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Un’interrogazione parlamentare sul diritto al lavoro dei disabili

E’ stata presentata il 17 maggio dall’On.Codurelli (PD) una interrogazione parlamentare concernente il diritto al lavoro dei disabili e la normativa italiana in materia. Il nostro Paese è stato deferito alla Corte di giustizia Europea per la mancanza una norma che obblighi i datori di lavoro a prevedere soluzioni ragionevoli per le persone con disabilità, affinché possano avere pari opportunità nell’accesso al lavoro; nonostante la direttiva 2000/78 sia stata recepita con il decreto legislativo 216 del 2003, tale provvedimento non è stato ritenuto adeguato e sufficiente. Infatti, si legge in una nota ufficiale prodotta dalla Commissione europea, a tutt’oggi «l’ordinamento italiano non contiene una norma generale che imponga al datore di lavoro di prevedere soluzioni ragionevoli per i portatori di qualunque tipo di disabilità e per tutti gli aspetti dell’occupazione».

L’interrogazione evidenzia, in particolare, le violazioni alla legge n. 68 del 1999. Solo a Milano e provincia, nel 2010 sono state 400 le imprese che anziché assumere un disabile, in base alla normativa specifica, hanno preferito pagare le multe loro comminate. Nel territorio più industrializzato d’Italia, spetterebbero di diritto ai disabili 18.750 posti di lavoro, quelli che di fatto sono stati assegnati sono solo 6.103. Si stima inoltre che siano finiti solo nelle casse della regione Lombardia 40 milioni di euro, 10 in più rispetto al passato. E tale situazione riguarda anche gli enti pubblici e non solo le aziende private. Risulta ad esempio infatti che la provincia di Cuneo non stia adempiendo alla legge n. 68 del 1999, concernente le norme per il diritto al lavoro dei disabili: mancano infatti 16 persone in base alla legge n. 68 e 2 per le categorie protette.

Le aziende con più di 16 dipendenti hanno l’obbligo di assumere personale disabile, ma molte si fermano alla prima assunzione e poi ricorrono all’esonero, pagando la sanzione giornaliera (51 euro) per ogni posto lasciato libero, come prescritto dalla legge n. 68. Inoltre, oltre a non assumere, appena si può si licenzia il personale disabile. Rispetto a ciò, ricorda l’interrogazione, la Confindustria si giustifica sostenendo che, per quanto sia vero che bisognerebbe garantire loro posti di lavoro, occorre considerare che spesso si generano problematiche di sicurezza legate al fatto che dimenticano di dotarsi delle adeguate protezioni.

L’interrogazione chiede quindi se le istituzioni siano a conoscenza della grave situazione esposta e a fronte di tali violazioni della legge n. 68 del 1999 come intendano intervenire al fine di garantire alle persone con disabilità il diritto al lavoro così come previsto dalla legislazione vigente, dalla convenzione per i diritti dei disabili e dalle direttive europee.

FAND: il lavoro dei disabili è una priorità

Priorità a lavoro e riorganizzazione territoriale. Queste le sfide per il nuovo mandato del presidente della Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili (FAND) Giovanni Pagano rieletto all’unanimità nei giorni scorsi: “Con il lavoro ci si trova davanti a cittadini attivi non più costretti a fare pressione per l’assistenza, per un sussidio o per una pensione

Inserimento lavorativo e riorganizzazione territoriale sono questi alcuni dei temi a cui la Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili cercherà di dare una svolta nei prossimi anni. E’ quanto promette Giovanni Pagano, già presidente della Federazione che nei giorni scorsi ha ricevuto all’unanimità la riconferma del mandato per altri quattro anni.

