dei servizi socio-sanitari. E’ la componente produttiva, “normodotata” che richiede il massimo investimento di attenzione, competenza e sensibilità strategica.

    • Come non essere d’accordo sugli argomenti posti da Luterotti? Impossibile. Vorrei soffermarmi piuttosto sulla parte finale del suo ragionamento.
      “E’ la componente produttiva, “normodotata” che richiede il massimo investimento di attenzione, competenza e sensibilità strategica.” Su questo avrei un qualcosa da ridire.
      È indubbio che la parte normodotata della compagine sociale sia quella che in un qualche modo “trascina” anche la parte svantaggiata, sia dal punto di vista economico-produttivo che da quello di relazionale/comportamentale con i colleghi più sfortunati.
      Quello che secondo me emerge è che noi siamo imprese sociali e non imprese tout court. Non lo siamo mai stati né dobbiamo diventarlo. Il fatto che strategicamente sia importante avere soci e/o lavoratori in grado di competere, in quanto a formazione e competenze, con i lavoratori di imprese “normali” risulta essere indubbiamente una costituente essenziale, ma io concentrerei il massimo dello sforzo sulla componente svantaggiata della nostra impresa.
      Dobbiamo essere imprese sociali di inserimento lavorativo e per l’inserimento lavorativo. Non dobbiamo in primis cercare di essere imprese di qualità (o non solo) nel produrre beni e servizi con bravissimi lavoratori normodotati e poi, in secondis, essere capaci di inserire in queste unità produttive lavoratori svantaggiati.
      Direi che dovrebbe essere il contrario: dobbiamo essere specialisti nell’inserire soggetti svantaggiati in attività e servizi diversi. È la stessa 381 che ce lo dice: è inutile qui ripetere cosa evidenzia l’art 1 comma b) in cui il fine ultimo è l’inserimento lavorativo e non l’attività produttiva che in questo caso diventa il mezzo. In Italia le cooperative sociali di inserimento lavorativo si sono costituite con l’obiettivo principale dell’integrazione lavorativa, rispetto a cui l’attività economico-produttiva risulta funzionale.
      Mi si potrebbe obiettare: ok, ma noi competiamo sul mercato con imprese for profit che si avvantaggiano di quello che dovrebbe essere un nostro vantaggio competitivo e che, nei fatti, risulta essere un gravame ai fini produttivi: il soggetto svantaggiato.
      In questo caso dovrebbe essere il legislatore ad intervenire, con l’auspicata modifica nel codice degli appalti, per far si che quello che dovrebbe essere un servizio di assoluta valenza sociale non diventi un’attività residuale affidata ai pochi indiani rimasti nelle riserve.
      Studiando le imprese sociali di inserimento lavorativo nei paesi dell’Unione Europea, il primo dato che emerge è il loro coinvolgimento a livello politico, tanto che molto spesso il livello di interazione tra i promotori di imprese sociali ed i rappresentanti delle istituzioni pubbliche è stato determinante per lo sviluppo delle imprese sociali stesse.
      Ciò che mi appare evidente è la necessità che le politiche pubbliche, a partire dal livello europeo per arrivare fino alle politiche locali, continuino nello sforzo di avvicinarsi sempre più alle esigenze delle imprese sociali di inserimento lavorativo per perseguire i loro obiettivi specifici e, in particolare dell’inserimento lavorativo, rendendole sempre più strumenti efficaci di politica attiva del lavoro.

  2. e’ una bella iniziativa, sopratutto in questa fase. con la crisi bisogna potenziare le cooperative sociali b. ci sono molte persone rimaste disoccupate che si rivolgono a noi più che alle agenzie di lavoro interinale che danno lavoro precario. con tutte le imprese che qui stanno chiudendo ci sarebbero molte possibilità. e condivido che bisogna allargare le categorie di svantaggio. qui ci sono disoccupati a 40 – 50 anni, con le loro imprese che hanno chiuso e hanno una grande professionalità. non si possono lasciare a casa con la cassa integrazione.

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