Tra le sfide da affrontare per il nuovo mandato al primo posto c’è l’inserimento lavorativo per le persone con disabilità. “La criticità più importante su cui dobbiamo spingere è il lavoro. In particolare dobbiamo agire sul pubblico perché vi sono parecchie realtà che hanno una scopertura che potrebbe dare respiro al settore. Riteniamo che il lavoro sia il mezzo e la via che non solo dovrebbe affrancare dalla miseria morale il disabile, ma dovrebbe non costringerlo a pressare per una assistenza, per un sussidio o per una pensione. Con il lavoro ci si trova davanti a cittadini attivi che diventeranno contribuenti e non chiederanno più l’intervento allo Stato in forma assistenziale”. Tra i grandi temi, naturalmente, anche quello della non autosufficienza. “Oggi le famiglie – ha spiegato Pagano – sopportano questo peso fortissimo ed è chiaro che anche su questo tema dobbiamo dare una spinta. Bisogna dare sostegno alle famiglie aiutandole a tenere il disabile in casa dove troveranno sicuramente una realtà più umana e non cercare in tutti i modi di affidarli agli istituti”.

Tra vecchie e nuove tipologie di svantaggio: cosa sta accadendo nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo

Di Sara Depedri, Euricse
Le cooperative sociali di inserimento lavorativo si occupano da ormai più di vent’anni dell’inserimento di soggetti svantaggiati, ma le tipologie cui esse hanno progressivamente rivolto la loro azione è variato non poco nel tempo. Tali cambiamenti sono stati il risultato di un aumento della domanda di servizi di formazione e inserimento da parte di nuove tipologie di soggetti; di una evoluzione giuridica del concetto di svantaggiato; e di una apertura delle stesse cooperative sociali sostenuta anche dal loro consolidamento e dalla loro crescente stabilità economico-finanziaria.

Per quanto riguarda l’evoluzione della domanda, essa è spiegata dalle crescenti difficoltà sul mercato del lavoro in termini sia di crescente disoccupazione in generale che di razionamento da parte del mercato stesso di alcune tipologie di lavoratori: i giovani con bassa scolarizzazione, gli over-50 che hanno perso il precedente lavoro, le donne a rientro dalla maternità o da periodi di assenza prolungata dal mercato del lavoro, i disoccupati di lungo periodo in generale. A queste nuove tipologie di svantaggiati sul mercato del lavoro hanno prestato attenzione anche recenti politiche e normative. Negli anni la rivisitazione giuridica della definizione di soggetto svantaggiato è infatti stata significativa. Dall’attenzione esclusiva all’invalidità (propria della legge 482/68), si è passati nel 1999 all’inclusione nella categoria dei lavoratori svantaggiati di tutti i soggetti con disabilità fisica o psichica (legge 68). La legge 381/91 istitutiva delle cooperative sociali ha esplicitamente ampliato la categoria degli svantaggiati a tutte le situazioni di emarginazione e disagio sociale, con riferimento particolare ad ex-detenuti e persone affette da dipendenza. Ed in questi ultimi anni il regolamento comunitario 2204 nel 2002 (successivamente sostituito tuttavia dal più blando regolamento 800 del 2008) e il decreto legislativo 155/2006 sull’impresa sociale poi, hanno ritenuto in generale svantaggiati anche le già citate categorie di persone con elevata difficoltà di accesso al mercato del lavoro.

Ma soprattutto, i dati portano alla luce una diversa risposta che le cooperative sociali hanno cercato di dare alla domanda emergente di formazione e inserimento al lavoro da parte delle nuove categorie di svantaggiati.

Secondo la ricerca ICSI2007 realizzata da un network di università coordinato dall’Università di Trento su un campione di 99 cooperative sociali di tipo B di tutta Italia, nel 2006 il 13,2% del totale degli svantaggiati inseriti nelle cooperative intervistate rientrava in categorie diverse da quelle identificate dalla 381/91 e molte cooperative rivolgevano i loro servizi in particolare ai giovani con difficoltà occupazionali (11,7%) e ai disoccupati di lungo periodo (10%). A questa percentuale si aggiunge un 13% circa di lavoratori appartenenti alle categorie connesse al cosiddetto disagio sociale e a difficoltà di ingresso sul mercato del lavoro, quali immigrati, giovani con difficoltà occupazionali, disoccupati di lungo periodo, donne fuoriuscite dal mercato del lavoro. Un dato significativo che è l’effetto di un progressivo ampliamento dell’offerta di servizi di inserimento al lavoro. Le stesse cooperative sociali intervistate hanno dichiarato nel 55% dei casi di avere aumentato negli ultimi anni le tipologie di svantaggio cui esse rivolgono la loro azione.

Accanto a queste ben individuabili categorie di lavoratori svantaggiati, sono tuttavia presenti in cooperativa sociale anche altri numerosi lavoratori con caratteristiche di svantaggio rispetto al mercato del lavoro ma inquadrati contrattualmente come lavoratori ordinari (o normodotati). La realizzazione di procedure di raggruppamento (cluster) sui dati della stessa indagine ICSI2007 hanno messo in evidenza come due terzi dei lavoratori ordinari assunti dalle cooperative sociali e intervistati nell’indagine abbiano un basso titolo di studio, come il 39% provenga dalla disoccupazione (il 47% tra i lavoratori con la scuola dell’obbligo) e comunque come un terzo del totale ammetta di non avere alternative occupazionali, dato anche il basso titolo di studio e le difficoltà precedenti sul mercato del lavoro e nonostante un’età media non eccessivamente elevata (pari a 43 anni). La presenza di questa classe di lavoratori non pone alcun dubbio: le cooperative sociali svolgono un ruolo importante anche nell’assumere tramite gli strumenti tradizionali di impiego anche lavoratori che possono essere a tutti gli effetti considerati svantaggiati o emarginati sul mercato del lavoro.

Questi dati permettono di avere una quantificazione degli effetti occupazionali; ma interessante è osservare anche la qualità delle posizioni lavorative offerte. In termini contrattuali e reddituali, le posizioni lavorative offerte ai lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro si presentano stabili (l’81% è assunto con contratto a tempo indeterminato) ed i salari discreti (poco più di 1000 Euro in media per i lavoratori a full-time) e spesso i contratti rispondono alle esigenze di flessibilità oraria richieste soprattutto dalle lavoratrici (il 35% ha un part-time per propria scelta). Forti sono inoltre soprattutto le loro motivazioni non economiche al lavoro: anche se sicuramente l’esigenza di avere uno stipendio rappresenta un motivo fondamentale per aver deciso di lavorare nella cooperativa (punteggio medio assegnato di 5 su scala da 1 a 7), è molto sentita anche la scelta dell’organizzazione per la natura sociale del lavoro  e per la condivisione dei suoi ideali e valori. La soddisfazione dei lavoratori ordinari con svantaggi sul mercato del lavoro è inoltre elevata sia per il lavoro nel suo complesso che per gli aspetti contrattuali, che per le relazioni con colleghi e superiori e per l’utilità sociale del lavoro.

I benefici psicologici per i lavoratori svantaggiati inquadrati dalla 381/91 sono invece quantificabili soprattutto in  termini di crescita personale e professionale. Un’indagine condotta su lavoratori con problemi psichiatrici (Zaniboni et.al) ha recentemente mostrato che la maggior parte dei lavoratori svantaggiati intervistati ha beneficiato nel periodo di inserimento di un forte e continuo supporto sociale (per il 76%), ha una manifestata diminuzione della sintomatologia (per il 60% circa), ha aumentato la propria efficacia lavorativa (67%) e produttività (66%) con una conclusiva significativa manifesta volontà di continuare la propria attività lavorativa (dato dichiarato dall’87% degli intervistati).

Un mondo che offre quindi possibilità occupazionali a tipologie di soggetti diversi, rispondendo ad aspettative e bisogni sempre più diversificati, ma con la capacità di rispondere motivando, supportando nella crescita, e soddisfacendo. Offrendo quindi servizi efficaci nel loro complesso.

Non solo inserimento in cooperativa: il futuro dei lavoratori svantaggiati

Di Sara Depedri
Il ruolo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo può essere individuato, genericamente, nella formazione dei lavoratori svantaggiati non solo per un recupero delle loro abilità lavorative, ma anche per un inserimento effettivo nel mercato del lavoro. Sull’analisi del ruolo e dei risultati raggiunti dalle cooperative sociali italiane hanno riflettuto recentemente due ricerche realizzate nel 2006 da un network universitario coordinato dall’Università di Trento e nel 2009 da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises con sede a Trento) su campioni rappresentativi di cooperative sociali di inserimento lavorativo rispettivamente in Italia e in alcune province del Nord. I dati cui le ricerche giungono  pongono in luce un fenomeno che sta offrendo oggi concrete opportunità occupazionali ai lavoratori svantaggiati inseriti, seppur con ancora alcuni limiti e qualche difficoltà.

Un primo dato interessante emerge dalla differenziazione dei settori di attività in cui le cooperative di inserimento lavorativo oggi operano: non solo, anche se prevalentemente, settori a basso profilo formativo e bassa specializzazione come il settore del verde, la raccolta rifiuti e il settore delle pulizie, ma anche in modo crescente il settore manifatturiero-industriale, l’agricolo, la ristorazione e l’informatica. Inoltre, e soprattutto, molte cooperative hanno l’obiettivo esplicito di inserire i lavoratori all’interno della cooperativa possibilmente solo a fini formativi per poi accompagnarli sul mercato del lavoro aperto (obiettivo del 18% delle cooperative sociali di tipo B italiane e del 26% di quelle attive al Nord) o quantomeno prevedono percorsi differenziati che conducono all’inserimento interno o esterno alla cooperativa a seconda della tipologia di svantaggio e delle caratteristiche del soggetto inserito (politica che caratterizza il 52.2% delle cooperative sociali italiane ed il 39.4% di quelle del Nord).

Questa varietà di percorsi formativi e professionalizzanti e di settori di attività ha condotto ad ampliare le possibilità di assunzione dei lavoratori svantaggiati anche di lungo periodo e presso altre organizzazioni. Dalle ricerche condotte, il 74% dei soggetti svantaggiati inseriti risultava assunto in cooperativa con contratto a tempo indeterminato e questo dato dimostra già una volontà dell’organizzazione di tutelare la posizione lavorativa nel lungo periodo qualora non si aprano soluzioni occupazionali alternative. Inoltre e soprattutto, tra i lavoratori intervistati nelle province del Nord che nel 2007 hanno terminato il loro percorso di inserimento lavorativo nelle cooperative, ben il 52,3% ha trovato un’occupazione all’esterno dell’organizzazione, prevalentemente presso imprese for-profit (la metà di tali lavoratori), ma anche in altre tipologie di imprese e solo secondariamente in altre cooperative o in enti pubblici.

Tali dati indicano complessivamente una discreta capacità di collocamento sul mercato aperto grazie all’esistenza di relazioni con il contesto imprenditoriale locale. Non stupisce quindi che alla domanda sulla fattibilità dell’inserimento esterno, la maggior parte delle cooperative (41%) sostenga che sia possibile solo instaurando forti legami con le imprese locali e solo per alcune categorie di svantaggio più facilmente inseribili in contesti non protetti. La probabilità di non giungere a conclusione del progetto o di collocamento esclusivo all’interno della cooperativa risulta infatti notevolmente più elevata per i disabili psichici (per cui vale la legge sul collocamento obbligatorio) e fisici e dei tossicodipendenti e per le prime due tipologie di disagio è più elevata anche la probabilità di essere inseriti in un ente pubblico (Legge 68/99).

Un quadro, in conclusione, che induce a considerare le cooperative sociali come efficaci attori per l’inserimento dei soggetti svantaggiati sul mercato del lavoro aperto. Ma affinché questa efficacia cresca ulteriormente è necessario il rafforzamento di partnership con possibili imprese interessate all’assunzione dei soggetti formati; partnership che possono essere inoltre un metodo per superare le crescenti difficoltà generate dalla crisi economica ed occupazionale.

Congresso FISH: contro i tagli e le discriminazioni

Si è tenuto a Cagliari il 19 e 20 marzo il Congresso della FISH, le cui riflessioni si sono articolate sullo sfondo del contesto di grande incertezza che governa le politiche sociali, sanitarie e – più in generale – di inclusione sociale per le persone con disabilità. La relazione del Presidente Pietro Barbieri, poi ripresa dalla Mozione generale del Congresso, ha indicato gli interventi che la FISH intende attuare in ciascun ambito: la spesa sociale e le politiche per la famiglia; il diritto al lavoro e quello all’inclusione scolastica, l’accessibilità e la riabilitazione. Si tratta di azioni di pressione politica, di elaborazione di proposte, di tutela giudiziaria, di comunicazione, di mobilitazione.

Il congresso FISH ha affrontato anche il tema del piano straordinario di verifica sulle invalidità civili, rispetto a cui sono stati evidenziati i diffusi e pesanti disagi che esso comporta per le persone con gravi disabilità. La FISH richiede la sospensione delle verifiche straordinarie – che si stanno dimostrando peraltro costosissime ed inefficaci – a favore di una migliore gestione dell’accertamento ordinario. Le campagne strumentali e demagogiche contro i “falsi invalidi” stanno determinando un fattore di ulteriore stigmatizzazione delle persone con disabilità. Ne è un esempio la copertina del settimanale Panorama, contro cui è stata sporta querela, titolata “Scrocconi” e che raffigurava l’immagine stilizzata di un “pinocchio” in carrozzina.

Altra decisione del Congresso Fish è stata quella di realizzare nelle prossime settimane una manifestazione nazionale d’intesa con altre organizzazioni e forze della società civile contro i tagli indiscriminati delle politiche sociali.

questo indirizzo i testi della Relazione del Presidente e della Mozione generale del Congresso FISH

 

Provincia di Catania e Idea Agenzia per il Lavoro, un accordo per l’occupazione

Anche questa buona prassi è stata presentata nel seminario di Roma del 20 gennaio; riguarda una sinergia tra la Provincia di Catania, il Consorzio Idea Agenzia per il Lavoro e il suo socio locale Laire per realizzare percorsi di integrazione lavorativa e sociale delle persone deboli. Sulla base dell’accordo,  la Provincia si è impegnata a:

  • coinvolgere Idea Lavoro in tutti i tavoli per le politiche del lavoro e facilitare l’instaurarsi di collaborazioni con altri EEPP (es. ASL, DAP, Università, etc.) e tutti gli altri interlocutori pubblici e privati;
  • facilitare  il contatto tra Idea Agenzia per il lavoro e le aziende, in specie quelle in obbligo L 68/99, fornendo l’elenco delle aziende;

Le parti hanno fatto ricorso alla forma del Protocollo di Intesa; il primo accordo è stato stipulato nel 2002, poi, considerati gli esiti positivi, nel luglio 2010 è stato firmato un secondo Protocollo d’Intesa che ha fra i suoi obiettivi anche quello di favorire l’applicazione dell’art 12 bis L 68/99.

Il protocollo può documentare risultati concreti, sia sul fronte dei tirocini che degli avviamenti al lavoro veri propri; di seguito i dati sino al 2008.

tirocini formativi

avviamenti al lavoro

totale
2002 16 26 42
2003 12 15 27
2004 30 10 40
2005 33 105 138
2006 44 74 118
2007 158 134 292
2008 166 25 191
459 389 848

Il protocollo ha inoltre previsto la collaborazione con l’Università di Catania per l’elaborazione e l’implementazione di metodiche sull’inserimento lavorativo da cui sono nate alcune pubblicazioni.

Dall’Europa una guida agli “acquisti sociali”

La Commissione Europea ha recentemente pubblicato”Acquisti sociali” una “Guida alla considerazione degli aspetti sociali negli appalti pubblici”. Gli appalti pubblici socialmente responsabili sono, secondo le parole della Guida, procedure di aggiudicazione che tengono conto di uno o più aspetti sociali quali “opportunità di occupazione, lavoro dignitoso, conformità con i diritti sociali e lavorativi, inclusione sociale (in specifico delle persone con disabilità), pari opportunità, accessibilità … e una più ampia conformità di natura volontaristica con la responsabilità sociale di impresa (RSI), nel rispetto dei principi sanciti … dalle direttive sugli appalti”.

Il punto di partenza è individuato nel vantaggio che le amministrazioni e le comunità locale possono avere dagli “acquisti sociali”; la Guida passa dunque ad approfondire le procedure di gara, con riferimento non ai casi di possibile  deroga dalle normative comunitarie, ma a quelli di inserimento di clausole sociali in affidamenti interamente soggetti alla direttive comunitarie.

La guida studia quindi in modo analitico i diversi e successivi passaggi delle procedure di gara: dalla definizione dell’oggetto, alla definizione dei requisiti, alla procedura di selezione, quindi all’aggiudicazione e alla esecuzione dell’appalto; per ciascuna fase sono indicati, sia con riferimento alle direttive comunitarie, sia con esempi pratici, opportunità e limiti connessi con le normative europee.

Certamente chi ha redatto la guida non ha come riferimento primario esperienze come quella italiana in cui le clausole sociali si sono sviluppate soprattutto per favorire l’occupazione di lavoratori ordinariamente esclusi dal mercato del lavoro, quanto questioni relative ad esempio all’accessibilità dei servizi offerti alle persone con disabilità. Il processo che ha portato dall’articolo 5 della 381/1991 alla sua traduzione “sopra soglia” e ad eventuali ulteriori sviluppi di questo principio attraverso clausole sociali rimangono abbastanza estranee al lavoro. Emerge con chiarezza invece la volontà di inquadrare le clausole sociali entro i principi guida comunitari e quindi la costante attenzione ad evitare che essi introducano aspetti discriminatori rispetto agli operatori economici o contrastare con altre direttive comunitarie.

In sintesi, è sicuramente un bene che a livello comunitario inizi ad essere dedicata a questi temi la dovuta attenzione e la guida rappresenta in  effetti un utile supporto pratico per le amministrazioni che intendano introdurre elementi sociali nei propri affidamenti; ma al tempo stesso può essere considerata un utile punto di partenza ma non un punto di arrivo, sia a livello di approfondimento tecnico che di pressione politica, vista la relativa poca importanza attribuita alle clausole sociali relative all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

L’orgoglio di vivere del proprio lavoro

La cooperativa Nuovi Sentieri è stata presentata come buona prassi da Federsolidarietà Puglia nel seminario del 24 gennaio. La cooperativa opera nell’inserimento lavorativo dei soggetti diversamente abili (che rappresentano ben il 70% dei lavoratori) attraverso la gestione inizialmente dei servizi di pulizia e, da qualche anno di serre per la produzione di piante aromatiche. Il problema che la cooperativa ha dovuto subito affrontare in questo secondo settore, avviato anche grazie ad un progetto Fertilità, è stato quello di come conquistare il mercato e i clienti. La cooperativa ha intrapreso un percorso di scelte molto forti ed etiche, decidendo di rispettare in toto i dettami del CCNL di riferimento, la normativa in materia di collocamento, vincoli spesso disattesi ed elusi dal mondo del privato, puntando quindi sulla realizzazione di prodotti di qualità.

Ciò che resta difficile da comunicare, sottolineano dalla cooperativa, è  il valore sociale che si nasconde dietro una piantina prodotta. Non si tratta di una semplice pianta ma di un insieme di persone che hanno la volontà di riscattarsi socialmente, di occupare un posto da cittadini a pieno titolo nel nostro Paese, distanziandosi dalle logiche assistenzialistiche che spesso governano l’esistenza dei soggetti diversamente abili. Con orgoglio e dignità, alcuni lavoratori della cooperativa hanno scelto di rinunciare alla pensione sociale di invalidità pur di poter continuare a lavorare in cooperativa e sentirsi parte attiva del ciclo produttivo della comunità in cui vivono contribuendo attivamente alla produzione del sistema economico. Tra l’altro la scelta operata da questi soggetti determina un contenimento dei costi assistenziali realizzando un importante alleggerimento dello Stato sociale e del carico familiare.

Al fine di valorizzare questa esperienza, si sta tentando, con il consorzio a cui è associata la cooperativa, di realizzare una sorta di piattaforma commerciale sul web (e-bay sociale) che possa non solo incentivare la commercializzazione dei prodotti ma anche divulgare il concetto di cooperative sociali a “doppio prodotto” (l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, in primis, e la produzione/erogazione di beni e/o servizi). È necessario, inoltre, promuovere protocolli, accordi, reti con altri soggetti presenti sul territorio e che possono rappresentare un valore aggiunto all’intera operazione sociale messa in atto dalle singole cooperative o dal movimento nel suo insieme.

Va anche segnalato che la cooperativa è stata protagonista della sottoscrizione della prima convenzione in Puglia in applicazione all’art. 12 bis della L. 68/99. La convenzione prevede, accanto allo svolgimento del servizio di pulizia,  anche il servizio di tutoraggio che fa sentire l’impresa garantita dalla presenza della cooperativa sociale di tipo B.

Il caso Ravenna, dal SIIL al Patto per il Lavoro

Tra gli interventi proposti nel semianrio di Bologna sul Libro Verde, vi è stato quello di Massimo Caroli che segue queste tematiche per conto di Federsolidarietà Emilia Romagna. Il suo intervento, qui disponibile in forma completa, ha utilizzato l’esempio del consorzio Fare Comunità di Ravenna per evidenziare alcune strategie da mettere in atto sul fronte dell’inserimento lavorativo.

Oggi il consorzio gestisce il SIIL (Sostegno Integrato Inserimento Lavorativo) che grazie al lavoro di 23 operatori ha in questi anni realizzato circa 300 progetti di inserimento lavorativo all’anno, con un a media annuale di 80 assunzioni, per un totale di 700 nel periodo 2001-2009. Questi risultati sono stati ottenuti agendo su diversi fronti:

  • sostegno alle imprese per assolvere gli obblighi della legge 68/99;
  • progettazione di percorsi d’inserimento più idonei e maggiormente gratificanti per i lavoratori disabili e per le imprese;
  • periodi di formazione  e tirocini preparatori;
  • sostegno agli inserimenti con personale specializzato nella mediazione al lavoro.

E’ ora in via di costituzione un “Patto per il lavoro” con la partecipazione di CCIAA, AUSL  RA, Sindacati, consorzi di cooperative sociali del terrtiorio, 18 Comuni Provincia, INAIL, AICCON. Il “Patto” ha lo scopo di promuovere la responsabilità sociale di tutti i portatori di interessi, a partire dalle imprese, e di favorire processi quali:

  • adozione di clausole sociali o ambientali all’interno degli appalti;
  • adesione a codici di condotta da parte delle imprese con cui le autorità pubbliche entrano in relazione;
  • sostegno e promozione di forum di imprese responsabili.

Per ottenere ciò è necessario ri-articolare, in modo originale, il campo dell’azione pubblica, tradizionalmente organizzato rigidamente per settori e quindi con grandi difficoltà ad intervenire su questioni che si svolgono in contesti sempre più complessi e articolati e che coinvolgono una pluralità d’attori. E’ al contrario necessario porre al centro l’integrazione tra ambiti e settori di intervento per trovare “soluzioni” nuove e originali.

Il lavoro dei disabili: V Relazione al Parlamento sulla legge 68/1999

Ed infine è uscita, con sette mesi di ritardo, la quinta relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999.  I dati mostrano una flessione del numero di disabili avviati,  diminuiti da 31.535 nel 2007 a 28.306 (con 7.132 risoluzioni nel corso dell’anno) nel 2008 a 20.830 nel 2009 (con 4.403 risoluzioni), mentre sono oltre 700 mila i disabili iscritti alle liste speciali.

numero avviamenti

Questo dato risulta paradossale se si considera che sono circa 80 mila le posizioni lavorative scoperte da destinarsi a disabili nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni; eppure le multe nel 2009 sono state meno di 200.

numero disabili iscritti agli elenchi provinciali del collocamento obbligatorio

Si confermano di fatto di scarso rilievo gli strumenti dell’articolo 12 bis (36 in Italia nel 2009, 21 nel 2008) e 14 (125 nel 2009, 75 nel 2008), circa lo 0.5% degli svantaggiati inseriti nelle cooperative sociali italiane.

Scarica la V Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999: